I sette motivi che stanno facendo crollare Facebook in borsa

Ieri il titolo ha bruciato 120 miliardi (-20%). Oggi nei primi scambi perde un altro 19%. Le ragioni di un crollo improvviso, dal fatturato all'imprevisto calo degli utenti, forse aspetto inatteso della campagna #DeleteFacebook 

facebook perdite crollo borsa
JIM WATSON / AFP 
 Mark Zuckerberg

Questa, per Facebook, non è una trimestrale come le altre. E non solo perché, per una volta, ha deluso le attese. Questa è una trimestrale che inaugura un nuovo corso. Fatto di margini, utenti e fatturato più da trotto che da galoppo. Un nuovo corso che non è piaciuto al mercato: nelle contrattazioni del dopo-borsa, il titolo di Menlo Park ha perso il 20%, bruciando circa 120 miliardi. 

Nei primi scambi a borse aperte, il calo del titolo sfiora il 19%. Facebook ha quindi bruciato circa un quinto della propria capitalizzazione, che si assesta a 629,8 miliardi di dollari. A farne le spese è soprattutto il fondatore: la trimestrale negativa gli è costata sino a ora poco meno di 15 miliardi. Il fondatore del social network è passato così dalla terza alla sesta posizione tra gli uomini più ricchi del pianeta.

1. Fatturato e utile

Come spesso accade, pesa soprattutto il confronto tra risultato reale e atteso. Il fatturato di Facebook, infatti, continua a crescere a ritmo elevato: +42% anno su anno. Tuttavia, pur centrando un nuovo record (13,23 miliardi di dollari nel trimestre) ha deluso (seppur di poco) le aspettative degli analisti, che avevano indicato 13,3 miliardi. Pesa anche la frenata rispetto al trimestre precedente, pari al 7%.

In un'auto abituata a grandi prestazioni, i primi rumori sospetti al motore sono accolti con grande inquietudine. Così è stato per la vettura guidata da Mark Zuckerberg, nonostante un utile, da 5,1 miliardi di dollari, al massimo storico.

La coo Sheryl Sandberg, suo braccio destro, ha definito comunque “buono” il trimestre. Sottolineando, come prevedibile, i dati migliori. Come i ricavi da mobile cresciuti del 50% anno su anno, a 11,9 miliardi. Su 10 dollari incassati da Facebook, 9 arrivano da smartphone e tablet.

2. Secondo semestre al rallentatore

Attese deluse quindi. Non di molto, però. A spingere verso il basso le azioni sono stati anche altri fattori. In particolare le previsioni per i mesi a venire. Le ha annunciate il responsabile finanziario del gruppo, David Wehner, confermando che il rallentamento del 7% accusato nel secondo trimestre continuerà anche nei prossimi due, all'incirca con lo stesso ritmo. “La crescita del fatturato continuerà a decelerare nella seconda metà del 2018”. Con una percentuale indicata come “high single digit”. Cioè, per ogni trimestre, non oltre ma vicina alla doppia cifra.

3. Spese in aumento

Altra prospettiva negativa: Wehner ha annunciato un sostanzioso aumento delle spese, che finirà per condizionare la crescita in termini di margini e utili. E non si tratta di una prospettiva di qualche mese ma un andamento che contraddistinguerà Facebook “nei prossimi anni”. È forse questo l'impatto più strutturale dei casi legati alla privacy e alla sicurezza. Il 2018 dovrebbe chiudersi con spese in aumento del 50-60% rispetto al 2017.

Commento: Un milione di persone in Europa ha mollato Facebook, di Riccardo Luna 

Una lievitazione, ha spiegato Wehner, dovuta “allo sviluppo di prodotti e infrastrutture”, ma soprattutto “dall'incremento degli investimenti in sicurezza, realtà virtuale e aumentata e acquisizione di contenuti”. Lo sforzo è certificato anche dal numero dei dipendenti a tempo pieno: sono 30.000, il 47% in rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Anche qui, però, la preoccupazione arriva dal futuro. “Guardando oltre il 2018, anticipiamo che nel 2019 la crescita delle spese sarà superiore a quella del fatturato”. Tradotto: margini e utili dovrebbero assottigliarsi. Tanto che “per diversi anni”, il margine operativo si aggirerà attorno al 35%. Cioè a livelli molto inferiori agli attuali: nel secondo trimestre il dato è stato del 44%. E nel quarto trimestre 2017 aveva raggiunto il 57%.

4. Utenti in frenata

Ecco l'altro punto sensibile: anche la crescita degli utenti ha deluso. I profili attivi ogni mese sono stati 2,23 miliardi (contro i 2,25 miliardi attesi). Ogni giorno si connettono a Facebook 1,47 miliardi di utenti (1,48 miliardi attesi). In entrambi i casi il progresso è dell'11% anno su anno. Facebook, quindi, rallenta. Il tasso di crescita dei frequentatori quotidiani del social è stato dell'1,44% rispetto al trimestre precedente. L'incremento più basso di sempre.

Per capire cosa significhi basta un dato: fino a ora il dato peggiore era stato quello registrato nel quarto trimestre 2017, quando il progresso rispetto al terzo periodo era stato del 2,18%. Consapevole di questa debolezza, Mark Zuckerberg ha provato a spostare l'attenzione inaugurando una nuova metrica. Per la prima volta ha svelato quanti sono gli utenti che utilizzano almeno un'app del gruppo (Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger): sono 2,5 miliardi.

5. #DeleteFacebook ha funzionato?

Il numero degli utenti complessivi è quello centrale perché restituisce una visione d'insieme. Ma mai come in questo caso è utile capire in quali mercati Facebook sta crescendo e in quali sta soffrendo. Il modesto incremento degli utenti attivi “è guidato da India, Indonesia e Filippine”. Come hanno reagito, invece, Nord America ed Europa? Cambridge Analytica e la campagna #DeleteFacebook hanno avuto effetto? Dare una risposta certa non è possibile. Raccogliere indizi sì.

Sul mercato che avrebbe dovuto reagire con maggior forza (viste anche le interrogazioni del Congresso a Mark Zuckerberg), Facebook ha retto. Gli utenti nordamericani attivi ogni giorno sono 185 milioni, sostanzialmente stabili anche se poco sotto le attese (185,4 milioni). Ma fruttano di più: 25,91 dollari a testa, contro i 23,59 del primo trimestre. Se “effetto Cambridge Analytica” è stato, non ha inciso in modo deflagrante sugli utenti di Stati Uniti e Canada.

6. Effetto Gdpr

Diverso è il discorso per l'Europa. Gli utenti attivi sono stati 279 milioni. A preoccupare non è tanto la distanza dalle attese (279,4 milioni) ma il calo rispetto ai 282 milioni del trimestre precedente. Il gruppo ha imputato la flessione all'entrata in vigore del Gdpr, il nuovo regolamento sulla privacy che rende più chiaro ed esplicito il consenso degli utenti. Certo, non si può sapere se la frenata (anzi, la retromarcia) europea sia dovuta solo al Gdpr o anche a una maggiore consapevolezza degli iscritti. Ma, anche tenendo per buona la versione di Menlo Park, non mancano le incognite.

Da una parte, Sheryl Sandberg ha affermato che il regolamento Ue “non ha avuto un impatto significativo sul fatturato”. E Wehner ha definito “modesto” anche quello stimato per i mesi a venire. Tuttavia, Sandberg ha anche ammesso che il quadro è ancora poco definito, perché il Gdpr, entrato in vigore il 25 maggio 2018, ha coperto solo un terzo dell'ultima trimestrale. Tradotto: l'effetto si è sentito, non è stato distruttivo anche per questioni di tempi e per questo va monitorato.

“Guardiamo più in là”, ha affermato la coo durante la conferenza riservata agli analisti, perché “riconosciamo che ci siano ancora rischi”. Gli inserzionisti “si stanno ancora adattando ai cambiamenti” ed è “presto per sapere l'impatto sul lungo termine”. Facebook, quindi, non sa ancora quanto il Gdpr (o, più generale, una maggiore consapevolezza degli utenti) possa pesare.

7. La nuova prospettiva

Il Gdrp, la protezione della privacy e gli investimenti necessari per garantirla sono un punto di non ritorno. Non solo per gli obblighi di legge ma anche per un atteggiamento meno disinvolto degli utenti. Facebook ha quindi margini di manovra ristretti rispetto al passato. La tutela della privacy diventa un costo (anzi, un investimento) obbligato. Lo ha sottolineato, con toni più felpati, Mark Zuckerberg: “Guardando avanti, continueremo a investire massicciamente in sicurezza e privacy perché abbiamo la responsabilità di tenere al sicuro le persone”.

Gli investimenti sono stati e saranno così consistenti da “impattare significativamente sulla nostra profittabilità. Abbiamo iniziato a vederlo in questo trimestre”. Quindi è solo l'inizio. Rimedi? “Avremmo potuto limitare gli investimenti in altre aree e prodotti, ma non lo faremo - ha aggiunto Zuckerberg – perché gestiamo questa società guardando al lungo termine e non al prossimo trimestre”.

Lo scorso marzo, in una lettera rivolta agli altri manager, il responsabile uscente della sicurezza di Facebook, Alex Stamos (a lungo inascoltato), aveva scritto: “La crescita nel breve termine non deve più essere la nostra priorità. Dobbiamo spiegare a Wall Street perché va bene così”. Mark Zuckerberg ci ha provato (con ritardo). Wall Street, per ora, non gli ha creduto.



Se avete correzioni, suggerimenti o commenti scrivete a dir@agi.it.