Perché la nuova bufera su Facebook è forse più grave di Cambridge Analytica

La società è accusa di aver intenzionalmente consentito un accesso intrusivo ad alcune big company americane. L'inchiesta del New York Times, spiegata nei suoi tre punti cardine 

Perché la nuova bufera su Facebook è forse più grave di Cambridge Analytica 
JIM WATSON / AFP 
 Mark Zuckerberg

“Per anni”, Facebook ha consentito “un accesso intrusivo” di alcune delle maggiori compagnie tecnologiche al mondo nei dati personali degli utenti. Di fatto concedendo loro una deroga “alla abituali regole sulla privacy”. Lo afferma un'inchiesta del New York Times, che ha potuto leggere un ampio rapporto interno.

Chi ha avuto accesso a cosa, su Facebook 

  • Apple avrebbe avuto accesso ai contatti e agli appuntamenti fissati in calendario dagli utenti. Anche nel caso in cui gli iscritti avessero disattivato la condivisione dei dati. L'accordo con Cupertino è ancora operativo. La Mela non ha negato, ma ha affermato di non sapere che si tratterebbe di un accesso privilegiato.
  • Amazon avrebbe ricevuto nome e informazioni sui contatti degli utenti. Con la società di Jeff Bezos l'accordo non sarebbe al momento attivo. Il gruppo si è limitato a dire di aver utilizzato i dati “in modo appropriato”, senza però scendere nei dettagli. Secondo una delle ipotesi, è possibile che Amazon abbia utilizzato le informazioni fornite da Facebook per combattere i commenti falsi sulla piattaforma di e-commerce.
  • Microsoft, tramite il motore di ricerca Bing, avrebbe avuto accesso a informazioni dei profili e contatti. Il gruppo ha affermato di aver cancellato i dati ottenuti da Facebook. Menlo Park sostiene che solo i dati “pubblici” siano stati girati a Bing.
  • Spotify e Netflix avrebbero avuto accesso alla lettura di messaggi privati scambiati su Facebook. Netflix ha replicato su The Verge, sostenendo che di “non aver mai letto messaggi privati né mai chiesto di farlo”.

Uno: integrare

Le aziende coinvolte sarebbero un centinaio. Tutti gli accordi, spiega il New York Times, fanno capo a tre tipologie. Il primo è quello che Facebook definisce “integrazione” e viene firmato con i produttori di smartphone che vogliono un'app “personalizzata” per i propri utenti. Lo sviluppa passa dalla condivisione dei dati.

Secondo l'inchiesta, però, Facebook avrebbe concesso lo status di “integration partner” anche a società che con la produzione di smartphone non hanno nulla a che fare. È il caso di Yahoo e di Yandex. Quest'ultimo sarebbe particolarmente delicato: si tratta di un motore di ricerca russo dai nebulosi rapporti con il Cremlino. E avrebbe avuto accesso agli user ID (cioè ai nomi identificativi) degli utenti di Facebook fino allo scorso anno.

Due: personalizzare

Il secondo tipo di accordi rientra sotto l'ombrello del programma “instant personalization” (personalizzazione istantanea). Lanciata tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011, facilitava la condivisione dei dati di Facebook con altri siti per creare un'esperienza di navigazione su misura. Era necessario il consenso degli utenti, ma come spesso accade il processo è inverso: le impostazione base fissavano il via libera.

E gli iscritti a Facebook dovevano cambiarle per bloccare la condivisione. Il programma “personalizzazione istantanea” è stato fermato nel 2014, ma alcune società (come Microsoft) avrebbero continuato ad avere accesso ai dati fino al 2017. È: si tratta di dati pubblici. Ma Facebook confermerebbe una volta di più di non avere pieno controllo delle informazioni, un po' come avvenuto nel caso Cambridge Analytica: i dati non erano stati rubati ma ottenuti sfruttando la disinvoltura del social network

Tre: “spiare”

Il terzo tipo di accordo, che suona come il più sinistro, sembra essere una opportunità una-tantum: Facebook avrebbe concesso ad alcune società di leggere messaggi privati. È il caso di Netflix e Spotify. Cioè un accesso che va oltre la sola “integrazione” con altri servizi. Alla base di questo permesso ci sarebbe stata la volontà di concedere a Spotify a Messenger la possibilità di studiare funzioni “social” per condividere suggerimenti con gli amici di serie tv e brani. Un'opzione che si è poi realizzata solo per la piattaforma svedese. Che, secondo il New York Times, avrebbe avuto accesso ai messaggi di 70 milioni di utenti.

La linea difensiva delle società coinvolte corre lungo tre direttrici: non abbiamo fatto nulla di male; non sapevamo che il nostro fosse un permesso speciale; non abbiamo avuto sfruttato i dati perché non sapevamo di poterli prendere. Facebook fa l'ennesima magra figura di un anno disastroso. Ma possibile si solo colpa sua?



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