AGI - I rapporti della Chiesa con la scienza, da Galileo Galilei in poi, non sono stati mai troppo lineari, e si sono spesso mossi lungo le misteriose e infinite vie della Provvidenza.
Quando si trattò di mettere al sicuro la Basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi che come un prezioso e gigantesco sarcofago proteggeva il luogo in cui San Francesco aveva reso l’anima a Dio, Pio VI (1717-1799) non ebbe nessun dubbio e nessun dogma preclusivo. La cupola era stata funestata il 27 ottobre 1791, quinto giorno prima delle calende di novembre, da un violento fulmine che le aveva inferto gravissimi danni. I lavori di ricostruzione della basilica voluta da Pio V (1504-1572) ed eretta dal 1569 al 1679 su progetto di Galeazzo Alessi (1512-1572), furono rapidi. Con un’innovazione significativa il Papa consegnò la sintesi dell’intervento a parole scolpite nel marmo. Egli stesso, avendo supportato economicamente il restauro, ordinò che il luogo sacro fosse munito electricis Franklinii virgis: le aste elettriche di Benjamin Franklin (1706-1790), ovvero il parafulmine inventato nel 1752.
Le "Electricae Franklinii virgae" a protezione della Porziuncola
Il nome dello scienziato americano scomparso da due anni finiva per volontà di Pio VI su una lapide affissa nel 1792 a pochi metri dalla struttura originaria della chiesetta della Porziuncola dove il poverello d’Assisi si era spento al calar del sole del 3 ottobre 1226, sulla nuda terra scelta per congedarsi da questo mondo in ossequio al voto di povertà.
Per antica tradizione i fulmini erano religiosamente interpretati come la manifestazione della collera e della volontà divina, e una “diavoleria” moderna che li neutralizzava non era vista con favore negli ambienti ecclesiastici. Eppure l’Italia aveva accolto molto favorevolmente l’invenzione di Franklin, superando sia le resistenze culturali sia le credenze che sconfinavano nella superstizione. Appena pochi mesi dopo l’invenzione dell’americano, il fisico Giovanni Battista Beccaria (1716-1781), che era anche monaco, posizionò sul tetto della sua casa di Torino un prototipo di parafulmine realizzato da lui, e funzionava bene gli giunsero commesse da più parti per porre rimedio alle scariche del cielo e ai danni che provocavano. L’uso del parafulmine si diffuse in particolare a protezione degli edifici pubblici e nonostante tutto persino degli edifici di culto. Folgori e saette vennero neutralizzati sul Duomo di Milano (in coincidenza con la posa della Madonnina sulla guglia, alla fine di dicembre del 1774) e sulla Basilica di San Marco a Venezia (1776), giungendo pure alla residenza papale del Quirinale a Roma con la direzione dei lavori affidata proprio a Beccaria. Di quell’epoca pioneristica sopravvive a Firenze l’impianto a protezione dei magazzini del grano del granduca di Toscana, sulla Torre della Specola, realizzato dall’astronomo, meteorologo e pure abate Giuseppe Toaldo (1719-1797).
Gli ecclesiastici contrari alla “diavoleria” moderna che si opponeva alla collera divina
Spariti i misteri sulle manifestazioni dei lampi, con la spiegazione della scienza avvalorata non a caso da dotti uomini di Chiesa, il parafulmine cominciò a ornare (è il termine esatto, perché lo si abbellì nella foggia e nella lavorazione) le torri, i campanili, gli edifici civili pubblici e privati, e naturalmente non potevano mancare le pericolosissime polveriere e gli arsenali militari. Per trovare però un riferimento all’inventore, peraltro da parte della Chiesa inizialmente sospettosa, il 1792 ci fornisce la preziosa testimonianza storica di Assisi scolpita nel marmo per volontà papale.
A Pio VI non era affatto ignoto il nome di Benjamin Franklin, padre nobile della causa e della costituzione statunitense, poi ambasciatore a Parigi della nuova nazione a stelle e strisce. In Francia era entrato in contatto col nunzio vaticano, l’arcivescovo Giuseppe Maria Doria Pamphilj (1751-1816), per perorare a Roma la causa del suo amico John Carroll (1735-1815) come superiore delle missioni cattoliche negli Stati Uniti d’America, per poter dirigere e organizzare la Chiesa nelle ex colonie sottraendola così alla giurisdizione del vicario apostolico di Londra.
La via americana della scienza che portava fino in Vaticano
Il pontefice Giovanni Angelo Braschi nominò quindi Carroll prefetto apostolico di tutti gli Stati Uniti, e successivamente primo vescovo di Baltimora, a sua volta prima diocesi americana, nel 1789, quando scoppiarono i fulmini della rivoluzione francese. Due anni dopo, non metaforicamente, uno di essi cadde fragorosamente in summo tholi, ovvero sulla lanterna e la calotta superiore della gigantesca cupola del XVI secolo che sormontava la Porziuncola. Poiché la parola parafulmine in latino non esisteva, venne creato un neologismo, Virga electrica Franklinii, che conteneva il nome dell’inventore, mentre i lavori di installazione della punta metallica (documentalmente definita conduttore frankliniano) sulla sommità della basilica mariana furono affidati allo scienziato e fisico, oltre che sacerdote, Filippo Luigi Gilii (1756-1821).
La Basilica di San Pietro messa in sicurezza da un fisico-sacerdote
Lo stesso che nel 1810 avrebbe progettato la messa in sicurezza dai fulmini della Basilica di San Pietro, con uno strumento che sostituiva la forza della preghiera alla quale fin allora si affidavano fedeli, prelati e pontefice, e vincendo oltre alle scariche elettriche le forti resistenze della curia. Lo stesso Pio VI che aveva aperto le porte alla scienza facendola coesistere con la fede, aveva avuto una eloquente riprova del pericolo: una volta mentre era in ginocchio davanti all’altare della basilica di San Pietro in raccoglimento, e fuori infuriava un violento temporale, un fulmine si era abbattuto sulla cupola provocando la caduta di una pesante lastra di pietra che era precipitata a terra sbriciolandosi a poca distanza dal papa. Dove non arrivava la Provvidenza, provvedeva Franklin.