A che punto è il sistema operativo di Huawei

E' il lavorazione da 7 anni, ma non è ancora pronto, rivela il South China Morning Post. Testato migliaia di volte in laboratorio, manca la prova su una linea di prodotti. E resta aperta la questione della compatibiltà con le app di Android

Huawei sistema operativo

 

Nel 2012 Barack Obama stava inseguendo il suo secondo mandato e Donald Trump era un imprenditore. Huawei iniziava a lavorare sul suo sistema operativo. Sette anni non sarebbero però bastati al gruppo cinese, colto di sorpresa dalla rottura con Google: l'alternativa ad Android non sarebbe ancora pronta. Lo scrive il South China Morning Post, citando fonti vicine alla compagnia. Nelle stesse ore, però, è arrivata la voce di una possibile alleanza tra i grandi produttori cinese.

Un sistema operativo nato sul lago

Tutto ha avuto inizio, racconta il giornale cinese in lingua inglese, nel 2012 in una villa di Shenzhen (città dove ha sede Huawei) con vista lago. Un ristretto gruppo di manager e tecnici, tra i quali il fondatore Ren Zhengfei, si è riunito "per diversi giorni" con l'obiettivo di valutare lo sviluppo di un proprio sistema operativo che facesse concorrenza ad Android.

In quell'occasione, che internamente la società definisce "i colloqui del lago" (lakeside talk), Huawei decide di lavorarci, mantenendo però il progetto segreto. Viene portato avanti in un'area blindata nel quartier generale del gruppo, cui manager e tecnici non possono accedere con i propri dispositivi. Grande riservatezza, quindi. E non troppa fretta.

Sette anni fa lo scenario era molto diverso da quello attuale: Huawei, che oggi è il secondo produttore al mondo di smartphone, aveva enormi ambizioni, ma una quota di mercato attorno al 5%. Adesso, però, si è messa di mezzo la blacklist di Trump.

Il “piano B” di Huawei

Già prima del bando - lo scorso marzo - Richard Yu, il ceo della divisione consumer, aveva detto al quotidiano tedesco Die Welt di avere "un piano B", che comprendeva anche un proprio sistema operativo. La recente accelerazione ha costretto Huawei a mostrare i muscoli e illuminare un progetto tenuto nell'ombra per anni.

La società di Shenzhen continua a dichiarare che le partnership con Windows e Google sono "la prima scelta". Si augura quindi che il bando venga annullato dopo il congelamento di 90 giorni. Allo stesso tempo, Huawei ostenta sicurezza e si dice pronta a lanciare un proprio sistema operativo tra l'autunno 2019 e la primavera 2020. Le date sono tratte da una dichiarazione di Yu rimbalzata sulla stampa cinese, ma Huawei non ha fornito un termine ufficiale. In una battuta al Global Times (giornale in lingua inglese del Partito Comunista cinese), il chief strategy officer della divisione consumer Shao Yang ha ribadito che le date di lancio del nuovo sistema operativo “sono un segreto”.

Le sfide del nuovo sistema operativo

Secondo due fonti del South China Morning Post, il gruppo "non sarebbe pronto perché il blocco degli Stati Uniti è arrivato improvvisamente". E' vero che il sistema operativo è stato testato "migliaia di volte", ma solo all'interno dei laboratori. Mentre "non ci sono mai state sperimentazioni su un'intera linea di prodotti". Che, in altre parole, vuol dire che il gruppo "non ha ancora una data certa per il rilascio commerciale".

Una delle maggiori sfide tecniche riguarderebbe la compatibilità con Android. Far funzionare su Huawei le applicazioni già disponibili oggi sul sistema operativo di Google faciliterebbe un'eventuale migrazione non solo degli utenti ma anche degli sviluppatori, che così non dovrebbero mettere mano al codice per portare le proprie applicazioni sui dispositivi cinesi.

Senza dimenticare che potrebbero, in ogni caso, non esserci le app di Google. Un problema non tanto in Cina (viste le restrizioni) e Usa (dove gli smartphone Huawei non ci sono) ma in Europa e in alcuni Paesi in via di sviluppo.

Nessuno conosce l'evoluzione del bando e il quadro normativo all'interno del quale produttori e sviluppatori dovranno muoversi, ma anche solo il timore di avere minori funzionalità e scarsa domanda potrebbe pesare su Huawei: Bloomberg ha parlato di rischio "caduta libera". E anche Shenzhen ha iniziato a tirare il freno: il gruppo, che aveva fissato al quarto trimestre 2019 l'appuntamento con il sorpasso a Samsung, ha ammesso - per bocca di Shao Yang - che "il processo potrebbe essere più lungo".

Uno per tutti, tutti per HongMeng

Che sia pronto o che stia cercando di colmare le proprie lacune, una cosa è certa: Huawei sta accelerando. Ha depositato due marchi che dovrebbero battezzare il proprio sistema operativo: Ark OS (per il mercato internazionale) e HongMeng (per quello cinese).

Secondo il Global Times, le grandi società tecnologiche cinesi starebbero serrando le file. Tencent starebbe lavorando al fianco dei vertici di Emui (la versione Android su misura per Huawei e Honor). Oppo, Vivo e Xiaomi starebbero testando HongMeng.

La notizia di questa grande alleanza è comparsa in un tweet del Global Times. Nel cinguettio c'è anche l'immagine di Shao Yang, intervenuto al CES di Shanghai, con alle spalle una scritta: “Per Huawei non è il momento più rischioso, è quello migliore”. Il tweet è stato però cancellato dopo alcune ore. Sul sito del Global Times è stato pubblicato un articolo sull'argomento, ma con una scelta curiosa: non titola sulla collaborazione tra i marchi cinesi (che è la cosa più importante) ma sul fatto che il nuovo sistema operativo sarebbe “il 60% più veloce di Android”. Nelle ultime righe, però, il giornale rivela che, secondo una fonte vicina a una delle compagnie coinvolte, “le principali società tecnologiche stanno collaborando attivamente con Huawei per promuovere il rilascio di HongMeng”.

La grande alleanza cinese

Xiaomi, Oppo e Vivo sono ormai marchi conosciuti anche in Europa. Ma a volte sfugge il loro peso: sono il quarto, quinto e sesto produttore al mondo. Secondo gli ultimi dati di Counterpoint research, le loro quote di mercato – unite a quella di Huawei – costituiscono il 40% delle vendite globali. Samsung ed Apple, messe insieme, valgono il 33%. Però, calma: le incognite sono ancora molte. In un mercato che cambia, la semplice somma di quote di mercato potrebbe essere fuorviante.

La percentuale, ad esempio, andrebbe soppesata, perché i test riguarderebbero solo HongMeng, cioè la Cina, che di quel 40% costituisce solo una parte (per quanto consistente). E poi è tutto da definire il comportamento delle società cinesi non oggetto di bando: a Xiaomi, Oppo e Vivo converrebbe scontrarsi con Google se possono fare pacificamente affari oltre i propri confini? Se confermata, però, la grande alleanza sarebbe comunque un attacco frontale agli Stati Uniti e proporrebbe con maggiore forza lo scenario di un ecosistema occidentale e uno che fa capo a Pechino.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it