AGI - Gli austriaci non avevano imparato nulla dall’esperienza negativa dell’Ottocento, quando avevano rinchiuso nel teatro carcere della fortezza dello Spielberg, a Brno, i patrioti italiani Silvio Pellico e Pietro Maroncelli. Quando Pellico pubblicò le sue memorie nel 1832 col titolo “Le mie prigioni”, accolte in Europa con viva simpatia e solidarietà per la causa risorgimentale, fece dire che all’Austria era costata più di una battaglia perduta. Quando il 12 luglio 1916 gli austriaci vollero umiliare Cesare Battisti sul patibolo al castello del Buonconsiglio di Trento, scattando foto ricordo sorridenti, un moto di orrore percorse quella stessa Europa, per la crudeltà del supplizio inflitto al patriota irredento che gli asburgici consideravano invece un traditore.
L’acuto scrittore Karl Kraus nel 1922 nel dare alle stampe “Gli ultimi giorni dell’umanità” farà della foto del boia Josef Lang che sorregge per la corda il corpo senza vita di Battisti con la testa reclinata da un lato in una cornice di persone sorridenti in posa, un manifesto dell’orrore, e quel volto un simbolo di sofferenza e di umanità negata: “Non solo abbiamo impiccato, ma ci siamo pure messi in posa, e abbiamo fotografato non solo le esecuzioni, ma anche chi vi assisteva, e addirittura i fotografi”.
Ex deputato del Parlamento di Vienna con l’uniforme da alpino
Il tenente dell’esercito italiano Cesare Battisti e il sottotenente Fabio Filzi, alpini del battaglione “Vicenza”, erano stati catturati sul Monte Corno di Vallarsa il 10 luglio 1916. Avevano i documenti militari che riportavano nomi falsi, perché il trentino e l’istriano erano nati sudditi di Francesco Giuseppe, e per gli imperiali erano due traditori da passare per le armi e additare al disprezzo. Sono meno di mille gli irredenti che hanno scelto l’uniforme grigioverde invece di quella grigio luccio con cui gli italiani erano stati mandati a combattere contro i russi per evitare che passassero nelle fila di Vittorio Emanuele III se schierati sul fronte alpino. Quelle carte timbrate non valevano nulla se la loro identità fosse stata scoperta.
Battisti è stato addirittura deputato al parlamento di Vienna, è un personaggio pubblico, noto al di qua e al di là del confine. Ha 41 anni. Filzi di anni ne ha 32, ha disertato dall’esercito imperial-regio dalle cui iniziali, K.u.K, Kraus aveva soprannominato Kakania l’impero degli Asburgo. Il tenente è riconosciuto subito, mentre la copertura del suo vice come Francesco Brusarosco dura poco di più. Condotti sotto scorta al comando del Castello del Buonconsiglio i due vengono continuamente insultati e dileggiati dai soldati, dai funzionari e dai civili austriaci, ma anche da italiani fedeli all’imperatore. Le offese risuonano in tedesco, nella lingua di Dante e nel dialetto locale, i due sono spintonati e strattonati, oggetto di aperta ostilità.
Processo in poche ore e verdetto di pena capitale per alto tradimento
Sul loro capo pende l’accusa di alto tradimento e la pena prevista è quella di morte, con infamia. Il processo, che si apre la mattina del 12 luglio, è una pura formalità. Battisti non flette dalla sua posizione, rivendica con fierezza la propria italianità e la sua coerenza morale, politica e nazionale. Sa che non avrà scampo e ha deciso di morire bene, con dignità, nonostante le barbare modalità di esecuzione. Lo hanno spogliato dell’uniforme da ufficiale e gli hanno fatto indossare abiti lerci e fuori misura, per aggiungere il ridicolo al disprezzo. Lui e Filzi sono condannati all’impiccagione nella Fossa della Cervara, nel retro del castello.
Negata la fucilazione e forniti abiti laceri e fuori misura per dileggio
L’esecuzione, fissata per le 19.15 di quello stesso giorno, due ore dopo la sentenza di morte, dovrà essere esemplare e di monito agli italiani e alle altre minoranze dell’impero che nel segno dell’identità nazionale sgomitano per affrancarsi dagli Asburgo, come polacchi e cecoslovacchi Il boia, Lang, è stato fatto venire appositamente da Vienna. Tutto è allestito per la spettacolarizzazione della morte. La richiesta dei due irredenti di essere fucilati al petto, con onore e in quanto soldati, è rigettata con un cenno disgustato, e forse proprio per questo hanno fornito loro stracci civili. Il verdetto viene letto pubblicamente e si comincia proprio con Battisti.
La corda si spezza al momento del rilascio dal palo al quale è appeso il condannato, e secondo tradizione questo dovrebbe equivalere alla grazia della vita, ma il boia si limita a cambiare il cappio. L’ex deputato non muore sul colpo, ma si congeda da questo mondo inneggiando a Trento italiana e all’Italia, subissato dalle voci dei presenti che esaltano l’Austria. Poi tocca a Filzi, che esala l’ultimo respiro alle 19.37. Tutto era durato una ventina di minuti.
Un moto di orrore per le fotografie in posa e sorridenti assieme al boia
Poi la tragedia diviene una farsa macabra e rabbrividente. Sono scattate foto ricordo, in posa, col dileggio dei cadaveri e la tronfia soddisfazione degli austriaci sorridenti e ilari che scandalizzerà non solo Kraus per l’oscenità di quello spettacolo ostentato. Le immagini sono pubblicate sui giornali, non solo quelli austriaci, ottenendo l’effetto contrario di quello sperato: non un monito, per quanto sanguinario, ma un moto di condanna morale a quel sistema in via di dissoluzione sotto la spinta delle nazionalità.
La propaganda italiana sfrutterà le foto di Cesare Battisti in particolare per denunciare la crudeltà sanguinaria e repressiva dell'impero che combatteva per completare il processo risorgimentale. L’indignazione non si fermerà al periodo della guerra e sarà scritto a lettere di fuoco nel capolavoro di Kraus. A Battisti saranno attribuite parole profetiche, pronunciate al momento dell’arruolamento, che richiamavano proprio l’esperienza di Silvio Pellico, presago della sua fine sul patibolo e della certezza che l’Austria l’avrebbe pagata come dieci sconfitte in battaglia. Alla fine del 1918 l’impero sarà definitivamente sconfitto e non esisterà più.