Perché Bitcoin sta crollando e gli effetti su chi lavora nel settore

Diminuiscono negli ultimi mesi il numero di persone che cerca impiego con le cripto. Ma potrebbe voler dire che oramai c'è piena occupazione. Intanto Bitcoin segna un nuovo record negativo

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 (Afp)
 Bitcoin

Mentre le criptovalute precipitano, resta massiccia la domanda di specialisti di monete digitali e blockchain. Anche qui, però, la corsa rallenta. Secondo una ricerca di Indeed (un motore di ricerca per trovare lavoro), tra ottobre 2017 e lo stesso mese di quest'anno, le ricerche di professionisti interessati a un posto nel settore sono diminuite del 3%.

La domanda (cioè le posizioni offerte dalle aziende) continuano ad aumentare, del 25,5%. C'è quindi ancora fiducia, anche se, sottolinea Indeed, nel mondo del lavoro lo scenario “è molto diverso rispetto all'interesse registrato nell'anno precedente”.

Le offerte di lavoro nel settore

Riguardando ai 12 mesi precedenti, infatti, l'ordine di grandezza era assai diverso: “Da ottobre 2016 a ottobre 2017, l'interesse per i ruoli relativi a blockchain e criptovaluta era aumentato del 481,61% e quello dei dei datori di lavoro era aumentato del 325%”. I dati vanno letti con cautela.

È possibile che la flessione tra chi cerca lavoro sia dovuta a una piena occupazione. In altra parole: meno persone cercano perché in molti hanno trovato un impiego. Altri analisti, come Janco Associates, continuano a definire “robusto” il mercato del lavoro nel settore. E un altro motore di ricerca specializzato, Hired, afferma che lo sviluppatore blockchain guadagna 175.000 dollari, contro una media generale di 137.000 dollari. Le offerte più generose possono essere l'indice di un comparto che ha fame di talenti, difficili da reperire. Dopo l'abbuffata dello scorso anno, resta comunque una tendenza alla normalizzazione di blockchain e criptovalute, anche nell'occupazione.

Perché Bitcoin cala

Bitcoin ha aggiornato i suoi minimi da inizio anno: ha sfiorato i 4200 dollari, il 70% in meno da gennaio. La perdita nell'ultima settimana è attorno al 30%. Non è solo la principale moneta digitale a soffrire, ma quasi tutte le criptovalute. La loro capitalizzazione complessiva, che a inizio 2018 superava gli 800 miliardi di dollari, adesso è scesa sotto i 150.

Dopo un periodo di relativa stabilità, che durava dall'inizio dell'estate, tornano le fibrillazioni. E questa volta tutte verso il basso. Come al solito, individuare una causa è complicato. Il mercato delle criptovalute reagisce a volte in maniera impulsiva, correndo alla ricerca di ricchezza, scappando ai primi segni di difficolta e innescando una spirale negativa.

Pesa senza dubbio la stretta della Sec (la Consob americana) sulle Ico (metodo di raccolta di capitali tramite criptovalute), con la prima condanna di sempre. Più in generale, le Ico sono sotto la lente di un numero crescente di autorità nazionali. Persistono i soliti problemi di scarsa liquidità e gestione centralizzata degli scambi, che condizionano l'andamento e favoriscono le fiammate (verso l'alto o verso il basso). Ad aumentare il nervosismo c'è poi stata la “biforcazione” di Bitcoin Cash, cioè una “scissione” in due criptovalute. Anche Bitcoin Cash era nata da una manovra simile, detta “hard fork”, sul Bitcoin.

Ma in quell'occasione si trattò di una questione di principio: Bitcoin Cash era nata per essere più agile e superare alcuni limiti del Bitcoin originario. La scissione più recente non sembra essere dettata da basi così solide, dando così l'idea che il mondo delle criptovalute sia instabile e poco affidabile.  



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