AGI - In apparenza un saggio storico basato su un’inchiesta giudiziaria, ma dai toni decisamente letterari; appena sotto la superficie, un’indagine di psicologia sociale capace di esplorare dinamiche che oltrepassano la loro dimensione temporale. ‘Virginia De Leyva. La monaca di Monza’ (Laterza), ultimo libro della saggista, autrice radiofonica e professoressa associata di Storia Moderna alla Sapienza di Roma Lisa Roscioni, spariglia le carte della narrazione di genere riesumando una figura chiave del nostro immaginario collettivo dal passato per porre domande al presente. Presentando la donna non solo come vittima, ma anche come carnefice, e l’uomo non solo come violento prevaricatore, ma anche come complice, il testo sottende una lettura culturale dei rapporti tra i sessi più complessa e sfaccettata della cronaca quotidiana, di cui l’AGI ha parlato direttamente con l’autrice.
Perché ha deciso di liberare dalla gabbia manzoniana la vicenda della monaca di Monza?
Innanzitutto, mi colpiva che gli atti del suo processo, già pubblicati in un volume dedicato a Manzoni, non fossero mai stati analizzati dal punto di vista storico. Trovavo inoltre stimolante confrontarmi con l’equivoco secondo cui le dichiarazioni rilasciate in un’indagine così remota potessero corrispondere al vero. Chiunque parlasse in un contesto privo di garanzie come quello della giustizia, ecclesiastica o ordinaria, del Seicento, da testimone poteva ritrovarsi imputato. Ciò che diceva era quindi già strategia difensiva, cui aggiungere il filtro del notaio che prendeva nota e correggeva. Invece io volevo afferrarle queste voci, capire cosa dicevano davvero.
E ha colto quella di Virginia, la monaca di Monza?
Il suo è un personaggio complesso, che ho cercato di distinguere dalla persona. Il romanziere costruisce i suoi protagonisti facendoli aderire a uno schema narrativo, ma gli esseri umani risultano sempre più sfaccettati. Sono tante cose insieme, e cambiano linguaggio in base al contesto cui si relazionano. L’appartenenza di Virginia a un’importante casata spagnola le conferiva una posizione di dominanza nel convento in cui viveva e nella stessa società monzese; al tempo stesso era una donna costretta a farsi monaca da giovanissima, forse addirittura prima del consentito, che tuttavia non aveva subito passivamente quella coercizione. In base agli atti processuali non sappiano nemmeno se negli anni avesse costruito una vocazione. Inoltre, aveva una relazione con il vicino Gian Paolo Osio, di cui tutti erano a conoscenza – le testimonianze concordano - , ma che nessuno denunciava. E al proposito non ci è dato di sapere se provasse dei sentimenti amorosi. Dai documenti sfuggono dettagli in tal senso, irrilevanti ai fini processuali, ma proprio per questo indicativi: l’iniziale gioco di sguardi del corteggiamento, la raccomandazione a Osio di seppellire il loro bambino nato morto perché ‘non lo mangiassero li cani’, la lunga malattia di tipo depressivo dopo la fallita gravidanza. La sfida era dare luce all’interiorità di Virginia oltre le carte processuali. Non ho romanzato niente, perché spesso la realtà supera la narrativa. Lasciando i fatti com’erano, anche nella loro crudezza, gli ho permesso di dire ciò che volevano dire.
Il libro si basa infatti su un'inchiesta giudiziaria: come si bilancia il rigore della ricerca con l’idea di restituire la dimensione psicologica dei protagonisti?
Si gioca d’equilibrio, di sottrazione: sfrondando, soppesando e confrontando le fonti per proporre, infine, delle ipotesi. A differenza di chi scrive narrativa, io lavoro a carte scoperte: dichiaro le mie congetture, in alcuni casi ammetto di non sapere e così mi assumo il rischio di interpretazioni che potrebbero non corrispondere alla realtà. Una sola lettera privata di Virginia, quella che scrive a padre Arrigone insultandolo, risulta sicuramente non filtrata, ma so che non è la sua unica voce. Ce ne sono altre.
La sua scrittura è obiettivamente letteraria: ha alzato il livello della narrazione per fini divulgativi?
In parte sono stati gli stessi documenti a condurmi a una dimensione narrativa, perche il processo è già un racconto. Diciamo che sono stata indotta e che alcune scene mi sembravano tanto evocative da rendere al meglio un contesto. Ma in realtà scrivo sempre con cura, pensando che un libro può essere letto a vari livelli. Per questo uso le note per le parti più specifiche. A differenza di quelli scientifici, gli argomenti storici richiedono un linguaggio accessibile a tutti, secondo me: ogni lettore prenderà poi quello che vuole. Per le vicende riguardanti singole persone il principio è ancor più valido, va lasciato uno spazio all’immaginazione, privo di spiegazioni precostituite. Più che divulgare, mi piace condividere. Le tradizioni storiografiche inglesi e francesi ci hanno insegnato molto in tal senso, curando la scrittura anche nella ricostruzione di questioni molto complesse.
La demitizzazione è un passo necessario per il progresso delle idee?
Direi di sì, se attribuiamo alla storia una finzione critica e non solo di intrattenimento. Io cerco di ragionare sui fatti di cui scrivo e dare al lettore gli strumenti per farlo a propria volta, con spirito critico. E’ una sorta di impegno civile, di questi tempi, indurre le persone a ragionare in modo consapevole.
Lei preferisce la Storia o la microstoria?
Non sono in opposizione. Quella della microstoria è stata una stagione importante della storiografia e partire da un singolo caso per toccare temi universali rappresenta una delle soluzioni possibili, Ma non esiste una gerarchia di efficacia e importanza, dipende dall’oggetto di studio.
Qual è la vera domanda sottesa del libro?
Chiedersi chi fosse una persona è un’operazione legittima? Io penso che possiamo tentare, produrre ipotesi, porci delle domande. Certo, il tema di fondo del mio saggio è la condizione femminile: come viveva una donna in un contesto di violenza e coercizione come quello del Seicento? Tuttavia volevo rompere lo schema della donna-vittima, esplorando la capacità di una persona di reagire e decidere per se stessa un destino diverso da quello che le è stato dato. E’ stato un caso eccezionale, quella della monaca di Monza? Non lo sappiamo. Di sicuro, anche dopo tredici anni in una cella minuscola, il suo io sopravvive e si afferma. Forse si è trattato di un’eccezione, forse no. Un altro tema del libro è il rapporto tra donna, violenza e potere. La monaca di Monza ha subito la coercizione, ma ha anche a propria volta usato violenza da una posizione di potere. Come si comporta la donna quando vi si trova? E’ un argomento tabù, perché lo stereotipo è quello del femminile che il potere lo subisce in una società patriarcale. In questo senso il testo esplora una questione di genere: non ho affrontato la vicenda di Virginia in tali termini, ma il mio lavoro tocca anche questi aspetti.