"Non hanno la passione per fare gli editori", dice Carlo De Benedetti dei figli

Intervista al Corriere della Sera del presidente onorario del gruppo editoriale Gedi

de benedetti gedi repubblica

“I miei figli sanno far e bene altri mestieri. Ma non hanno la passione per fare gli editori. Non hanno neanche la competenza; ma prima di tutto non hanno la passione”. In un’intervista al Corriere della Sera l’ingegner Carlo De Benedetti, presidente onorario del gruppo editoriale Gedi, muove un pesante attacco frontale ai quattro figli, gli eredi che gestiscono le molteplici attività del Gruppo Espresso.

Devono “riconoscere che non sono capaci di fare questo mestiere”, aggiunge poi, per il quale prima di tutto ci vuole “passione” che loro non hanno. “E senza passione – spiega – non puoi fare un mestiere così particolare, artigianale, per il quale occorrono sensibilità, gusto estetico, cultura, capacità di conduzione di uomini, talento per mettere insieme un’orchestra e il direttore che la dirige, decidere quale spartito suonare”.

Mentre, a detta del padre, i figli – “in particolare Rodolfo” – “lo considerano un business declinante”, atteggiamento che l’Ingegnere considera sbagliato perché “significa considerarlo un mestiere qualsiasi”, che invece così non è.

Secondo Carlo De Benedetti, infatti “la grande ingenuità dei miei figli” è quella di continuare da tempo “a cercare un compratore per il gruppo”, che è “una ricerca inutile” perché “in Italia un compratore non c’è”. Inteso come editore e non fondi di investimento perché in questo specifico caso “un compratore c’è sempre”. “Ma il mestiere dell’editore – poi aggiunge – è talmente difficile e ingrato che, se uno decide di comprare un oggetto come la Repubblica, lo fa per difendere altri interessi: politici o economici”.

Fin qui, dunque, la spiegazione della passione e la cura dell’oggetto editoriale, la cui tutela i quattro eredi non riuscirebbero a garantire, mentre lui – l’Ingegnere – qualche idea ce l’avrebbe, come per esempio come risanare l’azienda riprendendo a “a investir e pesantemente in un settore in cui Repubblica per anni ha eccelso: il digitale” mentre in un secondo tempo, una volta che l’azienda sarà in condizione di navigare da sé, “pur sapendo che i mari resteranno procellosi, dobbiamo trovare un approdo” che per De Benedetti sarebbe “portare le mie azioni, convincendo gli altri azionisti a fare altrettanto, in una Fondazione”.

Fondazione nella quale confluiranno “rappresentanti dei giornalisti, dirigenti del gruppo, personalità della cultura.” Con l’esplicito obiettivo di “assicurare un futuro di indipendenza a un pezzo di storia italiana”. Che è anche l’identità dell’editore De Benedetti, oltre ché “della vita di questo Paese”, chiosa l’Ingegnere, “che merita di essere conservato e gestito”.

Certo, poi De Benedetti riconosce che un giornale gestito da una Fondazione “in Italia non è ancora accaduto” a differenza di quanto avviene invece “in Inghilterra e in Germania” e “che hanno la proprietà di un giornale”. Ai figli, pertanto, l’Ingegnere propone non “un atto di generosità ma di responsabilità” perché se non amano il giornale “smettano però di distruggerlo”.

L’uscita di De Benedetti nell’attacco frontale ai figli e l’offerta di rilevare un 30% delle azioni, prima di questa intervista al Corriere, risale a due giorni fa, ciò che gli fa dire che “intanto gli azionisti Cir dovrebbero ringraziarmi per questo regalo piuttosto consistente: la mia offerta ha fatto aumentare il valore in Borsa del titolo di oltre il 15%” portando il valore delle azioni, precipitato con la gestione dei figli al 25%, a un importo superiore. Per poi precisare: “Non è questione di soldi, non voglio fare un affare. Le ripeto che dopo il rilancio intendo regalare le azioni a una Fondazione”.



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