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Non dimentichiamo le grandi conquiste del passato

Non dimentichiamo le grandi conquiste del passato

C’è chi dichiara la “fine dell’era degli idrocarburi”, ma questo sottintende un giudizio negativo che contraddice la realtà della storia. Progresso, shock energetico, realismo e utopia. Perché la "transizione" deve essere graduale

non dimentichiamo le grandi conquiste del passato editoriale sechi

Si chiude un altro anno pandemico, qualcuno ricco di speranza si chiede quando mai finirà, altri intrisi di pessimismo sono certi del fatto che non ci sarà un “the end” sul film che stiamo vivendo, il vostro cronista pensa semplicemente che il “new normal” sia cominciato da un pezzo e si debba prendere atto di un cambio di rotta della nave della storia. Dove stiamo andando? Domanda ambiziosa, soprattutto se la impagini in una rivista il cui interesse è quello dell’energia nelle sue varie (infinite) declinazioni. La risposta è in una parola: civilizzazione. Colgo l’obiezione dell’illuminista di turno: forse sarebbe più adatta la parola “progresso”? No, perché le parole sono le cose incastonate nel loro contesto storico e nella parola “progresso”, come oggi viene intesa, vi è un’implicita idea di “superamento” di alcuni elementi fondamentali del nostro presente che in realtà non sono archiviabili nel catalogo del passato, faranno parte a lungo del paesaggio in cui viviamo, sono ancora un dato del futuro.

Cosa ci ha condotto fino a qui? Un processo incessante di cambiamenti di stato dettato dalla cultura e dalla tecnologia. Non sottovaluto la forza immensa dell’economia, il motore della produzione, ma essendo motore, “macchina” non autonoma (ci stiamo avviando a tutta velocità al “distacco” della macchina dall’uomo, alla sua “nascita” come Intelligenza Artificiale, entità autonoma, ma questa è un’altra storia) è un dato che viene qualche secondo dopo altri fattori dinamici. L’esperienza mi consiglia sempre di guardare alle sfumature, cercare il non-detto, far parlare i silenzi, leggere le parole e guardare le immagini. Sono un cronista che ama la storia, dunque se mi volto indietro vedo non solo la spinta della necessità - e la funzione dell’economia per soddisfarla - ma anche l’istinto della creatività, la forza dell’invenzione e della scoperta. L’utile (che non sempre è il desiderabile) non è sufficiente a descrivere la realtà. Dunque, non penso che l’analisi dei rapporti economici sia la risposta a tutto, incontra troppi limiti, la vita è rivoluzione e contro-rivoluzione, moto e quiete, Marx rovesciò Hegel, l’illuminismo fu sfidato (e sconfitto) dal romanticismo che a sua volta fu imprigionato dall’impero della tecnica, quello in cui viviamo, in bilico.

Non voglio certo scrivere qui una storia delle idee, ma solo ricordare che la civilizzazione corre sui binari della storia che, a sua volta, è creata dagli uomini e può avere molte dimensioni e narrazioni: può essere una successione lineare di eventi (il dominio del tempo), ma può sfociare letterariamente in un nessun tempo (ucronia) e in un nessun luogo (utopia, ne siamo pieni), può creare un universo di fatti lontani che costituiscono un insieme di elementi coerenti. Così, quando sento i discorsi di chi dichiara la “fine dell’era degli idrocarburi” mi chiedo se chi parla sia dotato di un minimo di senso storico, realismo e immaginazione con i piedi piantati per terra.

“L’era degli idrocarburi” sottintende infatti un giudizio negativo che contraddice la realtà della storia. Basta leggere un solo libro, “Energia e civiltà. Una storia”, scritto da Vaclav Smil, per ottenere tutti gli elementi che servono per dare una valutazione più equilibrata, serena e realista: “Nella storia, il passaggio dai carburanti a base di fitomassa ai carburanti fossili e dalle forze motrici animate a quelle meccaniche ha portato cambiamenti senza precedenti, facendo progredire in modo significativo la qualità della vita e segnando il passaggio a una nuova era”. Quale? Smil ricorda che “nel 1800 gli abitanti di Parigi, New York e Tokyo vivevano in un mondo le cui fondamenta energetiche non erano diverse da quelle del 1700 ma addirittura da quelle del 1300: società alimentate da legno, carbone, lavoro duro e animali da tiro”.

Provate a immaginare cosa fosse il mondo prima del petrolio e delle invenzioni che ne hanno sfruttato disponibilità, efficienza e basso costo. La vulgata dice che la rivoluzione industriale fu quella del vapore, ma è una lettura errata, perché i motori erano inefficienti (come ricorda Smil nel suo libro, nel 1900 una locomotiva a vapore disperdeva il 92 percento del carbone che finiva nella caldaia), pesantissimi e dunque limitati al trasporto su acqua e su rotaia. La rivoluzione arrivò con i motori a combustione interna, alimentati da propellenti liquidi derivanti dalla raffinazione del petrolio greggio, motori efficienti, leggeri, veloci, meno inquinanti.

Un G20 a Roma con al centro il cambiamento climatico, il vertice Cop26 di Glasgow, sembrano un evento remoto (e per questo ce ne occupiamo in questo numero, pensiamo che non vadano dimenticati gli sforzi, i passi avanti e anche gli insuccessi), eppure quello resta il punto di ogni dibattito informato e non demagogico sul nostro futuro. Per chi vuole vederli, la storia emette bagliori chiarissimi. Si dipingono scenari come se fossero l’accadimento di un istante e non il prodotto di un lungo cammino dove il progresso - che oggi si fa coincidere con un inesistente sistema di produzione e consumo di energia senza idrocarburi - si materializza secondo i desideri espressi a tavolino dalla moda di turno, cercare una rotta osservando i fatti e le reali possibilità è considerato singolare, perfino rivoluzionario.

Abbiamo una notizia: non funziona così. È la cronaca a parlare con evidenza: mentre scrivo, il 20 dicembre di un anno in cui scorrono i titoli di coda, ecco i dati della rete elettrica del Regno Unito: il 68 percento è prodotto da combustibili fossili, il 5,6 percento da energia rinnovabile, il 24,5 percento da altre fonti (principalmente l’energia nucleare). Sempre mentre le dita scorrono sulla tastiera, i prezzi del mercato elettrico europeo per MWh sono alle stelle, in Germania hanno toccato il record incredibile di 431 euro. Per un confronto rapido, nello stesso periodo nel 2019 il prezzo in Europa oscillava tra i 25-50 euro per MWh. E l’inverno, secondo il calendario meteo, è iniziato il 1° dicembre e deve andare avanti fino a tutto il mese di febbraio (e di solito marzo non si può definire un mese “caldo”). L’effetto sull’inflazione è noto, galoppa negli Stati Uniti con un impatto immediato sullo scenario politico e i piani del presidente Biden, in Europa morde e sorprende gli economisti costretti a rivedere previsioni in maniera sorprendente per gli scostamenti tra la carta dei report e la realtà (la Banca centrale italiana ha raddoppiato le stime per il 2022 portando il tasso d’inflazione a quota 2,8 percento contro l’1,3 percento indicato solo sei mesi fa), in Germania i prezzi alla produzione sono al livello più alto dal 1951. Serve altro?

Questa non è una transizione energetica ordinata, ricorda quello che gli economisti di Harvard si misero in testa dopo il collasso dell’Unione Sovietica, il passaggio senza colpo ferire dal comunismo al capitalismo. È andata come sappiamo, la Russia è un impero del gas e il Cremlino non si è spostato nel Massachusetts. La via della necessaria decarbonizzazione (di tutti, non del solo Occidente), passa per una parola, realismo, e la saggia e paziente gradualità che serve a qualsiasi sistema economico per cambiare, l’accettazione del fatto che non si può liquidare “l’era degli idrocarburi” come se si trattasse di mettere in moto la propria automobile. Anche perché nove volte su dieci quell’automobile va a benzina.

Sono spunti che restano sul taccuino, li riprenderemo nel nuovo anno, ora è tempo di guardare il fuoco nel camino (brucia legna), di andare a far visita al padre e alla madre (in auto, motore diesel e elettrico, mild hybrid), di cucinare il pranzo di Natale e la cena di fine anno (brucia gas domestico, pentole d’acciaio, piatti di ceramica, industria energivora), di guardare il presepe e le luci dell’albero (plastica, rame, vetro, legno, rete elettrica), di leggere un buon libro (carta, pasta di cellulosa a base di legno, inchiostro, rotativa, elettricità), ascoltare musica (server potenti e cloud, terre rare, elettricità), telefonare agli amici più cari (silicio, litio, terre rare, plastica, vetro, elettricità), brindare al meglio (bicchiere di vetro, consumo intensivo di energia), augurare ai nostri figli di vivere in un’era più istruita (scuola, cemento, gas e elettricità) e consapevole, saggia e piena di senso storico, dove la parola civilizzazione è anche riconoscere ogni tanto i grandi meriti del passato che - nell’era degli idrocarburi e non altrove - nonostante il virus ce l’abbia messa tutta per riportare le lancette dell’orologio indietro, finora ci ha dato benessere, una vita più lunga e pace. Buone feste.

* Direttore dell'Agenzia giornalistica Agi e di We World Energy. Questo articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2021 di WE World Energy

WE World Energy è il magazine internazionale sul mondo dell'energia pubblicato da Eni - diretto da Mario Sechi - che con il suo portato di esperienza e scientificità si è guadagnato una posizione di grande rilievo nel panorama internazionale dei media di settore.