AGI - Si può fare polemica intorno alla poesia? In realtà la si fa da sempre e, senza andare a scomodare quella celebre tra Lord Byron e Robert Southey, basta ricordare quelle più recenti e tutte italiane sul Nobel a Quasimodo o quella tra Pasolini e il Gruppo 63.
Ma la più vicina a noi, con le polveri ancora calde, è quella attorno al Premio Strega Poesia. Nasce dal rapporto tra giurie, comitati scientifici e possibili conflitti d’interesse in un settore, quello poetico, dove autori, critici, direttori di collana ed editori spesso operano negli stessi spazi professionali.
Al centro del caso c’è Elisa Donzelli, poetessa, critica letteraria, docente alla Scuola Normale Superiore di Pisa e direttrice della collana di poesia contemporanea di Donzelli Editore, che si è dimessa dal Comitato scientifico del Premio e dalla Giuria estesa dopo le polemiche sulla presenza tra i libri in gara di un titolo pubblicato da Donzelli, La linea spezzata di Fabrizio Lombardo, poi entrato nella cinquina finalista.
Il nodo, secondo Donzelli, è di metodo. Il regolamento del Premio Strega Poesia attribuisce al Comitato scientifico il compito di selezionare prima la dozzina e poi la cinquina e consente anche di integrare le proposte degli editori con ulteriori opere.
Non prevede però, in modo esplicito, una norma di astensione per i componenti del Comitato o della Giuria quando siano coinvolti libri riconducibili a collane, editori o attività editoriali con cui hanno rapporti diretti.
Donzelli sostiene di avere chiesto una maggiore formalizzazione delle regole, in particolare una “regola etica” che impedisca a direttori o collaboratori di collana di votare libri legati al proprio lavoro editoriale. Nell’intervista che ha concesso ad AGI afferma di essersi dimessa dopo avere partecipato alle votazioni per la cinquina, quando a suo giudizio erano venute meno “le condizioni per poter operare serenamente e scientificamente” all’interno del Comitato.
Il Premio ha respinto questa ricostruzione. In una replica del Comitato scientifico, le motivazioni di Donzelli sono state definite “irriconoscenti e infondate”, mentre la Fondazione Bellonci ha fatto sapere che le richieste di chiarimento regolamentare saranno valutate in vista del prossimo bando. La vicenda ha così superato il perimetro della polemica individuale, aprendo un confronto più ampio sulla trasparenza dei premi letterari e sulle regole necessarie per tutelarne la credibilità.
Lei si è dimessa dal Comitato scientifico e dalla Giuria estesa del Premio Strega Poesia dopo le polemiche sulla presenza nella dozzina di un libro pubblicato da Donzelli. Qual è stato il punto che ha reso inevitabile la sua decisione?
Il 18 aprile ho presentato le dimissioni dal comitato scientifico del Premio Strega Poesia al quale sono stata invitata a partecipare dalla sua nascita e dalla giuria estesa degli Amici della poesia, che con il comitato ho selezionato 4 anni fa. Vedo per altro che il mio nome compare ancora sul sito del premio tra gli Amici della poesia, pur avendo chiesto di rimuoverlo. Essendomi stato chiesto su più fronti il perché, e per il fatto che la notizia era circolata a mia insaputa e contro le indicazioni stesse del premio, ho espresso le ragioni pubbliche con una nota su fb, e senza ricorrere ai giornali. Ma dicendo, con trasparenza e garbo, con fondo dispiacere, questo: nelle ultime settimane attacchi personali e polemiche sui social - ma anche oltre i social - si sono epigonizzati attorno alla mia persona nonostante nel comitato scientifico sezione Strega Poesia vi siano - e vi siano stati con libri della propria collana in finale - altri direttori e direttrici e/o collaboratori di collane. Pur avendo sperato nel tempo potessero essere chiarite e uniformate nel regolamento le modalità di candidatura dei libri in gara, le tipologie di libri candidabili, le modalità di voto, la durata del mandato del comitato e della giuria estesa in garanzia del turn over, la possibilità da parte del Comitato stesso di verificare lo svolgimento delle votazioni della Giuria estesa e, in particolare, avendo richiesto formalmente venisse esplicitata la *regola etica* che impedisce ai direttori di collana o collaboratori di non votare i propri libri in gara, il Direttore - che è anche è uno dei membri del Comitato scientifico Strega Poesia - non ha risposto al mio sollecito. Sollecito che ho avanzato per iscritto a mia tutela, del Premio stesso, in primis per i candidati e gli editori. Ho dovuto dopo giorni, dato che gli attacchi aumentavano nei miei confronti, contattare il presidente della Fondazione Bellonci, Giovanni Solimine, che ha gentilmente risposto al mio sollecito dicendomi che per il prossimo anno avrebbero pensato come migliorare il regolamento, come d’altronde hanno saggiamente fatto per la narrativa. Il direttore invece non ha in ogni caso mai ritenuto di dovermi rispondere direttamente. Alcuni componenti del Comitato mi hanno detto che queste cose bisogna lasciarsele scivolare addosso. Non mi pare tuttavia il loro nome sia finito sui media in questo modo. Ho dovuto rivolgermi a un avvocato privatamente per difendermi dalle diffamazioni.
Nella sua presa di posizione lei non sembra contestare solo una polemica personale, ma un problema di metodo. Quali regole mancano oggi, a suo giudizio, perché il Premio Strega Poesia possa evitare ambiguità e sospetti di conflitto d’interessi?
Al di là delle polemiche attorno allo Strega Poesia 2026, le condizioni per poter operare serenamente e scientificamente all’interno del comitato stesso, al termine dei lavori per decretare la cinquina ai quali ho partecipato sino alla fine (noto che nell’annuncio della cinquina questo non è segnalato dal Premio, come se io non avessi partecipato a quelle votazioni), sono per me venute meno. Io mi sono dimessa subito dopo la conclusione delle votazioni per la cinquina. Pochissimi giorni dopo la mia nota di dimissioni sono venuta a conoscenza sui quotidiani della replica che il Premio ha ritenuto di voler diffondere con motivazioni che prestano tristemente il fianco a interpretazioni ambigue e a un modo di procedere che confonde il pubblico e i piani. Ho letto parole inadeguate nel definire la mia persona e l’etica professionale che da anni contraddistingue il mio operato nel mondo della cultura, sempre a favore, e a servizio, della comunità. Chi mi conosce di persona – ma anzitutto chi conosce la mia opera di docente universitaria, saggista, poetessa, direttrice di collana e di progetti che sostengono la poesia da 25 anni – sa che il mio è un lavoro fatto di costanza sia per rigore e serietà, sia per sensibilità e umanità. Io ho parlato di un problema organizzativo e sistemico: di formalizzazione complessiva ed esplicita delle regole e richiedendo con interlocuzione e gentilezza alla direzione del Premio Poesia di inserire nel regolamento almeno due righe sulla *regola etica* che vieta ai direttori/collaboratori di collane di votare i propri libri in gara. Cosa che è del tutto evidente sollecitassi a tutela del premio stesso, o aspettandomi di ricevere una risposta sulle motivazioni di un eventuale diniego. Lavoro e ho lavorato per diversi premi letterari e sono presidente del Premio nazionale Poesia del Mezzogiorno e, pur nelle difficoltà che sempre ci possono essere in gruppi di lavoro eterogenei, non mi è mai capitata una situazione simile. Invece di rispondere sul merito delle questioni sollevate che hanno portato alle mie dimissioni, leggo sui quotidiani un attacco personale con aggettivazioni sgradevoli nei miei confronti avendo prestato un servizio culturale gratuitamente (non sotto contratto) al premio per 4 anni. Fatto ancor più disorientante per me - ma primariamente per chi vuole capire che cosa è accaduto - è che la risposta è attribuita al comitato ‘tutto’, quando la nota pubblica di dimissioni che ho scritto si rivolgeva unicamente a una mancata risposta del direttore. Una risposta dovrebbe contenere argomenti senza livore - in questo caso sgradevolmente di un ‘tutti’ generico contro ‘una’ - perché il punto non dovrebbe apparire come una incomprensione privata legata ad antipatie interne, a supposti scontri ‘caratteriali’, come invece mi pare si sia voluto far apparire. Ammesso che io non abbia davvero ricevuto il sostegno di nessuno dei componenti del comitato. Bisognerebbe parlare con chiarezza di come funzionano le cose. E il modo non è ascrivibile a un patto interno di ‘discrezionalità’, ma a una formula univoca di regolamento scritto al quale attenersi tutti allo stesso modo. E tutti gli anni. Considerando quanto sia importante il turnover tanto più in un ambiente così ristretto, liberando il posto come hanno fatto i colleghi Enrico Testa e Valerio Magrelli prima di me in questi anni.
La poesia è un ambiente editoriale molto più ristretto della narrativa: editori, critici, poeti, direttori di collana e giurati spesso si conoscono e lavorano negli stessi spazi. È davvero possibile costruire una giuria “neutra”, o il punto è rendere trasparenti i legami e disciplinarli?
Il Premio Strega Poesia al suo principio mi è parso una buona occasione per avvicinare il pubblico a un genere che negli anni Settanta divenne alla portata di tutti, ma che già in quel tempo mostrava la sua natura autoreferenziale in parallelo a quella di testimone principe delle contraddittorietà del reale. Nell’anno in cui Pasolini muore, 1975, e pubblicando quell’anno l’antologia Il pubblico della poesia, Berardinelli e Cordelli mostrarono in sostanza che il pubblico della poesia erano i poeti stessi. Erano anni in cui nel nostro paese si respirava un clima bifronte (cosa di più poetico?): da un lato la gioia e la spinta dell’utopia rivoluzionaria del ’68, delle grandi conquiste di diritti e riforme; dall’altro il dramma delle stragi di Stato iniziate nel 1969 e protrattesi sino al 1984 almeno, dell’evoluzione drammatica della contestazione studentesca portata avanti da una “generazione sfortunata” di giovanissimi, come la chiamò Pasolini, che furono protagonisti ma che, se si contano i morti, pagarono più degli altri. La poesia oggi viene pensata come qualcosa di indifferente e lontano da tutto questo. Eppure non è sempre stato così: se dalla metà degli anni Ottanta a oggi i poeti si sono trincerati nell’intimismo, nel formalismo, nello sperimentalismo in assenza di una avanguardia politica, se la poesia ha assunto forme (troppo ‘facili’ o troppo ‘difficili’), soprattutto se è diventata un ambiente che in molti definiscono chiuso e ristretto, ci sono delle ragioni che andrebbero spiegate e anche considerate in un Premio di visibilità nazionale. Nel 1979, durante il festival internazionale dei poeti, a Castelporziano sulla spiaggia di Ostia, la cosiddetta “Woodstock italiana”, ideata con l’Estate romana dall’assessore alla cultura Renato Niccolini, cui parteciparono i poeti Beat americani e le nostre celebri voci, un pubblico di 30.000 persone si impossessò addirittura del palco urlando contro figure come Amelia Rosselli e ritenendo che la poesia fosse di tutti. Qualche anno dopo nessuno avrebbe mai fatto una cosa del genere. La poesia non interessava più e tra la gente non se la sarebbe ricordata più nessuno. Se non i poeti stessi costituitisi in piccoli circoli, gruppi, collettivi di amicizie, o semplicemente apparatati nei loro meravigliosi margini alla ricerca di un po’ di silenzio dopo l’eco del boato di Piazza Fontana. Io sto dedicando un’ampia ricerca a tutto questo che uscirà per un grande editore all’inizio del 2027, proprio per i 50 anni dal ’77. Sono fenomeni storici e socio-estetici che sarebbe importante spiegare ai lettori magari costruendo anche degli incontri per il pubblico all’interno del Premio Strega. Altrimenti come può, chi è interessato, capire qualcosa sulla differenza tra poesia e narrativa oggi? Proprio oggi che le scritture sono divenute sempre più ibride rispetto al passato? Queste polemiche – questo tipo di risposte non congrue che sono state date rispetto alle mie dimissioni a nome di tutto il comitato – i miei colleghi dovrebbero sapere benissimo che rafforzano la distanza con il pubblico, e potenziano logiche che impongono una visione unica dei fatti e della poesia stessa. Viviamo in un presente indistinto che non conosce e non riconosce la tradizione letteraria e toglie l’opportunità di approfondire l’istituzionalità delle opere e delle voci della poesia contemporanea. Impedendo al pubblico e ai lettori di conoscere la storia della poesia, dei suoi Maestri, del rapporto tra tradizione e innovazione, e il suo ruolo nell’arte e nella società. Ruolo scientifico che un comitato come quello dello Strega è chiamato pubblicamente a ricoprire.
Lei ha chiesto che i membri del Comitato non possano votare libri riconducibili alle proprie collane o al proprio lavoro editoriale. Basterebbe una norma di astensione, o servirebbe un ripensamento più ampio della composizione e della durata degli incarichi nelle giurie letterarie?
Sul piano delle regole, dare la possibilità a ciascun membro del Comitato di candidare un numero superiore a 1 di libri rispetto alla possibilità data all’editore stesso a me è apparso, sin dalle prime riunioni, profondamente sbagliato per due ragioni. La prima è che si correva il rischio di sminuire il ruolo intellettuale dell’editore di poesia (Ferretti lo ha chiamato “l’editore letterato” cui, per la poesia, andrebbe aggiunta la formula di “editore poeta”), e ricordo bene che una delle risposte che ricevetti è che gli editori non servono e contano solo gli autori. Un parere piuttosto forte detto da un membro del Comitato anche Professore universitario con un certo ‘peso’, ma che ho rispettato. Scheiwiller, Guandalini, Pozza sono figure che hanno fatto cultura e politica attraverso l’editoria di poesia, che hanno inventato libri e autorialità che non esisterebbero. Un direttore di collana in Italia sa di avere alle spalle un modello alto come quello di Vittorio Sereni nello Specchio Mondadori: un direttore che era poeta e seguiva i libri nella loro gestazione contribuendo a concepirli come tali e a portarli dentro la sfera della letterarietà, oltreché del mercato. E sa che l’editoria di poesia di livello è stata fatta anzitutto da poeti: Bertolucci per Garzanti, Fortini per Einaudi, Raboni per “La Fenice”, Cucchi dopo Sereni per lo Specchio. In effetti mi accorgo che forse il suddetto collega mi ha risposto così perché è vero che nessuna editrice donna che diriga con le sue sole gambe, nessuna “editrice poeta”, ha fatto la storia dell’editoria di poesia in Italia. Per fortuna anche in questo senso i tempi stanno cambiando. La seconda è correre il rischio di ritrovarsi in finale con anche 3 o 4 libri, per esempio, di Einaudi (che fa moltissimi titoli l’anno nel suo catalogo) e di non lasciare spazio alle case editrici medie e piccole, che funzionano come vere pioniere della poesia di originalità. Con questa funzione nasce nel 1996 Donzelli poesia al cui catalogo hanno attinto editori grandi, ma non solo Donzelli: si veda il ruolo bello e importante di Marcos y Marcos negli stessi anni. Non mi pare affatto vero che io, come dichiarato sui giornali, non abbia mai sollevato argomenti su cui ragionare. Quanto ai dibattiti interni al comitato, ho sempre rispettato il parere di una maggioranza sino a quando le decisioni prese, come l’incertezza sull’ammettere o meno libri che sono antologie e non raccolte di poesie all’interno della gara, non rischiavano di portare il Comitato nelle votazioni finali a una gestione affannata e caotica delle regole di voto. Regole non scritte chiaramente sul regolamento con il rischio di ritrovarsi ogni anno con decisioni da creare di volta in volta in base alle situazioni. E tutto questo sino a quando nelle ultime votazioni per la cinquina le condizioni sono diventate, almeno per me, non all’altezza del compito che ero chiamata a svolgere. Mi sono dimessa anche dalla giuria degli Amici della poesia perché come membro del comitato non ero d’accordo nell’avere anche diritto di voto nella giuria estesa. Come membro del comitato non ho mai conosciuto l’andamento delle votazioni estese, non dico i nominativi associati al voto, perché devono restare chiaramente segreti.
Nel Comitato ci sono anche direttori, direttrici, collaboratori, collaboratrici, di altre collane di poesia. Gianmario Villata direttore artistico di Pordenonelegge che ha accolto eventi Strega Poesia. Calandrone, Cortellessa, Pugno che dirigono (o dirigevano?) una collana per l’editore Aragno. Era girata la notizia che avessero passato la direzione della collana ad altre tre persone, tra le quali una finalista del Premio di quest’anno. Mi sbaglio?
Sì, ricordo di aver letto – a margine di un evento di Aragno a ottobre 2025 – su una pagina Facebook l’annuncio dei nuovi curatori della collana “I domani”. Il 15 maggio – il giorno prima dell’annuncio della cinquina previsto al Salone del libro – in un post di una delle nuove giovani direttrici è parso che la composizione della neo-direzione de “I domani” non comprendesse più la finalista Strega ma solo due nuovi direttori, diversamente da quanto annunciato. Altrove sui social – per mano di una dei precedenti direttori e membro del Comitato – riappare una informazione opposta. Non ne conosco le motivazioni. Facebook è il nuovo Castelporziano. E l’unica informazione che dovrebbe fare testo è il colophon di un libro che indichi esplicitamente la direzione delle collane, le collaborazioni, come anche dovrebbe fare la pagina di un editore. In questi 4 anni sono finiti in dozzina e cinquina libri delle collane dirette da membri del Comitato, e ritengo siano tutti libri validi. Bisognerebbe mettere tuttavia a tiro, e a fuoco, le modalità di selezione e di voto se si vogliono coinvolgere in un Comitato dei direttori di collane con accreditate competenze. Chiaro che in questo modo appaiono meno sostenuti libri di livello come, per esempio quest’anno, quello di Dario Capello, edito da un piccolo editore come puntoacapo. Altro discorso è quello dei maestri: Cucchi, Pusterla, Buffoni, Bertoni tutti esclusi dalle finali. Premio alla carriera sì, premio alla carriera no? Oppure premio per le loro opere oggi? Lascio aperta la domanda ma ciò di cui mi dispiaccio profondamente è questo: i lettori non hanno potuto conoscere in questi quattro anni chi ha fatto davvero la storia della poesia negli ultimi cinquant’anni, se non parzialmente con i finalisti Lamarque, Rossi, Fiori, Pontiggia. E di chi sta facendo la storia dell’editoria di poesia come talent scout. Perdonatemi, ma io credo che la storia e la memoria debbano integrarsi con la novità. Non schiacciarsi a vicenda. Abbiamo un “dovere dei tempi” – e i tempi sono tre: passato, presente, futuro – se siamo chiamati a prendere decisioni. Mi dispiaccio di essere apparsa pubblicamente sola e isolata nel comitato (nonostante l’estesa solidarietà che ho ricevuto esternamente), ma non ho paura di farmi dei nemici o perdere la poltrona se opero e agisco per migliorare le cose e mi dispiace molto per chi la ha avuta. Il nemico più grande è la mancanza di cultura e di verità.
Al di là del caso specifico, questa vicenda può diventare l’occasione per rafforzare il Premio Strega Poesia, fissando regole più chiare per le prossime edizioni?
Mi auguro che il Premio possa trovare nuovo slancio e nuova forma anche in ragione di quanto accaduto e auguro il meglio ai colleghi che hanno ritenuto di restare dove sono e di salutarmi in questa maniera sui giornali. Secondo il mio punto di vista la Giuria e il Comitato dovrebbero cambiare almeno ogni tre anni per creare una comunità più eterogenea e meno paralizzata. La poesia è prima di tutto ascolto e percezione di una voce magari dissonante, ma riconoscibile. Bisogna conoscere la storia della poesia e al contempo saper ascoltare i margini per saper stare al centro.