Il crollo verticale dei dottorati di ricerca in Italia

L’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (ADI) ha calcolato che dal 2007 i posti banditi sono diminuiti del 43,4%

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Maggio, giugno e luglio sono mesi cruciali per gli studenti italiani. Per gli alunni delle scuole medie e superiori ci sono gli esami di fine ciclo di studi, mentre per gli universitari arriva la sessione estiva di esami e di laurea. Negli stessi mesi, gli studenti che dopo la laurea triennale e magistrale vogliono continuare la carriera accademica, sono alla ricerca degli ultimi bandi per i posti di dottorato di ricerca. Non tanti in Italia, in verità, e in continua diminuzione.

L’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia (ADI) ha calcolato che dal 2007 i posti banditi sono diminuiti del 43,4%. In particolare, il Nord ne ha persi il 37%, il Centro il 41,2% ed il Mezzogiorno il 55,5%. In un solo anno, a livello nazionale, i posti banditi sono passati da 9.288 del 2017 a 8.960 del 2018 (-3,5%).

Calo dei posti messi a bando e dei corsi di dottorato

La riduzione è dovuta in particolare al taglio drastico dei posti non finanziati (senza borsa di studio) che secondo i dati del Ministero della Pubblica Istruzione (MIUR) elaborati dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR), solo tra il 2012 e il 2014 sono diminuiti del 48% passando rispettivamente da 4.209 a 1.928.

Una tendenza che è continuata anche negli anni successivi anche in conseguenza delle nuove linee guida del MIUR del 24 marzo 2014 che stabiliscono come requisito di sostenibilità del corso di dottorato che il 75% dei posti disponibili sia coperto da borse. Nel 2018 i posti di dottorato non finanziati sono stati il 16,9%, nel 2010 erano il 39%. La diminuzione dei posti senza borsa non si traduce però in un corrispondente aumento di quelli con borsa.

 

 

Anche i corsi di dottorati, ossia i percorsi di studi in base alle diverse discipline, sono diminuiti nettamente con un calo del 41% tra il 2012 e il 2013, e di un ulteriore 2,4% nell’anno successivo. Con il decreto ministeriale n. 45 dell’8 febbraio 2013, le procedure di approvazione dei corsi di dottorato sono profondamente cambiate con l’obiettivo di aumentarne la qualità e la selettività. Osservando i dati della serie storica a partire dal 2006/07, i  corsi di dottorato di ricerca sono passati da 2.897 del 2006/07 a 2.221 del 2014/15 (con il numero di iscritti che è passato da 40.121 a 32.771 negli stessi anni), fino a 1.256 del 2015/16.

 

 

La spesa pubblica per gli studi universitari

I dottorati riflettono le conseguenze dei tagli che hanno colpito il settore dell’Università negli ultimi anni. Il principale strumento di finanziamento degli atenei statali è il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Per il sostegno al diritto allo studio, la voce di spesa è il fondo per le borse di studio, che integra le risorse regionali e il fondo per la mobilità. L’ANVUR ha calcolato che rispetto al 2009 i finanziamenti all’FFO hanno registrato un calo di circa 1 miliardo di euro (-12%), di cui 180 milioni per il sostegno agli studenti.

In base alla spesa pubblica per l’istruzione universitaria, l’Italia si classifica in posizioni sempre molto basse nel confronto internazionale. Se si considera la spesa italiana per studente, con i suoi 11.285 dollari annui l’Italia spende in circa il 30% in meno rispetto alla media dei paesi OCSE (16.518 dollari). Un risparmio per lo Stato che si traduce in maggiori uscite per le famiglie che devono coprire oltre il 27% della spesa per l’istruzione terziaria.

 

 

Anche considerando la spesa in rapporto al prodotto interno lordo (PIL) il confronto non è meno duro. Nel 2014 la spesa a carico del settore pubblico in Italia (0,96%) era quasi 0,6 punti percentuali inferiore rispetto alla media dei paesi OCSE (1,55%). Nel 2015 tra i 28 Paesi dell’Unione Europea l’Italia si è collocata agli ultimi posti per finanziamenti pubblici all’istruzione terziaria: il nostro Paese ha speso lo 0,8% del PIL contro l’1,2% della media dei paesi dell’EU-28.

 

 

Un profilo dei dottorandi italiani

Secondo la definizione del “Processo di Bologna”, l’accordo intergovernativo del 1999 che ha armonizzato l’istruzione superiore tra i paesi europei, il dottorato corrisponde al massimo livello d’istruzione, il terzo ciclo degli studi universitari.

I dati dell’VIII Indagine ADI su Dottorato e Postdoc evidenziano che l’età media dei dottorandi italiani è di 29,5 anni. Gli under 30 rappresentano circa il 63% dei dottorandi e in genere iniziano il dottorato uno o due anni dopo la laurea magistrale. Nonostante nel 2016 in Italia la quota di 25-34enni con laurea magistrale (o equivalente) e dottorato è salita a 15,5%, rimane ancora una volta bassa rispetto alla media UE22 del 17,7%.

I dati di ADI mostrano inoltre che il 40% dei posti è bandito da solo 10 atenei: 7 al Nord (Trento, Padova, Bologna, Milano Statale, Politecnico Milano, Torino e Genova), 2 al Centro (La Sapienza Università di Roma e Università degli Studi di Roma "Tor Vergata") e 1 al Sud (Università degli Studi di Napoli Federico II). Tra le tre grandi macroaree del Paese esistono forti differenze: oggi il Nord conta il 48,2% dei dottorati banditi in Italia, il Centro il 29,6% e il Mezzogiorno il 22,2%.

Dal Rapporto Biennale sullo Stato del Sistema Universitario e della Ricerca 2018 dell’ANVUR sappiamo invece che, a livello nazionale, la presenza maschile e femminile è ugualmente rappresentata: se nel 2010 le donne rappresentavano il 51,7% rispetto al 48,3% degli uomini, nel 2016 entrambe le componenti contano per il 50% degli iscritti. La presenza femminile è piuttosto elevata negli atenei del Sud, con una quota del 55% di studentesse. ADI rivela però che la percentuale di donne si riduce procedendo progressivamente verso le posizioni apicali: rappresentano il 50,3% tra gli assegnisti, il 41,1% tra i ricercatori a tempo determinato di tipo B, il 37,5% tra i professori associati e solo il 23,1% tra i professori ordinari.

 

 

Dopo il dottorato

Il titolo di dottorato fatica ancora oggi ad essere apprezzato dal settore produttivo nazionale. Il report “Condizione occupazionale dei Dottori di ricerca 2018” di Almalaurea afferma che nonostante il tasso di occupazione sia dell’83,5%, il mercato del lavoro non riesce a valorizzare il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori.

I dati Almalaurea dicono che a un anno dal titolo di dottore il 24,6% svolge un’attività con borsa o assegno di ricerca, mentre la restante quota svolge un’altra attività lavorativa (59,0%). Il 38,6% degli occupati prosegue l’attività intrapresa prima del conseguimento del dottorato: di questi il 16,1% ha iniziato l’attuale lavoro durante il corso di dottorato, mentre il 22,5% l’ha iniziato ancor prima di iscriversi ad esso.

Il restante 49,6% degli occupati ha trovato lavoro solo al termine del dottorato: il 68,2% tra i dottori in scienze di base e il 53,9% tra quelli in ingegneria. La retribuzione mensile netta dei dottori di ricerca è, in media, di 1.625 euro, valore più elevato sia di quella dei laureati magistrali biennali del 2016 ad un anno dalla laurea (1.153 euro, +40,9%) sia dei laureati 2012 a cinque anni dalla laurea (1.428 euro, +13,8%).

 

 

Forse anche per questo l'Italia è agli ultimi posti tra i Paesi OCSE per attrazione di lavoratori altamente qualificati. Su una scala da 0 ad 1, l’Italia rileva un indice di attrattività di circa 0,4 che ci fa posizionare in fondo alla classifica dei 35 Paesi OCSE, solo davanti a Grecia, Messico e Turchia. Gli indicatori dell'OCSE valutano sette fattori: qualità delle opportunità, stipendi e tassazione, prospettive future, ambiente familiare, ambiente lavorativo, inclusività e qualità della vita.

Gli indicatori tengono anche conto di quanto sia difficile per i potenziali migranti, con le competenze richieste, ottenere un visto o un permesso di soggiorno. Secondo l’OCSE l'Italia fatica ad attrarre talenti a causa della sua situazione economica e delle carenze nel mercato lavorativo, che disincentivano gli stranieri a investire o a cercare lavoro nel nostro Paese.



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