Quanto pesa Huawei in Europa (e quanto costerebbe metterla alla porta)

Da tempo si parla di pressioni di Washington sui Paesi europei perché rinuncino alla tecnologia gruppo cinese, specie nel 5G. Ma a che prezzo?

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ZUMAPRESS.com / AGF 
 Huawei

Si fa presto a dire “fuori Huawei”. Se gli Stati Uniti non hanno mai aperto al gruppo cinese, in Europa il discorso è diverso: c'è un solido intreccio fatto di investimenti, progetti, joint venture. Chiaro: se ci fossero, le esigenze di sicurezza nazionale avrebbero la priorità. Ma rinunciare a Huawei non sarebbe una decisione indolore. Ecco perché.

Quanto pesa Huawei 

Secondo dati ottenuti da Agi, nel 2017 il fatturato di Huawei in Europa, Medio Oriente e Africa ha raggiunto i 164 miliardi di yuan. Cioè 24 miliardi di dollari. Sono risorse che finiscono nelle casse della società, è vero. Ma il gruppo, tra servizi e merce, ha speso in Europa 4,8 miliardi di dollari nel 2016 e 5,1 miliardi nel 2017. Dal 2009 il totale sfiora i 31 miliardi di dollari. Una cifra equivalente dovrebbe essere spesa tra il 2017 e il 2021. Non è possibile conoscere la distribuzione anno per anno. Ma si può comunque prendere la calcolatrice e fare qualche calcolo indicativo.

Nel quadriennio 2018-2021, Huawei dovrebbe versare ai fornitori 26,6 miliardi. Cioè circa 6,6 miliardi l'anno. Nell'improbabile ipotesi che tutti gli Stati tagliassero fuori il gruppo all'inizio del 2019, rinuncerebbero a 20 miliardi di dollari. Risorse che si traducono in occupazione. Alla fine del 2017, la forza lavoro di Huawei in Europa superava le 11.000 unità, 2.000 delle quali impegnate nella ricerca e sviluppo. Il gruppo stima di ampliarsi a 14.900 entro il 2020. Riprendendo la calcolatrice, sono in media 1300 nuovi posti creati ogni anno. Tornando alla fanta-economia, se tutta Europa bandisse Huawei il prossimo primo gennaio, rinuncerebbe a qualcosa come 2600 posti di lavoro. Per il 70% (cioè pià di 1800) sarebbe personale locale.

Sedi e collaborazioni: la rete

La rete di Huawei in Europa è più complessa di quanto non dicano i dati finanziari. Coinvolge oltre 3100 fornitori, 300 partner, 170 istituzioni accademiche, 300 ricercatori ed esperti e 230 progetti, una decina dei quali sotto l'ombrello di Horizon 2020, il programma di finanziamento della Commissione europea che sostiene ricerca e innovazione. In Europa Occidentale, la base è Dusseldorf, in Germania. Da qui si gestiscono le attività di 17 Paesi, 21 sussidiarie e 3 controllate. Nell'Europa Nord-Orientale, il quartier generale è Varsavia, in Polonia. È il centro direzionale per 26 Stati, 22 sussidiarie e una controllata. Cui si aggiunge una galassia di presidi tra magazzini, centri per l'assistenza e per la ricerca e sviluppo: sono 18 in 8 Paesi (Germani, Belgio, Italia, Regno Unito, Francia, Svezia, Irlanda e Finlandia).

Huawei e il 5G in Italia

Huawei è uno dei pilastri della sperimentazione del 5G in Italia. È presente in due dei tre progetti scelti dal Mise nell'agosto 2017. È quindi tra le società che si sono aggiudicate un bando pubblico. Il progetto BariMatera5G è infatti targato Tim, Fastweb e Huawei. Prevede un investimento di oltre 60 milioni di euro in 4 anni e il coinvolgimento di 52 partner. Il piano punta a a coprire con il 5G il 75% delle due città entro la fine del 2018, per arrivare a una copertura completa nel 2019. Il progetto 5GMilano prevede un investimento di 90 milioni in quattro anni. È firmato da Vodafone, ma Huawei è uno dei fornitori.

Solo la terza sperimentazione, quella su Prato e L’Aquila condotta da Wind Tre e Open Fiber, non coinvolge il gruppo cinese. Senza dimenticare la crescente presenza di Huawei nel nostro Paese: al centro di Segrate (aperto nel 2008) si lavora sul “microwave”, cioè sullo sfruttamento delle frequenze per la connettività. Tra poche settimane il gruppo raddoppierà: all'inizio del 2019 arriverà, a pochi passi da Piazza Duomo, un nuovo centro di ricerca e sviluppo concentrato sul design. E poi ci sono i centri per l'innovazione aperti in collaborazione con Tim (l'ultimo, a Catania, annunciato a luglio), Vodafone e la Regione Sardegna.

Huawei e il 5G in Europa

In Europa Huawei ha avviato progetti internazionali per accelerare lo sviluppo delle nuove reti. Nel 2015 ha aderito a Metis, un progetto finanziato dall'Ue con quasi 8 milioni di euro con l'obiettivo di integrare diverse tecnologie basate sul 5G. Huawei è in compagnia di operatori e società tecnologiche tra le più importanti, d'Europa e non solo. Compresa Telecom Italia. Il gruppo cinese fa parte anche del 5G-PPP (5G Infrastructure Public Private Partnership).

È un'iniziativa da 1,4 miliardi di euro che, come dice il nome stesso, ha un braccio pubblico (la Commissione europea) e uno privato (riunito nella 5G Infrastructure Association). Le società che ne fanno parte eleggono un consiglio, del quale al momento fa parte anche Huawei, accanto – tra gli altri – a Nokia, Ericsson, Tim e Orange. Nel 2015, il gruppo di Shenzhen ha battezzato il “5G Innovation Centre”, un centro per l'innovazione in collaborazione con l'università di Surrey, in Inghilterra. Ospita decine di ricercatori e ha attirato investimenti per 70 milioni di sterline (78 milioni di euro). Sempre nel 2015, Huawei ha varato il progetto “5G VIA”, mirato a testare l'impatto delle nuove reti su specifici settori. È sostenuto dallo Stato della Baviera e dalla città di Monaco. L'intreccio tra il gruppo cinese e la Germania è particolarmente stretto.

Non a caso in questi giorni Berlino è stato tra i governi più cauti sul futuro delle relazioni tra Huawei e l'Europa. Sempre in Germania ha sede la 5G Automotive Association, un'associazione che “sviluppa, testa e promuove” mobilità connessa, guida autonoma, soluzioni per la sicurezza stradale. È nata nel 2016. Accanto a Huawei ci sono Audi, Bmw, Daimler, Ericsson, Intel, Nokia e Qualcomm. Insomma, la società cinese non è un pezzo di lego appiccicato all'Europa e staccabile in un amen. Huawei è incastonato nel continente. Ed estrarlo potrebbe essere complesso e costoso.



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