AGI - Cosa c’entra un rappresentante ‘brutto e cattivo’ della Spoken word con un libro che, fin dal titolo, sembra incarnare la summa del politicamente corretto? Parliamo di ‘Arabo è donna. Sette poetesse raccontate col metodo della storia orale’, appena pubblicato da Homo Scrivens. L’autore, Davide Borowski, è un poeta performer che si sta velocemente distinguendo nei poetry slam nazionali (competizioni di poesia performativa in cui gli slammer recitano dal vivo i propri testi e vengono giudicati dal pubblico in sala). Basta ascoltare qualche sua opera sul podcast ‘Banda poetica’ per rendersi conto che si pone tutt’altro che da bravo ragazzo: ambientazione urbana, temi da strada, parole non di rado forti, nessuna concessione, in apparenza, al romanticismo. Forse la risposta alla domanda iniziale va ricercata nel fatto che, dopo aver girato il mondo lavorando nella finanza e nella cooperazione, Borowski si è scoperto poeta da soli tre anni, durante una lunga degenza in un ospedale di Londra seguita a un intervento al cuore. Da allora è iniziato un nuovo percorso, culminato nel 2025 con l’inserimento tra i finalisti della sezione poesia del Premio De André.
Il libro
Trecento pagine dense, e non di rado sorprendentemente liriche, che attraversano l'universo culturale del mondo arabo contemporaneo assumendo una prospettiva puramente femminile. Il saggio si basa sulla convinzione che solo le voci delle donne esterne all'Occidente possano restituire davvero la complessità e lo spirito del nostro tempo.
Le sette poetesse
Il nucleo della ricerca è costituito dal viaggio - anzi, dai viaggi - compiuti dall’autore per incontrare personalmente le autrici e intessere con loro un dialogo diretto. Si tratta di sette poetesse provenienti da diverse aree del Medio Oriente, soprattutto mediterraneo, ma in qualche caso - come quello dell’apolide kuwaitiana Mona Kareem, rintracciata negli Stati Uniti - costrette all’esilio in altri luoghi a causa del loro attivismo. Nello specifico, Borowski traccia i ritratti umani e artistici di Amirah Al Wassif e Nadra Mabrouk (Egitto), Ahlam Bsharat (Palestina), Dalila Hiaoui e Mouna Ouafik (Marocco), Mona Kareem (Kuwait) e Imèn Moussa (Tunisia).
La storia orale e la terzietà
La scelta programmatica è quella di non strutturare il testo come un'antologia accademica da critico, privilegiando invece il metodo della storia orale. Ampio spazio viene dato a frammenti biografici, racconti e confessioni sul quotidiano che restituiscano intatto il retroterra sociopolitico in cui sono nati i versi di ogni autrice. Evitando di giudicare, alterare o filtrare, Borowski si pone come un ‘terzo neutrale’ che rifugge sia l'atteggiamento dell’accademico che incasella la poesia in schemi eurocentrici, sia il ruolo-trappola di salvatore occidentale che tenta di parlare al posto delle donne mediorientali. Un passo indietro che serve a lasciare spazio alle sole voci delle autrici e alla personale opinione che su di esse può formarsi il lettore.
49 poesie tradotte
A corollario del racconto degli incontri e delle interviste, il saggio contiene 49 poesie (esattamente sette per ogni autrice), selezionate e tradotte dall'autore per mostrare come la parola poetica possa trasformarsi in uno strumento di espressione, resistenza e ridefinizione dell'identità femminile nel Medio Oriente e nel Nord Africa.