AGI - Il dolore per capire, il potere della parola per avvertire. Il matrimonio borghese, l’illusione del controllo, i legami familiari, la sicurezza dei nostri figli, quella delle nostre anime: sono questi alcuni temi de Il buon male (Einaudi), la nuova raccolta di racconti di Samanta Schweblin, autrice argentina di nemmeno cinquant'anni già vincitrice di riconoscimenti prestigiosi come il National Book Award e il Premio Aena de Narrativa Hispanoamericana.
I sei testi della sua ultima raccolta danno vita a una sorta di scommessa con il lettore: finito uno, si pensa che difficilmente il successivo possa raggiungerne l’intensità, salvo poi ricredersi. Alla fine vengono in mente i Nove racconti di Salinger. E non si tratta solo della capacità di interpretare i pensieri dei bambini, della profondità nel trattare il tema del suicidio o della forza dell’uso paratattico di frasi semplici.
L’emozione
La lettura de Il buon male provoca un'emozione sottile che somiglia alla sorpresa. Il quotidiano che si fa ignoto, gli animali usati come metafore, l’ansia dell’impossibilità di comunicare e la morte a un passo — invisibile a tutti tranne a chi la percepisce, come un fantasma in una casa — compongono un insieme di notevole suggestione, che rivela l’uso di una tecnica estremamente matura conservando la freschezza di un esordio.
Non pochi sono i riferimenti letterari che risalgono a galla, leggendo. I personaggi adulti sembrano rimandare a Carver, per esempio, mentre quelli bambini e adolescenti a Salinger, e nelle interviste è stata la stessa autrice a citare Buzzati, Lynch, Bradbury, Cortázar, Silvina Ocampo e Kafka tra le proprie influenze, senza che alcun richiamo appaia arbitrario.
I racconti
Si può parlare di minimalismo magico per definire una narrazione dove l'essenzialità della prosa - frasi brevi, dettagli quotidiani, toni dimessi – si apre al surreale e al fantastico senza fornire chiarimenti. Ma l’elemento meno spiegabile riguarda l’attitudine di Samanta Schweblin ad assorbire tecniche di scrittura novecentesche restituendo un risultato che non può dirsi esattamente moderno, ma in qualche misura già fuori dalle mode di una qualsiasi epoca.
In un paio di casi non capiamo se i suoi personaggi siano vivi o morti. E viene da immaginarsi l’autrice in dialogo con Fernanda Pivano, che in un luogo e un tempo imprecisati le chiede come abbia fatto a ‘evocare la magia’.
In Benvenuta tra noi, la prima storia del libro, è lei la donna che ha interrotto il proprio suicidio per ritrovare un senso nell’ipotesi, suggeritale da un vicino, di scuoiare conigli? Come ha immaginato che il corpo del bambino che ingoia una pila ne L’occhio nella gola potesse divenire speculare a un telefono a cui giungono telefonate mute per vent’anni? E che due sorelle che ogni notte scappano dalla casa al mare, mentre i genitori dormono, incarnassero l’ispirazione onirica di una poetessa alcolizzata?
Ma attenzione: questo è ciò che ha visto chi scrive, mentre Il buon male è un libro che cammina tranquillamente al di qua e al di là della linea del possibile, prendendo la forma di storie concrete quanto impalpabili in cui ognuno può trovare ciò che vuole. È stata la stessa autrice a osservarlo: la letteratura si costruisce in due. E in pochi casi come questo si avverte quanto la lettura non sia un atto passivo, ma una parte essenziale della costruzione di un senso.