Perché per gli analisti nel 2020 l'economia americana entrerà in 'zona pericolo'

La globalizzazione, l'invecchiamento della popolazione, il peso del debito, il basso aumento della produttività saranno le cause di questa crescita lenta

economia usa 
JOINT BASE ANDREWS, UNITED STATES 
Donald Trump

Nonostante abbia archiviato il periodo di espansione economica più lungo della sua storia contemporanea, gli Stati Uniti starebbero per entrare in una "zona di pericolo": quasi un economista su due infatti teme un significativo colpo di freno, o comunque segnali di recessione, nel 2020.

Finora, da quando gli Usa sono usciti dalla crisi causata dalla crisi dei mutui subprime di fine giugno 2009, nota come "Grande Recessione", l'attività è cresciuta costantemente ma modestamente. Per gli analisti, la globalizzazione, l'invecchiamento della popolazione, il peso del debito, il basso aumento della produttività sono le cause di questa crescita lenta.

Mentre negli anni '50 e '60 la crescita media del Pil degli Stati Uniti aveva raggiunto un picco superiore al 4%, la media degli ultimi dieci anni non ha infatti superato il 2%. Fu peraltro agli anni '60 che il presidente Donald Trump si riferiva alla "grandezza dell'America" quando promise di far tornare grande l'America.

E così, grazie anche ai massicci tagli fiscali - soprattutto per le imprese -, all'aumento delle spese - in particolare per le spese militari - e agli sforzi di deregolamentazione, la crescita del Pil statunitense si è avvicinata al 3% nel 2018 e precedentemente nel 2015 sotto l'amministrazione Obama. Soprattutto, il tasso di disoccupazione, pari al 3,6%, non è mai stato così basso in cinquant'anni.

Trump sostiene che l'economia statunitense potrebbe crescere fino al "4%, o anche il 5%", se solo la Federal Reserve (Fed) abbassasse i tassi di interesse invece di comportarsi come un "bambino testardo".

Sia come sia, il Pil già quest'anno dovrebbe rallentare: per la Fed stessa, segnerà il 2,1% mentre il Fmi stima un 1,9%. Standard and Poor's, invece, è più ottimista, con una crescita del 2,5% quest'anno rispetto al 2,9% del 2018. Ma è il 2020 che preoccupa gli investitori. Secondo JPMorgan Chase, c'è quasi una possibilità su due (45%) che la principale economia mondiale mostri segnali di recessione.

La frenata verrebbe dalla riduzione delle misure di stimolo fiscale, dall'indebolimento dell'attività economica e dal rallentamento della produzione globale che potrebbero portare sempre secondo gli analisti a una crescita inferiore al 2% nel 2020.

Secondo alcuni esperti, la 'spia' principale della frenata dell'economia sarebbe rappresentata dalla curva del mercato obbligazionario che avrebbe storicamente preannunciato una recessione: il tasso di interesse sul debito a breve termine statunitense (tre mesi) ora è superiore a quello sul debito a lungo termine (dieci anni).

Questo fenomeno apparentemente illogico, noto come "inversione della curva dei tassi di interesse" è stato spesso interpretato dagli investitori come uno dei primi segnali di recessione a medio termine negli Stati Uniti. Vale a dire, nei giorni scorsi, al governo è costato di più prendere a prestito per tre mesi (2,128%) che per dieci anni (2,014%).



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