AGI - "Pasquale e Santino erano in macchina e da Palermo andavano verso uno dei tanti paesi, per provare l'auto e mangiare un gelato: Santino aveva fatto un bel lavoro da fontaniere e Pasquale lo voleva premiare con un giro sulla Lancia rossa. Imboccarono l'autostrada e superarono la fila di auto importanti, entrando in galleria. Lì sentirono il botto, enorme, da far tremare le mani": il Cunto di Salvo Piparo entra, questa volta, nella ferita più profonda di Palermo, nel botto del 23 maggio 1992 sull'autostrada, nel cratere scavato dal tritolo che l'auto di Santino e Pasquale si lasciano dietro, nella paura che di loro si impadronisce.
"Si renderanno conto - spiega in una intervista all'AGI l'attore impegnato nel suo 'I Beati tavoli', sold out per tre sabati all'Oratorio San Mercurio a Palermo - che è successo qualcosa di inverosimile, guarderanno indietro e vedranno solo macerie sopra macerie e quindi decideranno di andare avanti, pensando dentro le loro teste che erano rimasti vivi perché mai avevano parlato assai, ma sempre sentito meno ancora di quanto avevano parlato".
"Sono i retaggi mentali che appartengono a quella Palermo che ancora oggi in qualche maniera ritorna a quel focus del pizzo, dell'estorsione, della mafiosità, seppur in maniera diversa", prosegue Piparo, che il racconto lo ha ricevuto da chi ne fu protagonista. "Il signor Santino - dice - è un fontaniere del mercato di Ballarò, ed è stato lui a dirmi la sua storia affinché io potessi appassionarmi e raccontarla a mia volta. È una storia che riporta al carattere di Palermo".
L'anima autentica di Palermo contro le caricature
Il 'carattere' di Palermo è oggi affidato a un attore popolare, sanguigno, viscerale, amatissimo dai siciliani ma indisponibile a farsi 'incastrare' dalla tradizione o a strizzare l'occhio alle sue degenerazioni conniventi con mafia e mafiosità. "Il mio - spiega - non è uno spettacolo prettamente di intrattenimento, non è uno spettacolo comico; è uno spettacolo dove si racconta la città e lo si fa attraverso parole conviviali che portano a riflessioni serie. Racconto un'anima autentica della città, una poetica che si è sbiadita nel tempo. Si possono riassaporare delle atmosfere, una dimensione anche sanguigna, viscerale, ma niente che abbia a che fare con qualcosa di accomodante o caricaturale.
Oggi tutto è diventato la caricatura della caricatura e surrogato del surrogato: io cerco di raccogliere la tradizione, e partendo dalla tradizione orale e dalla tradizione dei padri del teatro palermitano cerco di rimanere fedele a me stesso. Allo stesso tempo porto avanti la metrica greca (nello spettacolo il canto e la lira greca sono affidati a Margherita Liotta), il legame con l'identità siciliana e con la lingua di Palermo: parlare palermitano significa parlare tutte le lingue dei popoli che sono passati da qui".
Il "tempo di tunnina" e la metafora dei tonni innamorati
La lingua e il cibo, che per la lingua passa prima di arrivare nello stomaco. Piparo recupera cibi, detti e personaggi di un tempo per raccontare una città seduta sulle sue memorie: tra un piatto di pasta con le sarde, una panella e un tonno, affiora una Palermo che sembrava inghiottita dal tempo in cui viviamo. Tra tavole imbandite e proposte di matrimonio, 'strofanelle' di Peppe Schiera, fame nera, cimino e 'pitittu', spirito di patate e caponata con il capone, il profumo del cascavaddu, l'attore pesca dal repertorio popolare detti e stradetti, fiabe e vite raccontate per un 'cunto' moderno sul modus mangiandi siciliano: dal 'Banchetto di Carlo Magno alla corte di Parigi' al 'Polifemo' di un vicolo cieco panormita, e poi 'Petru Fudduni' con la sua fame atavica, 'La pasta con le sarde', 'I banchetti delle comunioni', fino a 'Tempo di tunnina dedicato al giudice Falcone: "La mattanza - recita - è consumata e ha raccontato l'eroe tonno. Perché in questa città gli eroi servono morti, come i tonni".
"Maggio - spiega all'AGI - è il mese in cui il tonno si innamora, ha bisogno di quelle acque calde che troverà sotto costa ma lì troverà anche la morte. Ad aspettarlo ci sono il rais, e la mattanza: la 'camera della morte' dei tonni è un rituale ormai scomparso ma nel mio spettacolo è metafora delle stragi. I nostri eroi - Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, i ragazzi della scorta - sono tonni innamorati di una causa e che per quella causa periscono". E viene in mente quel dettaglio raccontato da Angelo Corbo, poliziotto sopravvissuto alla strage di Capaci: "Dovevamo accompagnare Giovanni Falcone a Favignana a vedere la mattanza dei tonni. Ma i tonni eravamo noi".
Il 23 maggio di ogni anno è diventato ormai una sorte di rito in cui è difficile non annegare nella retorica. Nelle borgate i kalashnikov hanno ripreso a sparare, e le forze dell'ordine a braccare i mafiosi, giovanissimi e violenti. Retorica o repressione: la memoria di Palermo e dei palermitani può sfuggire a questa forbice? "Certo, sembra quasi un palinsesto ormai scontato. Ma io - sottolinea Salvo Piparo - ho sempre raccontato Palermo tutti i mesi dell'anno, rievocando le tradizioni popolari, la tradizione orale. Per San Giuseppe racconto la vampa", quella che invece di essere una guerriglia tra ragazzini e polizia per l'accensione di fuochi nelle borgate della città, potrebbe diventare "un'attrazione turistica ed essere regolamentata in modo da far vivere quell'esperienza nella legalità".
La necessità di un braccio di ferro culturale
"Racconto la festa di San Giuseppe - prosegue - e tutto quello che riguarda i piatti della tradition, con le sue metafore: nelle sarde del mare che incrociano il finocchietto di montagna qualcuno si è messo d'accordo con qualcun altro. E allora serve un braccio di ferro culturale e non solo repressivo, e dunque serve che le istituzioni dialoghino tra di loro: se la questura non dialoga col comune, poi va a finire che nell'emergenza corrono tutti". "Io - continua - in qualche maniera ho provato a dialogare con l'amministrazione comunale ma se questo progetto non viene accolto dalla questura e dalla prefettura non abbiamo dove andare. Dobbiamo cercare di dimostrare che il vero braccio di ferro è culturale e non repressivo".
"Io - ricorda - ero un bambino di un quartiere popolare e sicuramente nessuno mi ha insegnato la gentilezza. Ero portato a fare quello che facevano i bambini degli anni 80, cioè fare le marachelle e scappare. Eravamo cresciuti tra le basole di Palermo, dove le 'carnezzerie' (macellerie) grondavano pezzi di carne appesi e il sangue ci scolava addosso e non ci faceva neanche effetto: le cose sono cambiate, ma non ci possiamo accontentare di un cambiamento a metà".
Cosa significa? "Il riscatto - risponde - passa da un'evoluzione, e dal dialogo: se alziamo i muri tra di noi, è finita. Il teatro sociale è questo dialogo in cui trovo delle potenzialità incredibili, un luogo dove tutti vogliono raccontarsi".
Gli insegnamenti di Padre Puglisi e Biagio Conte
È la lezione dei grandi del teatro popolare palermitano: Franco Scaldati, di Luigi Maria Burruano, della drammaturgia di Salvo Licata? "Non solo loro. Il mio cammino si è incrociato con quello di un signore che si chiamava padre Pino Puglisi e faceva il professore di religione nell'istituto che io frequentavo, l'Alessandro Volta a Palermo. Non era mio professore, però era lì che esercitava e faceva il precetto pasquale: quegli occhi di padre Puglisi, quelle parole di aggregazione, ci inducevano a dialogare tra noi. Così come Biagio Conte, che si è accollato il peso di una causa che le istituzioni non sono riusciti a fare propria. Questi sono esempi importanti, che ci dicono in che direzione andare".
"Per il riscatto - sottolinea - serve impegno. Ogni giorno è facile tradirsi. Tante volte ho tradito me stesso perché in città conosci tutti, ti abbracci con tutti, vai a prendere il caffè con tutti. Invece in questa città oggi dobbiamo essere attenti perfino a dove andiamo a prendere il caffè. Ci dobbiamo pensare due volte, a tutte le cose: io faccio un lavoro che mi porta a incontrare tantissime persone, ma anche questi incontri li dobbiamo connotare nel segno del bene, della legalità. Ho un figlio di 10 anni e non voglio che lui rinunci alle tradizioni, non voglio che rinunci a una parlata palermitana che è divertente".
All'alfabeto del cibo, intende dire? "Il cibo ti riporta ai valori, al bene e al male e il male va esorcizzato in questo tempo di tunnina. Io dico: comincia a raccontare la tua storia e a qualcuno arriverà nella pancia".