ArcelorMittal fermerà gli impianti. Allarme nell'indotto

L'azienda ha comunicato ai sindacati il cronoprogramma dello spegnimento degli altiforni. Gli imprenditori a Patuanelli: "Non siamo più nelle condizioni di garantire gli stipendi ai dipendenti"

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L'acciaieria di Taranto è un malato terminale. Così i sindacati descrivono l'ex Ilva, sperando ancora che ArcelorMittal torni sui suoi passi e rispetti gli impegni presi un anno fa, mantenendo il lavoro agli oltre 10.700 addetti. Anche i fornitori e gli imprenditori dell'indotto contano che il gruppo franco-indiano non lasci l'Italia e paghi i 50 milioni di crediti; eppure riconoscono, con le parole del presidente di Confindustria Taranto Antonio Marinaro, che "il disimpegno prende corpo".

L'azienda ha infatti comunicato l'avvio dello spegnimento degli impianti a dicembre per arrivare a metà gennaio alla completa chiusura: entro il 13 dicembre è previsto lo spegnimento dell'Altoforno 2, a fine dicembre l'Altoforno 4 e a metà gennaio l'Altoforno 1, con la definitiva fermata delle due acciaierie. A seguire agglomerato, le cokerie e la centrale termoelettrica.

"Una morte annunciata"

"Una morte annunciata" per il segretario generale della Uilm Rocco Palombella, secondo cui "oggi si è consumato il fallimento di una classe politica che non è stata in grado di tutelare la salute dei cittadini di Taranto, un settore industriale fondamentale per l'economia italiana e salvaguardare oltre 20 mila posti di lavoro". "La situazione sta precipitando in un quadro sempre più drammatico - avverte il segretario generale della Fim Marco Bentivogli - che non consente ulteriori tatticismi della politica". "Il cronoprogramma delle fermate - fa notare la segretaria generale della Fiom Francesca Re David configura la possibilità di dismissione con ricadute drammatiche sul futuro ambientale e occupazionale".

Oggi il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli ha ricevuto gli imprenditori dell'indotto e gli autotrasportatori, che dal 2015 vantano 200 milioni di crediti e ora annunciano di non essere più nelle condizioni di garantire gli stipendi dei dipendenti. Domani nuovo tavolo con sindacati (le federazioni dei metalmeccanici e i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil) e l'ad di ArcelorMittal Italia Lucia Morselli.

"Nessuno - sottolinea Re David - potra' limitarsi ad una semplice presa d'atto della fuga di ArcelorMittal dalle responsabilità e dagli impegni assunti con l'accordo del 6 settembre 2018". Ma se i sindacati, che hanno già fatto uno sciopero di 24 ore, si dicono pronti a nuove mobilitazioni, l'esecutivo continua a ripetere che non sussistono le condizioni per il recesso. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ribadisce che il governo non permetterà che il piano ambientale rischi di saltare e il ministro del Lavoro Nunzia Catalfo assicura che si troverà la soluzione adatta per mantenere livelli occupazionali e produzione.



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