Cronaca della più alta distruzione di valore di un'azienda Usa quotata: il caso Facebook

Per gli analisti è il calo degli utenti ad aver determinato il tonfo del titolo del social network. Una debacle che ha mandato in rosso tutto il listino tecnologico 

facebook crollo borsa 

Non il DataGate né la sintonia di Zuckerberg con Trump. Alla fine è stata la frenata nella crescita degli utenti a far crollare i titoli di Facebook a Wall Street. Una flessione del 18 per cento (dopo un iniziale tonfo del 20 per cento) destinata a entrare nella storia come una delle più violente di tutti i tempi. La più grande distruzione di valore che un'azienda quotata americana abbia mai registrato, spiega il Corriere della Sera. Oltre 100 miliardi di capitalizzazione bruciati (in assestamento) e un record che supera quello di un altro colosso informatico, Intel, che in un giorno di settembre del 2000 perse più di 90 miliardi di dollari.

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A innescare il giorno nero di Facebook sono stati fattori cruciali per il futuro dell’azienda come “la dinamica delle entrate, che tuttora dipendono quasi esclusivamente dalla pubblicità, e degli utenti - spiega il Sole 24 Ore -. Le revenue sono salite del 42% a 13,23 miliardi di dollari, ma meno di quanto previsto dagli analisti, e cioè 13,36 miliardi. Era dagli inizi del 2015 che Facebook non tradiva le previsioni”.

Dall’altra il social network ha assistito a una sostanziale stagnazione delle iscrizioni sulla piattaforma, che non sono riuscite a crescere in linea con le previsioni degli analisti. Secondo il Corriere della Sera, “gli utenti aumentano meno che in passato: a fine giugno sono saliti a 2,23 miliardi, contro una stima di 2,25 miliardi, con crescita piatta in Nord America e in calo in Europa. La debacle di Facebook ha mandato il rosso l’intero listino tecnologico, a differenza del Nyse, che ha beneficiato delle nuove trattative tra Usa e Unione Europea per evitare una guerra commerciale”.

In particolare la frenata dei nuovi utenti nell’Unione Europea potrebbe essere collegata anche all’entrata in vigore del Regolamento generale sul trattamento dei dati, che rende più chiaro ed esplicito il consenso alle pratiche del social network. Come precisa Rai News, “non si può sapere se la frenata (anzi, la retromarcia) sia dovuta solo al Gdpr o anche a una maggiore consapevolezza degli iscritti. Ma, anche tenendo per buona la versione di Menlo Park, non mancano le incognite. Da una parte, il direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg ha affermato che il regolamento Ue ‘non ha avuto un impatto significativo sul fatturato’.

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E il responsabile finanziario del gruppo, David Wehner, ha definito ‘modesto’ anche quello stimato per i mesi a venire. Tuttavia, Sandberg ha ammesso che il quadro è ancora poco definito, perché il Gdpr, entrato in vigore il 25 maggio, ha coperto solo un terzo dell'ultima trimestrale. Tradotto: l'effetto si è sentito, non è stato distruttivo anche per questioni di tempi e per questo va monitorato”.

E questa corsa alle vendite segna anche la fine di una gara durata due anni, dove i cinque “Fangs” (Facebook, Amazon, Apple, Google e Netflix) hanno dominato nel mercato dei titoli. Per il Financial Times “giovedì Facebook ha trascinato il gruppo dei titoli tecnologici del Nasdaq che alla fine della giornata ha chiuso con un -1 per cento. Apple ha perso lo 0,3 per cento e Netflix ha chiuso la giornata in parità, mentre Alphabet (proprietaria di Google) è cresciuta dello 0,5 per cento segnando un record e Amazon ha perso il 2,2 per cento prima di rendere pubblico il proprio rapporto quadrimestrale sui guadagni”.

 

 

 



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