Facebook affonda in borsa, e non è finita. La 'profezia' di Soros

Dopo aver bruciato 36 miliardi di dollari nella seduta di lunedì, il titolo scende ancora. Washington, Londra e Bruxelles chiedono chiarimenti. Su Twitter diventa virale #DeleteFacebook. A Davos Soros parlò della fine del 'dominio globale' delle tech company

Facebook affonda in borsa, e non è finita. La 'profezia' di Soros
 (Afp)
 Mark Zuckerberg

Sono state 48 ore piuttosto dure per Mark Zuckerberg. Dopo lo scoppio del caso Cambridge Analytica, la società che ha lavorato alla campagna elettorale di Donald Trump usando i dati di milioni di utenti di Facebook ottenuti illecitamente, il titolo del social network ha perso ieri in borsa il 6,7%, bruciando 36 miliardi di dollari, 5,5 dei quali parte del patrimonio del suo fondatore che è in possesso del 16% delle azioni. Nella seduta di martedì, il titolo ha limitato i danni, chiudendo in calo del 2,56% (dopo aver toccato, durante la giornata, perdite superiori al 5%), una correzione che appare però legata agli acquisti generalizzati spinti dall'attesa per le prossime mosse della Fed. 

Zuckerberg per ora ha deciso di non commentare. Nessun comunicato ufficiale, nessuna nota, nessun post, come aveva abituato tutti quando si trattava di grossi temi che riguardavano la sua azienda. Oggi a Menlo Park, il quartier generale di Facebook, secondo quanto ha riferito The Verge si è tenuto un incontro tra alcuni manager aziendali e i dipendenti, che in queste ore stanno pressando i vertici sulla questione Cambridge Analytica. Ma all’incontro non avrebbe partecipato Zuckerberg, e sull’esito non è trapelato nulla.

Facebook sotto il fuoco incrociato di Usa, Gb e Ue 

L’imbarazzo dell’azienda è evidente. E il fuoco incrociato da parte delle istituzioni è di portata tale da fare tremare le gambe anche alla più potente tech company al mondo. Le autorità di Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Europea vogliono sapere come sia stato possibile che un’enorme quantità di dati sia stata utilizzata senza controllo alcuno da parte di un’azienda, Cambridge Analytica (qui le rivelazioni del suo capo a Channel 4), che avrebbe manipolato le campagne elettorali delle presidenziali americane del 2016, favorendo Trump, e del referendum sulla Brexit, favorendo la rottura con l’Ue.

A Washington, la Federal Trade Commission, l'agenzia governativa per la tutela dei consumatori, ha aperto un'indagine per verificare se Facebook abbia permesso alla Cambridge Analytica di ricevere alcuni dati degli utenti in violazione delle sue politiche. E Trump si è detto d’accordo con l’indagine sostenendo che “i diritti alla privacy degli americani dovrebbero essere tutelati”.

Zuckerberg stesso martedì 20 marzo è stato convocato a Londra dalla commissione della Camera dei Comuni britannica per il Digitale per chiarire il caso dei dati personali incamerati da Cambridge Analytica.

E in questo clima di caccia alle streghe insorge anche l’Ue che con il presidente del parlamento europeo Antonio Tajani chiede a Zuckerberg di rendere conto per chiarire davanti ai rappresentanti di 500 milioni di europei se i loro dati non siano mai stati usati per manipolare la democrazia. E in Italia l’Agcom si chiede quali siano i soggetti politici che nel 2012 avrebbero utilizzato i dati di Cambridge Analytica per profilare l’elettorato italiano, come scritto sul sito stesso della società e rivelato da Agi.

Facebook affonda in borsa, e non è finita. La 'profezia' di Soros
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 Mark Zuckerberg
 

#DeleteFacebook

Ma non sono solo le istituzioni. Su Twitter per tutta la giornata è stato di tendenza criticare Facebook per l’uso dei dati personali al grido di #DeleteFacebook, cancella Facebook, hashtag inglese che nel pomeriggio è arrivato anche in Italia coinvolgendo migliaia di utenti.

Difficile credere che tutto questo non porti a nessuna conseguenza. Da mesi oramai il clima nei confronti dei big della Silicon Valley è cambiato. Gli inglesi hanno coniato un termine per indicare questo fenomeno, techlash, gioco di parole tra technology e backlash (rinculo), difficile da rendere in italiano ma possiamo tradurre come la risacca dopo l’ondata di entusiasmo creatasi attorno alle internet company del duemila, dai big del tech al fenomeno delle startup. 

La profezia di Davos

In queste ore risuonano le parole di George Soros, il finanziere ungherese naturalizzato americano: “È solo una questione di tempo prima che si rompa il dominio globale dei monopoli statunitensi sulle tecnologie dell'informazione” aveva detto a Davos lo scorso 26 gennaio. “Si credono i padroni dell’universo, ma sono schiavi del loro potere. Le società di social media stanno portando le persone a rinunciare alla propria autonomia intellettuale", accentrando su di loro "il potere di plasmare l'attenzione delle persone".

Interessante tra l’altro notare che Soros aveva detto che la manipolazione dei social network avrebbe potuto favorire le “nuove ambizioni nazionalistiche” che avrebbero potuto creare una “rete di controllo totalitario”. Cambridge Analytica lavorava proprio con persone vicine alle nuove destre nazionalistiche, da Trump al Farage della Brexit.

@arcangeloroc

 



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