Imprese e cambiamento climatico: le nuove sfide per la corporate governance

Nel settore privato si sta affermando la necessità di un nuovo modello di business per la gestione del rischio climatico. Basato su informazioni chiare e precise. Guida alla “climate disclosure”

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JOHANNES EISELE / AFP
Climate Change

Il cambiamento climatico è un argomento con impatti su scala mondiale. L’azione delle istituzioni pubbliche e della politica non basta: si deve affiancare anche il settore privato. Il tema assume, soprattutto dopo l’approvazione dell’Accordo di Parigi, un’importanza sempre più rilevante e si stanno sviluppando gli strumenti per costruire processi virtuosi.

Governance sul clima

Non è una sfida facile, perché i mutamenti climatici agiscono su lungo periodo e con esiti che sono difficilmente prevedibili per una singola azienda. Negli ultimi mesi questo lavoro ha prodotto una serie di risultati concreti che sono stati presentati a giugno a Milano nella sede della Fondazione Eni Enrico Mattei, nel corso di un convegno organizzato con Nedcommunity, e promosso dall’Italian Chapter on Climate Competent Boards Initiative a cui ha partecipato anche Emma Marcegaglia, Presidente di Eni e della Fondazione Eni Enrico Mattei e Paolo Carnevale, Direttore Esecutivo della Fondazione Eni Enrico Mattei che ha aperto i lavori.

Il documento degli “otto climate governance principles”, elaborato dal World Economic Forum in collaborazione con PwC, è stato illustrato nel corso dell’evento milanese da Jonathan Grant, Direttore Sostenibilità e Clima di PwC United Kingdom. Emma Marcegaglia, da sempre in prima linea sul percorso di consapevolezza e di responsabilizzazione dei Board su questi temi, ha sottolineato “l’importanza di innestare la governance sul clima in un solido sistema di corporate governance che, affiancando la strategia di business, sostenga il rapporto di fiducia dell’azienda con i propri stakeholders”.

I costi del cambiamento climatico

La partita, in termini economici generali, è molto importante. Secondo le stime elaborate da Economist Intelligence Unit si prevede che entro il 2100, le perdite finanziarie potenziali derivanti dai cambiamenti climatici potrebbero variare tra i 2 e i 43 trilioni di dollari, in relazione a uno stock totale globale di attività del valore di 143 trilioni di dollari. Allo stesso tempo, secondo New Climate Economy, la stima per l'adattamento e la mitigazione al cambiamento climatico potrebbe generare opportunità di investimento fino a 26 trilioni di dollari.

Dentro queste cifre non ci sono solo i danni causati da eventi climatici estremi, che saranno sempre più frequenti, ma sono anche la somma di tanti piccoli cambiamenti che, giorno dopo giorno, anno dopo anno, modificano i consumi dei cittadini. Un esempio davvero calzante è quello dei consumi elettrici legati ai condizionatori d’aria. Per rendersene conto, può essere molto utile guardare ai numeri che sono stati presentati nel corso di una ricerca, realizzata da Enrica De Cian, professoressa dell’Università Ca’ Foscari Venezia e pubblicata su Environmental Science and Policy.

La diffusione dei condizionatori

Nei 20 anni che vanno dal 1990 al 2011, in Olanda, il numero dei giorni “caldi” è aumentato del 60% e questo ha avuto un effetto immediato sulle famiglie olandesi. Le abitazioni con condizionatori, già dotate nel 60% dei casi di isolamento termico, sono aumentate in maniera esponenziale passando dallo 0,5% del 1990 al 14% del 2014. In Svezia il numero di condizionatori oggi è 30 volte maggiore rispetto al 2005 e le proiezioni indicano un ulteriore aumento fino a raggiungere più di una famiglia su cinque nel 2040. Lo stesso accade in Svizzera, che è il Paese europeo con meno condizionatori installati a oggi, ma questi aumenteranno del 50% nei prossimi 20 anni, fino a raggiungere quasi il 15% delle famiglie al 2040.

Lo stesso, ma in termini più ampi, accade nell’Europa Mediterranea. In Spagna, anche a causa delle numerose ondate di calore che l’hanno colpita negli ultimi anni, si passa da un aumento del  5% del numero di condizionatori nel 1990 a quasi il 50% nel 2040.  “E non c’è solo questo aspetto da considerare. Sono anni ormai che i consumi giornalieri di gas per il riscaldamento diminuiscono perché gli inverni non sono così freddi”, spiega Stefano Pareglio, Coordinatore Scientifico del programma di ricerca Firms And Cities Towards Sustainability presso la Fondazione Eni Enrico Mattei e Professore di Economia dell’ambiente e dell’energia presso l’Università Cattolica di Milano. Gli esempi non finiscono qui, ma anzi si estendono a ogni campo e anche alla valutazione degli investimenti e degli asset sul lungo periodo.

Aziende valutate per la politica ambientale

“A far emergere la questione è stato – spiega Pareglio – Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra che parlando ai Lloyd disse chiaramente che c’era un problema di stabilità del sistema finanziario di lungo termine che è legato all'impatto che il clima avrà sulle prestazioni aziendali”. Il discorso venne fatto a valle dell’approvazione degli Accordi di Parigi che, pur non prevedendo obblighi vincolanti, pongono obiettivi impegnativi che implicano un cambiamento di strategia da parte di tutti gli attori interessati, aziende comprese. Inoltre, già da alcuni anni si sta diffondendo, per effetto di nuove normative europee introdotte nel 2016 anche in Italia, una maggiore attenzione a quella che si chiama informazione non finanziaria che riguarda non solo le aziende quotate in borsa ma anche quelle che emettono obbligazioni.

“Si tratta cioè di quella informazione, non immediatamente monetizzabile e che non trova spazio nel bilancio, ma che è tuttavia molto preziosa perché ci aiuta a comprendere meglio lo stato di una azienda e la sua sostenibilità nel tempo”, continua Pareglio. Rientrano in questo tipo di informazioni le attività dell’azienda nei confronti di alcuni aspetti sociali, il suo impatto ambientale, il suo rapporto con le comunità in cui è insediata. “È un insieme di informazioni che non ha contenuto direttamente finanziario, ma che i mercati cominciano a guardare con attenzione perché si tratta di ulteriori indicatori della capacità delle aziende di produrre valore stabile nel tempo. In questo panorama che allarga la valutazione delle aziende alle variabili non finanziarie, è arrivato di corsa il tema del cambiamento climatico”.

Climate disclosure

Non poteva essere altrimenti, visti gli impatti già in corso e quelli potenziali nel lungo periodo sulla stabilità del sistema economico. Tanto più che oltre agli impatti fisici del clima sulle attività economiche ci sono infatti anche gli impatti che vengono definiti di transizione, quelli cioè che investiranno le attività delle aziende in funzione dei cambiamenti delle regole di mercato indotti in risposta ai cambiamenti climatici. Sono quelli legati alla conversione da un’economia ad alta intensità di carbonio, ad una invece molto più sostenibile e in linea con gli obiettivi internazionali, quelli cioè definiti dall’Accordo di Parigi. Sono effetti molto importanti sul lungo periodo tanto da far suonare l’allarme da parte dei Governatori delle Banche Centrali e del  Financial Stability Board, per il semplice motivo che possono minare la capacità di un’azienda di continuare a generare valore nel tempo.

E’ difficile in questo contesto riuscire a valutare come calcolare e in che modo affrontare queste problematiche. La  Task Force on Climate-related Financial Disclosures, ha pubblicato nel 2017 una serie di raccomandazioni che servono proprio per dare alle aziende dei riferimenti in merito sia agli impatti fisici che a quelli, cosiddetti, di transizione. Successivamente sul tema è intervenuta nel 2018 anche la Commissione Europea che ha pubblicato prima un piano d'azione per la finanza sostenibile con numerosi riferimenti  al cambiamento climatico, e poi, nel giugno di quest’anno, delle linee guida non vincolanti su come fare la “disclosure” climatica delle aziende. 

Governare gli impatti sul clima

In queste linee guida si chiede di vedere in che modo l’azienda si prepara a governare gli impatti legati al clima e di verificare se il management e il board hanno in essere dei progetti in questa direzione. Un altro aspetto da verificare è quello legato alla definizione della strategia messa in atto per affrontare questi effetti. Si chiede inoltre  di valutare il risk management e di misurare, in termini reali, gli impatti. “In molti casi – spiega ancora Pareglio – si tratta di analisi che sono abbastanza note, come per esempio quelle legate al risk management. Il punto però è che il clima agisce su scale temporali relativamente lunghe e su aspetti che sono difficili da modellizzare per una singola azienda”.

“In questo contesto il World Economic Forum ha lanciato l’iniziativa Climate Competent Boards Initiative che ha come obiettivo proprio quello di stimolare lo sviluppo di specifiche competenze all’interno delle singole aziende e dei rispettivi board. L’iniziativa si è tradotta nel documento degli “otto climate governance principles” presentato a Milano. L’obiettivo è quello di fornire alle aziende delle linee guida a cui possono ispirarsi per cominciare a lavorare sul tema. Il documento individua questi otto principi (dalla climate accountability al reporting e disclosure, ecc.), che, supportati da una serie di domande,  inducono l’azienda a avviare percorsi che portano alla soddisfazione dei requisiti sul tema in questione”.

 



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