AGI - Roma, 1941. Sicilia, 1960. Afghanistan, primi anni duemila. Sono le tre coordinate di spazio e di tempo entro cui si muove il racconto di "Cantata dei giorni di Guerra", ultimo libro del giornalista e scrittore Vittorio Morelli. Tre scenari, tre protagonisti, tre diversi momenti storici, un unico comune denominatore: la guerra - "follia senza scuse", per dirla con papa Francesco - che impone le scelte individuali e plasma i destini collettivi lasciando dietro di sé sempre e solo morte e desolazione.
Il primo atto si consuma nei giorni del secondo conflitto mondiale, in una Roma preoccupata più dalla fame che dalle bombe. Ci sono due carabinieri 'travestiti' da ladruncoli che vanno a caccia di documenti classificati ed elenchi di spie. Uno dei due è il maggiore Manfredi Talamo, figura storica: c'è da infiltrarsi nell'ambasciata Usa, e lui - con il collega Piccardo - ci riesce, dopo avere agganciato con l'aiuto di una donna un giovane usciere. Sarà ricordata come una delle più brillanti operazioni dell'intelligence militare, 'Black Code': grazie ai due militari, al loro intuito e al loro coraggio, l'Italia entrerà in possesso del cifrario segreto utilizzato dagli Stati Uniti, conservato in un'anonima cartellina nera, e potrà leggere per mesi le comunicazioni sulle operazioni militari nel Mediterraneo e nel Nord Africa.
La storia dei due 007
Tre anni più tardi, in una città liberata dai nazisti e con i fascisti in fuga ("la camicia nera? L'hanno riposta negli armadi o forse l'hanno bruciata"), il generale Amè, che per tutta la durata della guerra era stato a capo del Sim, il Servizio segreto militare, racconta la storia dei due 007 agli ufficiali alleati che lo interrogano in una stanza di Palazzo Baracchini: una storia dall'epilogo tragico, con Kappler che si 'vendica' di un bruciante smacco subito proprio da Talamo facendolo torturare e massacrare alle Fosse Ardeatine.
La faida nei Nebrodi
Vent'anni dopo, la 'quinta' della scena sono i boschi e gli specchi d'acqua dei Monti Nebrodi, nella Sicilia del nord. Due famiglie sono divise da una faida che "si perde nella memoria", "antica come l'avidità umana", e che ha già provocato decine di vittime. Sebastiano, bracciante agricolo, detto u' sciancatu, vive nell'ossessione della vendetta e immagina nella sua testa, giorno dopo giorno, l'omicidio del suo rivale, del boss locale, 'u' patri nostru' come lo chiamano in paese tra deferenza e paura.
Sebastiano e il maresciallo Miceli
Solo che a cercare il boss c'è anche qualcun altro, un maresciallo dei carabinieri, Miceli, che quel "cornuto della peggior specie", accusato anche di aver intessuto una fitta rete di legami tra criminali locali e americani, vuole vederlo non sotto terra ma in una cella. Le due storie scorrono parallele, con sullo sfondo il film dello sbarco alleato nell'isola, "il mare pieno di vapori", "il cielo illuminato a giorno da migliaia di luci, traccianti, bengala", "la tempesta di ferro sui reparti della difesa costiera". L'ultimo atto si consuma in una domenica assolata, nel circolo in cui il boss santifica tutte le domeniche con la partita a carte post messa: Sebastiano ci arriva con la pistola infilata nella cintura dei pantaloni, il maresciallo Miceli con due colleghi, i più esperti e fidati. Finisce nel sangue, com'era inevitabile.
La fuga dall'Afghanistan
Altri monti, anni molto più recenti, quelli della missione internazionale Isaf. In uno sperduto avamposto della provincia di Farah un giovane alpino siciliano, Carmelo Rapisarda, scosso dalla tragica morte di una bambina e stanco della guerra, decide di dire basta, "non voglio più stare qui, voglio sparire", "sarò un bravo soldato in un'altra vita". Detto, fatto. Ma non è facile uscire dal Paese. Per provarci, accetta di portare una reliquia, il 'mantello del Profeta', fino in Pakistan, con l'aiuto di Noour, vedova di un talebano.
Il sequestro e l'epilogo
Ma la diserzione è troppo scandalosa per essere tollerata: in un febbrile incrocio di comunicazioni tra Roma e Kabul, tra le basi italiane affondate nella sabbia e le stanze romane del governo e della Difesa, viene fatta passare per un sequestro. "Militare italiano rapito a Delaram", battono le agenzie, e poco dopo arriva anche la rivendicazione dei terroristi, e la richiesta di rilascio di cinque capi talebani rinchiusi nel carcere di Bagram. Quando Carmelo e Noour arrivano davanti al Mullah - senza sapere di essere stati seguiti lungo tutto il viaggio - la loro sorte è già segnata. C'è spazio solo per un'ultima preghiera.
Memoria storica e guerra
Passato e presente, giustizia e coscienza, senso del dovere e sentimento: Morelli, inviato nelle principali aree di crisi internazionali, intreccia memoria storica ed esperienze personali, regalando al lettore tre diverse chiavi di lettura della tragedia della guerra. "Niente di quello che leggerete è mai esistito. Tranne, ovviamente, ciò che è vero", è la citazione in esergo di Jean Claude Izzo. E di vero, in questo libro, c'è molto.