Per i dipendenti di Google è finita l'era degli arbitrati obbligatori

La decisione giunge come esito di numerose proteste da parte dei dipendenti dell’azienda, che hanno portato avanti negli ultimi mesi delle campagne volte a modificare l’obbligo di arbitrato previsto da contratto

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Afp

Google ha annunciato che, a partire dal 21 marzo, i dipendenti non saranno più obbligati a ricorrere ad arbitrato per risolvere le controversie con l’azienda. Il cambiamento avrà effetto in tutto il mondo e i potranno fare ricorso anche per decisioni passate, a meno che non siano già state pacificate, come spiega TechCrunch. La novità riguarderà anche le società che lavorano in appalto diretto con Google, che tuttavia non chiederà a quelle esterne di fare altrettanto.

La decisione giunge come esito di numerose proteste da parte dei dipendenti dell’azienda, che hanno portato avanti negli ultimi mesi delle campagne volte a modificare l’obbligo di arbitrato previsto da contratto. A novembre, in seguito a una protesta che aveva coinvolto 20 mila persone, Google aveva deciso di abbandonare l’obbligo di arbitrato interno per i casi di molestie sessuali, segnando la strada per altre aziende del settore tecnologico. In seguito alla decisione anche eBay, AirBnb e Facebook avevano fatto altrettanto.

L'obiettivo degli arbitrati interni è di garantire la risoluzione di controversie senza che queste diventino pubbliche. Soluzione preferita dalle aziende, che così possono raggiungere accordi diretti con i dipendenti, i quali perdono il diritto di citarle in giudizio.

Un gruppo di sei dipendenti di Google - di cui un program manager del motore di ricerca dell’azienda - hanno annunciato che giovedì saranno a Washington per affiancare senatori e deputati favorevoli alle loro istanze. L'obiettivo è di “estendere la fine dell’arbitrato a ogni contesto di lavoro”, scrivono. Secondo i dati forniti dall’organizzazione End Forced Arbitration (dall’inglese, Fine dell’arbitrato forzato), negli Stati Uniti i dipendenti soggetti a questo tipo di obbligo sono oltre 60 milioni.

Solidale con il movimento nato in Google, la deputata Jackie Speier, ha scritto in un tweet che “Il secondo passo sarà assicurarsi che questo importante cambiamento si applichi al 50% dei lavoratori di Google, che sono lavoratori temporanei, fornitori e appaltatori”.



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