AGI - Un podcast sulla tragedia di Marcinelle e sull'emigrazione italiana in Belgio, che si pone come spunto per una riflessione tout court sull'immigrazione (e l'emigrazione) e il fenomeno vissuto ai giorni nostri. Si chiama "Gli ultimi minatori" il progetto di Paolo Riva (giornalista e autore) e Diego Ravier (fotografo e autore) che, partendo da quello che è stato uno dei più gravi incidenti della storia mineraria d'Europa, parla di simboli, di memoria, di riscoperta e di migrazione in molte delle sue sfaccettature. La prima puntata è uscita il 23 giugno, data in cui ricorre la firma del Protocollo italo‑belga che assicurava e dava forma, fra le altre cose, al trasferimento e alle condizioni di lavoro di cittadini italiani in Belgio.
Ma il racconto parte dalla mattina della tragedia, l’8 agosto 1956, quando nell'incidente alla miniera del Bois du Cazier, che di fatto ha decretato la fine dell'accordo fra Italia e Belgio, persero la vita 262 minatori di 12 nazionalità, di cui 136 italiani. "Il podcast nasce con l'idea di fare un lavoro fotografico, accompagnato da un lavoro giornalistico, che ci ha portato prima a un minatore, poi a un altro e, poco a poco, ci ha fatto scoprire che eravamo davanti a qualcosa di più grande di un ricordo degli incidenti di Marcinelle. Eravamo davanti al passaggio di una generazione, che era partita dall'Italia per venire qua in Belgio, che aveva vissuto il periodo della guerra e del dopoguerra e che, abbandonando tutto, era venuta a lavorare in miniera senza sapere in che condizioni avrebbe lavorato, senza sapere niente del Belgio", ha raccontato all'Agi Diego Ravier.
Storie di minatori italiani che i due autori hanno ricercato e riscoperto negli anni, intervistando alcuni dei sopravvissuti e dei soccorritori, che hanno raccontato loro i momenti più significativi della loro vita in Belgio, fra cui quelli bui dell'incidente e dei primi, urgenti soccorsi. "È incredibile, perché tanti di questi minatori magari non si ricordano quello che hanno mangiato ieri, ma sono capaci di ricordare i dettagli del loro lavoro: come il numero di medaglia che avevano sulla tuta o i vestiti da lavoro ogni volta che tornavano dalle profondità della terra, così come il rumore dell'ascensore alla prima discesa o il suono del treno che li aveva accompagnati in Belgio da Milano. È attraverso loro che abbiamo cercato di tenere viva la memoria collettiva di un periodo storico", ha aggiunto Ravier.
Un racconto in quattro puntate – le tre successive usciranno nelle prossime settimane – prodotto da Intreccimedia e dall’associazione Nembresi nel mondo, realizzato con il contributo della Fondazione Cariplo, in collaborazione con la Cooperativa impresa sociale Ruah, il comune di Nembro, l’Ente bergamaschi nel mondo, la Fondazione Migrantes – Cei, il progetto Fileo della Diocesi di Bergamo, l’Amicale des mineurs des charbonnages de Wallonie, il circolo di Bruxelles dei “bergamaschi nel mondo”, i coniugi Mariuccia e Lino Rota, e il museo della miniera e dell’emigrazione di Nembro.
Tanti partner per un progetto che parte da Marcinelle per portare l’ascoltatore a pensare e ripensare il fenomeno dell’emigrazione di oggi, con molti italiani che, per motivi diversi e in condizioni diverse, ancora si trasferiscono all’estero, in Belgio come in altri Stati. "Noi iniziamo a lavorare su questo tema appena trasferiti in Belgio, più o meno dieci anni fa, per i 60 anni dalla tragedia. E da lì abbiamo continuato a lavorarci e a incontrare i protagonisti ancora in vita", ha spiegato all’Agi Paolo Riva.
"Erano storie di minatori che erano venuti qua. Poi ci siamo occupati anche del 'viaggio di ritorno', parlando con quei minatori che ad un certo punto, finito il periodo professionale in Belgio, hanno deciso di tornare in Italia. Siamo stati nelle Marche e, in particolare, in Abruzzo – da cui venivano 60 dei 136 italiani deceduti nella tragedia – dove il ricordo è ancora particolarmente forte", ha aggiunto Riva.
Colloqui e ricostruzioni che hanno portato i due a parlare con i figli dei minatori italiani in Belgio, in alcuni casi anche con i figli delle vittime di Marcinelle. Un viaggio nella memoria per ricostruire la storia fin dalla scelta del trasferimento, passando per il viaggio fino al Belgio – quasi sempre da soli – per poi magari ritrovare la famiglia o gli affetti mesi o anni dopo, una volta che il trasferimento si rendeva possibile. Molti dei lavoratori, spiegano ancora gli autori, una volta chiuse le miniere sono rimasti a fare da guida o a impegnarsi in qualche modo in quei luoghi nel frattempo diventati patrimoni Unesco e siti fondamentali per la memoria italiana, belga e internazionale.
Come la storia di Urbano Ciacci, salvo perché il giorno della tragedia si trovava in Italia per il suo matrimonio. Lui che, comprando il giornale, scoprì della tragedia e dei compagni di lavoro che non ce l’avevano fatta. Ciacci che, negli anni successivi, si è impegnato per sostenere la trasformazione del Bois du Cazier in museo, contro il progetto di abbattimento previsto negli anni ’80.
O come la storia di Mario Bandera che, raccontano gli autori, ricorda il suo arrivo, a 14 anni, nelle baracche riservate ai minatori. Giunto con la famiglia da Erbusco, in provincia di Brescia, viene recuperato dallo staff della miniera e ricongiunto con il padre, già in Belgio, che non si aspettava di vedere il figlio lavorare con lui.
Dalle ricerche e dalle interviste nasce anche il parallelismo con l’emigrazione e l’immigrazione di oggi. "Un po’ ti rivedi, pur con tutte le differenze del caso e senza paragoni stucchevoli, in alcune sensazioni che però possono essere paragonate", raccontano ancora i due all’Agi. "La cosa che però colpisce di quegli anni è che il sistema di emigrazione italiano era codificato, di Stato. Uno Stato che coscientemente lasciava andare persone in posti che si sapeva essere insicuri, insalubri e pericolosi. Oggi la situazione è molto diversa", spiegano gli autori.
Un aneddoto? "La storia che forse più ci ha colpito è quella di un emigrato delle valli bergamasche che, quella mattina, da minatore divenne soccorritore. Finito il turno di lavoro, mentre si stava facendo una doccia, viene chiamato a Marcinelle per prestare soccorso d’urgenza. È una storia personale che si inserisce in una molto più grande e che trasforma una giornata iniziata come normale in una data che ricordiamo ancora oggi e che ha segnato la storia italiana, del Belgio e dell’immigrazione di chi è arrivato dopo di noi per lavorare nelle miniere belghe", conclude Riva.