Economia circolare 2.0, aprire lo sguardo per chiudere il cerchio

Il ciclo di vita di un prodotto è l’architrave di un futuro più sostenibile. Scatta l’ora delle imprese circolari 2.0 con nuovi modelli di business. E l’Unione Europea adegua i suoi finanziamenti

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Nong Vang / Feem
Economia circolare

Anche l’economia circolare è arrivata allo sviluppo 2.0: non solo recupero degli scarti (i rifiuti), ma un cambio di paradigma che spingerà le aziende a cambiare i modelli di produzione. E cambierà anche i comportamenti dei consumatori. In questo nuovo contesto il sistema finanziario avrà un ruolo centrale per sostenere le imprese circolari. Disincentivando, di fatto, quelle meno virtuose.

L’Unione Europea è già al lavoro per rendere efficaci una serie di nuovi strumenti a sostegno della ricerca e dell’innovazione. Se ne è discusso, lo scorso 10 maggio a XXX, nel workshop organizzato dalla Fondazione Eni Enrico Mattei insieme a Paolo Carnevale, direttore esecutivo di FEEM e a Stefano Pareglio, coordinatore scientifico del programma “Firms and Cities Towards Sustainability” di FEEM.

Il workshop è stato anche l’opportunità per la presentazione del rapporto Circular Economy and Sustainable Development. A Background Report for Initiatives Design elaborato da FEEM, dall’Università Cattolica di Milano e messo a punto dal professor Roberto Zoboli, docente di Economia Politica presso l’ateneo milanese di Largo Gemelli. “La logica del rapporto che abbiamo elaborato per FEEM – spiega Zoboli – è proprio quella di definire il passaggio da una vecchia a una nuova visione dell’economia circolare, il passaggio cioè da un concetto di economia circolare legato ai rifiuti e al recupero dei materiali a uno più ampio caratterizzato da una elevato livello di innovazione, che può essere esteso a tutti gli ambiti di produzione andando anche al di là di quello che è strettamente circolare, ma coinvolgendo delle questioni che riguardano la durata di vita dei prodotti, il risparmio dei materiali, e quindi tutte quelle innovazioni e cambiamenti che in qualche modo risparmiano risorse”.

Dal prodotto al servizio per evitare “l’usa e getta”

In questa nuova prospettiva entrano a far parte del contesto di economia “circolare” anche la sharing economy o forme contrattuali nuove, che riguardano l’affitto di materiali e dei prodotti. “Modelli di business che sostanzialmente non hanno grandi componenti di circolarità materiale, ma che vengono fatte rientrare in questa prospettiva allargata di economia circolare”, precisa il professor Zoboli.

Questo tipo di innovazione è da intendere come ricerca di nuovi prodotti a basso impatto, cioè con ridotta impronta di carbonio. Ma anche come uso di materiali in nuovi modelli di utilizzo. E la direzione della Commissione Europea, che stanzia 10 miliardi di euro per la ricerca con il Programma Horizon Europe e lo European Fund for Strategic Investments conferma la necessità di cambio di passo per le politiche industriali di innovazione verso il modello circolare evoluto.

L’immediato futuro premierà modelli di business che prevedono una gestione integrata del prodotto al contrario di quelli “usa e getta”. Ricerca e innovazione serviranno quindi per ripensare i prodotti realizzati e consumati in Europa. Un ciclo di vita più lungo al posto dell’obsolescenza programmata. “Lungamente trascurato, adesso c’è invece una forte attenzione sul tema della vita dei prodotti – ha spiegato il professore della Cattolica di Milano –. In molti casi l’obsolescenza non è solo il risultato dei nostri comportamenti come cambiare il cellulare ogni 6 mesi, quando invece potrebbe durare 6 anni o più, ma può essere anche il risultato di una strategia programmata dai produttori. Ed evidentemente i casi di Apple, Samsung e altri produttori hanno messo in luce l’azione delle aziende e chiamato al contrasto di queste le politiche di regolamentazione, che devono intervenire in modo sempre maggiore”.

Ma se si allunga il ciclo di vita e di prestazioni cosa succede al valore di mercato di un prodotto? “I modelli di business che cercano di allungare la vita utile dei prodotti vanno a recuperare valore attraverso il miglioramento delle performance”, spiega Zoboli. Il concetto diventa: se dura di più permette di fare più cose per più tempo e dunque, vale anche di più. “Sono in corso – dice Zoboli – in diversi settori, strategie esattamente mirate a catturare il valore associato alla durata e alla qualità dei prodotti piuttosto che alla quantità. Questo è un elemento interessante e nuovo”.

Così il mercato delle auto elettriche diventa 2.0

Facciamo un esempio molto attuale: le auto elettriche. Uno degli aspetti problematici sono i tempi e costi di ricarica e i costi per lo smaltimento delle batterie. Alcuni produttori in Cina e in Italia stanno provando a rivoluzionare questo business con una strategia 2.0: le batterie vengono affittate e nelle stazioni di servizio, al posto delle colonnine, con un tempo di sosta di circa 20 minuti per la ricarica, si sostituisce solamente la batteria.

“È quello che dicevamo, un nuovo e interessante modello di business: i produttori ti vendono l’auto, ma restano proprietari delle batterie che vengono affittate cariche al proprietario dell’auto che poi le recupera, le ricarica e le rimette in circolazione. In questo modo si realizza anche un miglior circuito di recupero una volta esauste”. Il nuovo paradigma rispetta i dettami dell’economia circolare 2.0 perché, con questa strategia, si diminuisce la quantità di batterie al litio da smaltire aumentando invece la diffusione della auto elettriche, perché i prezzi più economici dei modelli saranno determinati dalla possibilità di affittarle invece che comprarle.

Così invece che sul “prodotto” (le batterie) il modello di business diventa il “servizio” (l’affitto) con il produttore che non solo svolge il ruolo di “venditore” ma anche quello del “gestore” dell’utilizzo fino al fine vita del prodotto e del suo smaltimento. Una vera e propria verticalizzazione della filiera definita come servitization, che entra a pieno titolo nell’evoluzione dell’economia circolare perché il valore del servizio è superiore al valore del prodotto.

E a proposito di recupero energetico come siamo messi?

L’economia circolare 2.0 punta dunque a ridurre l’impatto e l’uso dei materiali, ma non necessariamente il loro recupero energetico. Sul tema la Commissione Europea ha pubblicato la strategia per la Carbon Neutral Economy 2050: uno dei pilastri per portare l’economia europea verso la decarbonizzazione è proprio la sua circolarità, con l’inevitabilmente sostituzione dei combustibili fossili con la combustione di rifiuti oltre che con le fonti energetiche rinnovabili. In ogni caso il contributo dei rifiuti alla decarbonizzazione è un elemento che trova spazio e attualità nelle politiche europee.

In questa nuova partita, anche la finanza giocherà una parte rilevante secondo il professor Zoboli: “Da qualche anno – conclude – assistiamo a un approccio innovativo promosso proprio dalla Banche Centrali Europee e dalla stessa BCE, che punta a chiarire i rischi connessi alle attività economiche alla luce dei target di riduzione delle emissioni stabiliti negli Accordi di Parigi. Si tratta di introdurre il rischio climatico tra i criteri di valutazione delle opportunità economiche da considerare nella valutazione degli investimenti”.  E alcuni istituti di credito hanno iniziato a sviluppare delle linee guida per favorire e premiare gli investimenti nel settore della Circular Economy. “In pratica, se si riesce a far certificare un processo come uno di quelli riconducibili a questo specifico ambito, allora si possono pesare di ottenere migliori titoli ai fini di un potenziale accesso al finanziamento” conclude il docente dell’Università Cattolica.



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