AGI - Nel panorama della storiografia dedicata al giornalismo italiano, Alfio Russo. Il «Gran Siciliano» alla direzione del «Corriere della Sera» (1961-1968), pubblicato da Carocci, Alfio Bonaccorso consegna ai lettori un'opera rigorosa, documentata e al tempo stesso profondamente partecipe, che restituisce dignità storica a una figura fondamentale del Novecento italiano, troppo a lungo rimasta in ombra rispetto ad altri grandi direttori del Corriere della Sera.
Il volume nasce nel duplice anniversario dei centocinquant'anni dalla fondazione del quotidiano milanese e dei cinquant'anni dalla scomparsa di Alfio Russo, costruendo un racconto fondato su documenti d'archivio, testimonianze inedite e un'approfondita ricostruzione storica e offrendo il ritratto di un uomo che contribuì in maniera decisiva alla modernizzazione del giornalismo italiano.
L'autore segue Russo lungo l'intera parabola professionale: dagli esordi come inviato della Stampa sui fronti dell'Etiopia e dei Balcani all'esperienza della direzione del quotidiano La Sicilia appena fondato, fino agli anni trascorsi come corrispondente da Parigi, direttore della Nazione di Firenze e, infine, alla guida del quotidiano di via Solferino tra il 1961 e il 1968.
Bonaccorso racconta il "Gran Siciliano" mettendone in luce il rigore, l'indipendenza intellettuale e la straordinaria capacità di innovazione, facendone emergere il profilo di un direttore liberale nel senso più autentico del termine: distante dai partiti, impermeabile alle pressioni economiche, refrattario ai conformismi culturali.
La Sicilia non rappresenta soltanto il luogo d'origine di Alfio Russo, ma diventa la chiave interpretativa della sua identità. Bonaccorso descrive con particolare sensibilità quel sentimento, tipicamente siciliano, sospeso tra nostalgia e desiderio di partire, che accompagna Russo quando lascia la direzione della Sicilia. Emblematico è l'episodio ricordato dall'editore Mario Ciancio: incapace di comunicare direttamente a Domenico Sanfilippo la decisione di lasciare il giornale, Russo parte in silenzio e solo successivamente telefona per annunciare la propria scelta. Un gesto che racconta molto del carattere dell'uomo prima ancora che del professionista.
È però negli anni del Corriere della Sera che emerge tutta la statura del direttore, e Bonaccorso ne ricostruisce con precisione la rivoluzione silenziosa avviata da Russo al suo arrivo: un giornale più aperto, più leggibile, più vicino ai cambiamenti della società italiana. Abolisce le maiuscole superflue, introduce pagine dedicate ai giovani, alle donne e all'economia, rinnova l'impaginazione e amplia gli orizzonti culturali del quotidiano chiamando firme come Eugenio Montale, Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda e Aldo Palazzeschi. Ed è sempre lui a volere Indro Montanelli per una delle prime grandi inchieste a puntate e ad assumere Giulia Borgese, prima donna redattrice nella storia di via Solferino.
Non manca il racconto della fine, forse la pagina più amara. Nel 1968 una "congiura interna", sostenuta dalla proprietà del giornale, porta alla sua sostituzione con Giovanni Spadolini. Bonaccorso ricostruisce quei mesi con equilibrio, ricordando anche il successivo ripensamento di Giulia Maria Crespi e i dubbi manifestati da Indro Montanelli sul ruolo avuto in quella vicenda. Un epilogo che non cancella però quanto Russo aveva costruito negli anni precedenti.
Alfio Russo. Il «Gran Siciliano» alla direzione del «Corriere della Sera» (1961-1968) è un libro che parla certamente di un grande direttore, ma soprattutto di un'idea alta del giornalismo: indipendente, competente, curioso, aperto ai talenti e capace di interpretare il cambiamento senza inseguire le mode. È il ritratto di un uomo che, partito dalle falde dell'Etna, seppe conquistare il cuore del più autorevole quotidiano italiano, contribuendo al processo di modernizzazione culturale del Paese.
Bonaccorso restituisce finalmente al giornalista siciliano il posto che gli spetta nella storia della stampa italiana, dimostrando come le rivoluzioni più profonde siano spesso quelle compiute con discrezione, rigore e visione. Per questo il suo libro rappresenta non soltanto un prezioso contributo alla storia del Corriere della Sera e al giornalismo italiano, ma anche una riflessione attualissima sul significato dell'autonomia dell'informazione e sulla responsabilità civile del giornalismo.