AGI - Quel pomeriggio del 20 luglio 1866 i berretti dei marinai, all’annuncio ufficiale della vittoria, venivano lanciati in alto in segno di giubilo, e molti in seguito assicureranno di aver sentito gridare più volte «Viva San Marco» come ai tempi della Serenissima. Sono marinai veneti, ma, indossano l’uniforme austriaca dell’Österreichische-venezianische Kriegsmarine e hanno combattuto contro gli italiani.
Il giorno dopo, al rientro ad Ancona dell’Armata d’Operazioni, viene diffusa una sommaria informativa seguita dalla nota ufficiale a nome del ministro dell’Interno Bettino Ricasoli: «Non essendo comparsa la squadra Austriaca annunziata la sera del 18 (…) l’armata Italiana mosse ad incontrarla ed ebbe luogo una battaglia. L’Ammiraglio Persano inalberò la sua bandiera sull’“Affondatore” e si gettò contro la Squadra Austriaca in mezzo ad una tempesta di proiettili (…). Il combattimento fu accanitissimo. Noi abbiamo sofferto la perdita della corazzata “Re d’Italia”, dalla quale era sceso l’Ammiraglio: questa nave si sommerse, sostenendo l’urto del nemico, al principio della battaglia. La cannoniera corazzata “Palestro” prese fuoco: l’equipaggio, il comandante ricusarono di scendere e il bastimento saltò in aria alle grida di “Viva il Re, Viva l’Italia”. Nessun altro bastimento dell’armata fu perduto, o cadde in mano del nemico. L’Ammiraglio rinnovò l’attacco sulla squadra nemica, che si ritirava sopra Lesina, ma che non aspettò i nostri continuando la sua ritirata. La Flotta Italiana rimase padrona delle acque del combattimento. I danni del nemico furono gravi».
La drammatica verità della sconfitta emerge dopo qualche giorno
La battaglia navale di Lissa fu una sola e uno solo poteva rivendicare la vittoria. In Italia la versione ufficiale venne subito presa per buona, e si scese in piazza e in strada per festeggiare il successo che vendicava la sconfitta di terra a Custoza di pochi giorni prima. Domenica 22 luglio i giornali iniziarono a dubitare della versione ufficiale e a guardare nelle pieghe ambigue di quel comunicato, per quanto ottimisticamente. «Fu una vittoria o una sconfitta? Il dispaccio è abbastanza sibillino per lasciarcene quasi dubitare. Due fatti però culminanti trapelano dalla male abbozzata relazione ufficiale, e sono, che delle acque del combattimento rimasero padroni i nostri, e che la flotta austriaca affrontata, dopo la battaglia nel canale di Lesina, rifiutò il combattimento continuando la sua ritirata».
In ogni caso: «Le acque di Lissa sono nostre e la squadra austriaca (…) fu costretta dalle gravi avarie patite a rifiutar una seconda battaglia. (...) Ormai è indubitato che il numero dei legni perduti dal nemico fu di gran lunga superiore al nostro». La verità cominciò a emergere nei giorni seguenti lì dove si era inabissata la flotta italiana dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano, e dove Wilhelm von Tegetthof colse il clamoroso successo guidando quella austro-ungarica, in seguito sintetizzata dal detto secondo cui «uomini di ferro su navi di legno avevano sconfitto uomini di legno su navi di ferro». Lissa era stato un disastro per il tricolore dei Savoia, militare, d’orgoglio e d’immagine.
Le gelosie e le rivalità tra ammiragli che si disprezzavano vicendevolmente
Tutto quello che si poteva sbagliare ai vertici politico-militari del giovane regno era stato sbagliato nel preparare e condurre lo scontro. La possente, sulla carta, e assai moderna Armata d’Operazioni aveva come comandante un ammiraglio della nobiltà sabauda con aderenze a corte, che aveva fatto una rapida carriera. Ma una volta era andato ad arenarsi con la nave che aveva a bordo l’allora principe di Piemonte Vittorio Emanuele, ed era scampato a un processo per inettitudine che reclamava invece il ministro Cavour.
Come vice, in quella terza guerra d’indipendenza, gli avevano messo al fianco il contrammiraglio Giovanni Vacca, che ambiva però al posto di Persano e riteneva di non dover comandare solo la Squadra d’assedio formata da corazzate, e il conte Giovan Battista Albini, offeso dall’incarico di comandare la Squadra sussidiaria con sole navi di legno. Vacca si rifiutava di rivolgere la parola all’ammiraglio e ci parlava tramite ufficiali di collegamento, Albini era ostile a Vacca perché pur avendo un grado inferiore aveva ricevuto il comando di una squadra, e poi perché l’altro era napoletano e per lui questo era un segno di inferiorità.
Carrierismo e nessuna esperienza di combattimento navale
Nessuno di loro aveva mai combattuto una battaglia navale e l’unica esperienza di Persano e Albini era quella degli assedi di Ancona e di Gaeta, mentre Vacca non ne aveva alcuna. Persano avvertiva l’ostilità e i rischi di una prova che da politica doveva divenire militare, e l’aveva messo nero su bianco in una lettera al ministro e generale Diego Angioletti datata 21 maggio e spedita da Taranto: in essa parlava di equipaggi incompleti, carenza di cannonieri e insufficienza di esercitazioni con i pezzi a canna rigata, e la necessità di almeno altri tre mesi di addestramento. Altrimenti «Ci faremo uccidere pel Re e per la Patria, ma ciò non fa vincere e bisogna vincere».
Ma da Firenze si chiede all’ammiraglio di cercare la flotta austriaca, attaccarla e batterla rimanendo padroni dell’Adriatico. Per questo gli avevano fornito navi provenienti dai cantieri americani, britannici e francesi, tecnologie scarsamente conosciute, equipaggi assai poco coesi provenienti dalle esperienze piemontesi, napoletani e pontificie che faticavano persino a comprendere gli ordini in italiano, specialisti e personale stranieri che alla parola “guerra” stracciarono i contratti e scesero a terra oppure disertarono, e capitani rosi da gelosie e rivalità. Con queste premesse 12 corazzate, 10 fregate e 4 cannoniere e naviglio minore puntarono verso le acque dell’isola di Lissa dove si compì il disastro della flotta italiana nella terza guerra d’indipendenza: due corazzate affondate (“Palestro” e “Re d’Italia”), diverse navi pesantemente danneggiate e nessuna perdita nella fila austro-ungariche. Persano, alla fine, pagò per colpe sue e non sue.
La condanna per negligenza e imperizia e la “gloriuzza” di d’Annunzio
La sentenza di condanna dell’Alta corte di giustizia per negligenza e imperizia, data per scontata anche per l’atteggiamento dell’opinione pubblica, è sottoscritta da 110 senatori del Regno a metà aprile 1867. L’ammiraglio viene privato dell’incarico, del grado e della pensione e deve pure pagare le spese processuali. Ci saranno successivamente altri processi minori, oltre a rimpasti di governo. Albini è licenziato e congedato e in un secondo tempo anche Vacca per età e anzianità di servizio, ma loro conserveranno il diritto alla pensione. Persano cercherà in ogni modo una riabilitazione che non arriverà mai. Quando il 24 maggio 1915 Francesco Giuseppe rivolgerà un proclama ai suoi sudditi ricordando il “tradimento” dell’Italia alleata fino al mese prima, riporterà alla memoria anche la vittoria di Tegetthof. Gabriele d’Annunzio la sminuirà nel 1918 con l’immagine letteraria e a effetto della “gloriuzza di Lissa”, peraltro da lui vendicata con il gesto della Beffa di Buccari.