AGI - "Un romanzo di formazione al contrario". I misteri degli ultimi cinquanta anni di Storia (soprattutto) italiana, la crisi della sinistra, il burnout dei Millennial: non lesina sui temi l’esordio letterario del giornalista de Il Foglio e Rivista Studio (nonché ex Nuovi Argomenti) Giulio Silvano.
"Un romanzo di formazione al contrario"
“Hanno vinto loro” (Frassinelli) è stato definito un romanzo di formazione al contrario, ma forse si tratta più di un romanzo di deformazione, basato com’è sui ricordi di un espatriato in Francia dell’anno spartiacque 2001, quando conobbe, appena undicenne, in un centro di volontariato della provincia ligure, un faccendiere ex agente dei servizi appena uscito di galera. Che della vita vera, al contrario dei suoi genitori molto politically correct, sembrava sapere davvero tutto. Ne abbiamo parlato proprio con Giulio Silvano.
Il legame tra giornalismo, realtà e finzione
Quanto ha influito il tuo lavoro di giornalista sui temi che hai scelto di affrontare?
"Tanto, perché comporta attenzione costante alle notizie e soprattutto a come si collegano. Scrivere narrativa può richiedere anni, i casi sono molteplici, ma accumulare molte informazioni in poco tempo insegna a unire i fili delle realtà apparentemente più diverse. Inoltre, scrivere articoli ogni giorno allena molto, anche se a una prosa differente da quella del romanzo".
Il giornalismo imbastardisce la scrittura o la alimenta?
"È questione di tempi. Con un pezzo da consegnare in un’ora pensi poco alla lingua, e spesso, rileggendoti, rimpiangi di non aver avuto qualche minuto in più per lavorare. In un certo senso è positivo che tanti scrittori siano costretti al giornalismo, perché la commistione dei generi può portare a nuovi linguaggi. Diciamo che dalla mia posizione privilegiata, in un giornale come Il Foglio che raduna penne formidabili, cerco di vedere il buono. Ma in effetti oggi esiste un giornalismo che fa cadere le braccia, come se molti non si divertissero a scrivere. Cosa peraltro normale, se in una settimana, ad esempio, devi recensire quattro libri".
Nel tuo ci sono i misteri d’Italia e la dietrologia, che a volte sembra il nostro sport nazionale. Attraverso la finzione, hai scritto un romanzo sulla ricerca della verità, che sia storica o personale?
"In realtà mi interessava il contrario. Da noi si cerca la verità, ma ci si accontenta dei misteri. È come se ci piacesse che qualcosa resti nell’ombra. Credo derivi anche dal fatto che in Italia sia sempre stato difficile capire chi comanda: il potere è una cosa complessa, che sfugge a qualsiasi semplificazione. Ed è proprio questa ambiguità che diventa interessante da mettere in scena nella fiction".
Nel tuo libro il faccendiere incarna l’Italia più opaca, i servizi deviati, le trame oscure, eppure ha un fascino magnetico. Non temi che l’educazione del protagonista ragazzino si trasformi, per il lettore, in una giustificazione o riabilitazione del cinismo della Prima Repubblica?
"Per quanto sia buffo, la mia generazione vive una sorta di fascinazione per la Prima Repubblica. Sui social spopolano le foto di Andreotti o Moro al mare; forse un modo per dialogare con il passato, ma senza poterne avere risposta. Il punto è capire come si è arrivati a questo. Anche per me il faccendiere è una figura affascinante. Crescendo in una famiglia di sinistra ho interiorizzato simili personaggi come il Male, ma generalizzando non si arriva alla verità. Eventi attribuibili “all’altra parte”, finalizzati per esempio alla caduta del comunismo nell’URSS, possono anche apparire legittimi, in un certo senso".
La generazione e il contesto storico
Il libro è ambientato nel 2001, che tra G8 di Genova e 11 settembre è terreno narrativo densissimo. Come si evita, in un romanzo, il rischio di fare della “pornografia del trauma” o di cadere in una pura operazione nostalgia?
"Dando spazio a voci dissonanti. Io scrivo del G8 facendone discutere persone dai punti di vista opposti, proprio per scongiurare il didascalico. Quanto alla cosiddetta pornografia delle tragedie, sembra inevitabile quando passa il tempo. Basti pensare che oggi sull’11 settembre compaiono milioni di meme ogni giorno. L’unica strada resta la molteplicità delle prospettive. Nel libro faccio parlare il faccendiere con finte interviste, creando un mosaico di contraddizioni che rispecchia i media reali, sui temi che il personaggio affronta".
Le tue frequenti digressioni, spesso dedicate a elementi frivoli, vogliono rappresentare la superficialità forzatamente elevata dai Millennial a modus sopravvivendi?
"Siamo stati costretti ad adottarlo, questo modus, dalla fine delle ideologie e delle religioni organizzate in comunità. Leggere in chiave superficiale un mondo rimasto orfano di grandi partiti e movimenti permette alla mia generazione di trovare un’identità nella confusione".
La critica alla sinistra genitrice e politically correct mossa nel libro è solo lamento generazionale o un invito a cambiare alla borghesia progressista?
"Magari fosse possibile un simile invito. Oggi una certa sinistra ha un problema di comprensione del mondo, figlio di un senso di superiorità morale che viene da lontano. Non detenere il potere politico, ma quello culturale, può alla lunga portarti a parlare solo a una determinata fetta della popolazione. Da tempo molta sinistra ha smesso di pensare alle questioni sociali, come il lavoro e la casa, che più toccano la mia generazione".
Il cuore del mistero
“Hanno vinto loro” suona come una resa, ma questo libro vuol essere un atto di ultima resistenza o un’ammissione di accettazione passiva?
"Forse entrambe le cose. Perché, alla fine, il tema o il problema della vittoria è relativo. Per esempio, anche se ora la destra è al potere, l’ex ministro Sangiuliano ha recentemente espresso, al Foglio, la convinzione che, in termini di egemonia culturale, abbia vinto la sinistra. Tutti, insomma, in qualche modo si sentono sconfitti".
Diamo una risposta al titolo: alla fine, chi sono “loro”, quelli che hanno vinto?
"Se ognuno pensa di aver perso, i vincitori sono sempre “gli altri”, in un certo senso. Vale per la sinistra e per la destra, a seconda dei campi che si prendono in esame. Forse il titolo avrebbe dovuto essere: “Hanno vinto sempre gli altri”.