AGI - C’è un filo rosso che lega l’arresto di Benito Mussolini del 25 luglio 1943 – ottantatré anni fa – al Movimento religioso dei focolarini. Passa attraverso tre figure: il tenente colonnello dei carabinieri Giovanni Frignani, che organizzò il clamoroso arresto; la tedesca Elena Hoehn, che poi diede rifugio all’ufficiale braccato dai nazi-fascisti; l’attivista cattolica Chiara Lubich, che infine ospitò la donna inseguita dal sospetto di essere stata una spia di Berlino.
Il 25 luglio 1943 cambiarono molti destini. Il crollo del duce avvenne in ventiquattr’ore. Come scrive lo storico Emilio Gentile nel libro “25 luglio 1943”, “alle ore 17 del 24 si riunì a Palazzo Venezia il Gran Consiglio, organo supremo del regime fascista. Alle 2:30 del 25, la maggioranza dei gerarchi […] esprimeva la sfiducia nei confronti del duce. E “alle 17:30 dello stesso giorno – continua – […] Mussolini venne arrestato dai carabinieri”. La sua cattura fu organizzata dall’alto ufficiale Giovanni Frignani, nato a Ravenna nel 1897, già medaglia di bronzo al valor militare della Prima guerra mondiale. Pianificò un’azione sicura, rapida e silenziosa. Lui stesso ne prese parte con abiti civili.
I particolari
I dettagli dell’operazione li spiega il giornalista e storico Mario Avagliano nel suo recente lavoro “L’uomo che arrestò Mussolini” (Marlin Editore, 2025). Nel pomeriggio del 25 luglio il duce fu convocato dal re (per essere dimissionato, ndr) a Villa Savoia, nel quartiere romano dei Parioli. La scorta rimase fuori dalla residenza, circondata da una cinquantina di militari ben nascosti. Frignani scelse uomini fidati per affrontare l’ex dittatore d’Italia. Cioè, “i suoi diretti collaboratori – prosegue Avagliano - i capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa”: il primo siciliano, classe 1907; il secondo nato a Labico (Roma) un anno prima.
Secondo la documentata ricostruzione dello studioso, terminato il colloquio con Vittorio Emanuele III, “Ercole Boratto, fedele autista (di Mussolini, ndr), con una scusa è stato introdotto in un locale di servizio e chiuso dentro. Ai piedi delle scale – descrive ancora - il duce si imbatte nel capitano Vigneri e nel collega Aversa. Il capitano Vigneri gli va incontro e, stando sull’attenti, dice: ‘Duce, in nome di S.M. il Re vi preghiamo di seguirci per sottrarvi a eventuali violenze da parte della folla’”. Quindi, l’ultimo atto. Mussolini salì su un’ambulanza “della Croce Rossa dagli sportelli con i vetri smerigliati, uscì dal parco della villa per un cancello secondario e si dileguò velocemente”.
I fatti di Villa Savoia
La restante parte del ‘43 è una carrellata di eventi: l’armistizio con gli Alleati (8 settembre), l’occupazione di Roma da parte dei nazisti (10 settembre), la nascita della Repubblica sociale italiana (23 settembre) e il rastrellamento degli ebrei nel ghetto della Città Eterna (16 ottobre).
Il duce non aveva dimenticato i fatti di Villa Savoia. I militari che lo avevano arrestato li voleva vedere morti. Solo su Frignani aveva messo la taglia di un milione e 350 mila lire.
Come molti della Benemerita, il tenente colonnello faceva parte del Fronte militare clandestino di resistenza, la banda Caruso. Sapeva di essere nel mirino dei sicari di Hitler e Mussolini e aveva cercato rifugio nella casa romana di Elena Hoehn (ex amante del fratello Giuseppe da lei frequentato tempo prima a Napoli) e del marito Luigi Alvino, imprenditore avellinese.
Tutto filò liscio sino alla mattina del 23 gennaio 1944. Quello che accade dopo lo rievocano le storiche Anna Foa e Lucetta Scaraffia in “Anime nere” (Marsilio, 2021). “I nazisti bussano alla porta dell’abitazione romana dei coniugi. Vi arrestano Elena, Frignani, Aversa e De Carolis”, quest’ultimo maggiore dell’Arma. Finiscono tutti nel carcere nazista di via Tasso, sede del quartier generale delle SS comandato dal tenente colonnello Herbert Kappler.
La vendetta "nera"
Il 24 marzo 1944 si compie la vendetta “nera”. Fra le 335 vittime della strage nazi-fascista delle Fosse Ardeatine a Roma ci saranno anche il tenente colonnello Giovanni Frignani, il maggiore Ugo De Carolis e il capitano Raffaele Aversa.
Finita la guerra, per alcuni comincia la trasformazione. Il 27 marzo 1946 Elena e la sorella Emita vengono arrestate perché ritenute spie tedesche responsabili della cattura dei tre carabinieri. Contro di loro ci sono (anche) il rapporto dell’Arma e – rimasto fuori dal fascicolo giudiziario – quello dei servizi segreti della Marina militare. Pure il Vaticano - si riferisce - pare sapesse delle due 007. L’epilogo fu un colpo di scena. Le sorelle vennero assolte, in istruttoria, nemmeno alla fine di un processo.
Ora Elena poteva provare a rifarsi una vita e a togliersi di dosso la macchia di delatrice. E la religione era un ottimo detergente. Durante la detenzione nel carcere capitolino delle Mantellate - ricordano sempre Foa e Scaraffia - la presunta infiltrata nazista aveva conosciuto Celeste Di Porto, la “Pantera nera”: un’ebrea sospettata di aver mandato a morire numerosi suoi correligionari rastrellati dai tedeschi il 16 ottobre del ’43 e deportati nei campi di sterminio. Secondo le docenti universitarie, quell’incontro aprì la strada alla rinascita. In che modo è ricapitolato nel loro lavoro. Celeste Di Porto venne condannata a 12 anni di galera. Grazie a sconti di pena, in cella ne trascorse solo tre (compreso il periodo alle Mantellate). Tornò libera nel marzo 1948 uscendo dal penitenziario femminile di Perugia.
Elena Hoehn non perse tempo. Si dice, avvolse Celeste col suo entusiasmo di convinta credente e la “Pantera” si convertì al cristianesimo, esattamente come Elena aveva fatto nel ’31, passando dal luteranesimo al cattolicesimo. Scelta di cuore o di comodo?
Il battesimo si celebrò ad Assisi. L’ex ebrea scelse di chiamarsi Elena, come la sua madrina che chiese al vescovo della città umbra, Giuseppe Placido Nicolini, un posto sicuro per stare lontane dai riflettori. “Questo rifugio – scrivono Foa e Scaraffia - fu il primo focolare di Chiara Lubich, a Trento, dove Celeste approda con Elena nell’aprile 1948”.
Il Movimento – fondato nel capoluogo altoatesino nel 1943 - era ideale: non guardava al passato delle persone ma al loro futuro. Celeste resistette in comunità per un po’, poi tornò nella Capitale. Elena invece – dimostrano le autrici - fu considerata dai focolarini quasi una mistica. La chiameranno “frate Jacopa” e lei si firmerà Elena di G.A., di Gesù Abbandonato. Quasi centenaria, morirà nella città di san Francesco nel 2001. Celeste Di Porto, invece, si spegnerà a Roma nel 1981.
“La storia – riflettono le prof - è una sola. Elena Hoehn emerge come figura manipolatrice, elevata dalla pena che avrebbe meritato grazie ai compromessi, ai ricatti, alle indulgenze di un mondo del dopoguerra troppo segnato dalla continuità non solo con il passato fascista ma anche con gli orrori di via Tasso e delle Fosse Ardeatine. Che si libera del suo passato – concludono - approfittando dell’incontro con anime pure come Chiara Lubich e il vescovo di Assisi”.