AGI - Un libro con un libro dentro, per un gioco di specchi tra l’autore e il suo protagonista (un romanziere) che riflette su pagina i temi dell’ego, del bisogno di spiritualità, della valenza salvifica della cura dell’altro, dell’ingiustizia sociale e di quale sia il senso di praticare la scrittura. Certificato come ‘autore di culto’ dalla recente ripubblicazione, a trent’anni dall’uscita, del suo romanzo d’esordio ‘Il dipendente’, Sebastiano Nata torna in libreria con ‘Esercizi di salvezza’, tra i titoli di punta del nuovo corso di Frassinelli. L’abbiamo incontrato.
Qual è il tema centrale di ‘Esercizi di salvezza’?
Il romanzo cresce su una doppia radice. Innanzitutto, parla della necessità di abbandonare l’ipertrofia dell’ego per capire - anzi, sentire davvero - ciò che accade fuori e dentro di noi. Quando si riesce a superare il limite del proprio orizzonte, si scopre un mondo pieno di ingiustizie, ma anche la possibilità di accettare che qualcuno si prenda cura di noi, mentre cerchiamo di fare altrettanto con lui. Il secondo tema riguarda la possibilità di vivere una dimensione spirituale che vada oltre ciò che comunemente chiamiamo “il mondo”. I personaggi di ‘Esercizi di salvezza’ sono cristiani, ma la vicenda non cambierebbe se fossero buddisti o musulmani. A unire la lotta contro l’ego e la ricerca spirituale è infatti la possibilità della felicità. Vivendo, ho compreso che più si è concentrati su sé stessi, più si soffre; ma ho anche imparato che la trascendenza apre a una forma di benessere profondo. Perché Dio - qualunque nome gli si voglia dare - ci ama non per come dovremmo essere, ma per ciò che siamo. E prenderne coscienza può regalare una gioia enorme.
Quanto c’è di autobiografico nel romanzo?
La vicenda è quasi completamente inventata, ma l’esperienza dell’infelicità legata alla schiavitù dell’ego e quella della felicità che nasce dal liberarsene sono personali. Per anni sono stato sedotto dalle sirene del mondo, prima di capire che la vita può davvero cambiare solo quando ciò che facciamo assume una dimensione legata all’amore. È il cuore di tutte le grandi tradizioni spirituali.
Oggi credo che ciascuno abbia la responsabilità di aiutare gli altri a trovare la propria strada verso la salvezza e la gioia. E so, per esperienza diretta, che tutto ciò che si dona ritorna moltiplicato, quando si riesce a mettere da parte l’ego. ‘Esercizi di salvezza’ racconta la storia di uno scrittore frustrato dalla ricerca del successo che finisce per incontrare una forma di grazia. Non è però un libro edificante, anzi forse il contrario. Perché parla di una salvezza che può raggiungerti nonostante i tuoi limiti e la tua pochezza, in modo inatteso.
‘Esercizi di salvezza’ è ambientato a Roma, a Cutro, a Bologna e in Etiopia: è un libro di viaggio?
Credo di sì, ma soprattutto di tipo interiore. A Roma i personaggi vivono i loro affetti, i loro amori - anche tossici - e le loro ambizioni egotiche. È però lì che incontrano anche il centro per rifugiati Ferrhotel di via del Mandrione, luogo in cui qualcosa comincia lentamente ad aprire il loro sguardo. Bologna è invece la città in cui il protagonista si avvicina a una vita spirituale, attraverso la preghiera e il silenzio. Cutro viene soltanto osservata, ma genera comunque un clic interno. Infine c’è il centro Busajo di Soddo, in Etiopia, che accoglie bambine e bambini di strada: è lì che avviene la scoperta del miracolo. Proprio nel luogo in cui il protagonista non voleva andare, e dove inizialmente si sente fuori posto, comprende che la sua vita non potrà essere riscattata da ciò che scrive, ma da uno sguardo diverso sul mondo.
Per questo il libro si chiude con la ricerca di un nuovo incipit. Tu pubblichi sotto pseudonimo: l’idea dell’alter ego sembra appartenerti. Quando ho scritto ‘Il dipendente’, trent’anni fa, temevo che il mio ambiente professionale - che nel libro satirizzavo - potesse trovarlo indigesto. Per questo decisi di pubblicarlo senza espormi direttamente. In questo romanzo, invece, lo scrittorepersonaggio pensa di poter riscattare la propria vita attraverso una storia capace di compensare la sua frustrazione. Per farlo inventa un alter ego che rappresenta il suo opposto: è giovane, sicuro di sé e ha successo con le donne. Dentro questo gioco di doppi, ciò che unisce scrittore e personaggio è una vita spirituale frammentata, attraversata da una fede piena di contraddizioni. In fondo sono due gemelli, e per molto tempo io sono stato il terzo. Quando lavoravo come manager, il fatto che scrivessi appariva strano nell’ambiente della finanza da cui provenivo; mentre nel mondo letterario sembrava insolito che non fossi un insegnante o un professore universitario. Anch’io, fino a pochi anni fa, non riuscivo a definirmi uno scrittore. Mi dicevo soltanto: “Sei uno che ama scrivere”. Solo adesso ho la sensazione di esserlo.
Anche nella scrittura la salvezza è nella sottrazione?
Michelangelo definiva la scultura “l’arte del levare”, ed è un principio che, in molti casi, può valere anche per la scrittura. Nel tentativo di raccontare cosa significhi praticare esercizi spirituali, per esempio, ho lavorato per sottrazione. Volevo evitare di indebolire, con troppe spiegazioni, la dimensione interiore che cercavo di evocare. Così accade anche nella scena della spiaggia di Cutro: il protagonista osserva i resti del caicco naufragato, i vestiti e le scarpe delle persone presumibilmente affogate, senza formulare commenti o riflessioni sociologiche. È persino sul punto di addormentarsi quando qualcosa accade: nel silenzio, la grazia gli piomba addosso.
Ma la grazia va cercata?
Io non credo. Forse la si può preparare attraverso i pensieri e la preghiera, ma non è detto che basti. Spesso arriva alle persone più lontane dal desiderio di riceverla. È successo anche a me. Nel mio libro, un religioso dice al protagonista: “Non credere che Dio sia interessato alle anime candide. Lo incontri quando poni ai suoi piedi i tuoi peccati e i tuoi limiti”. La grazia ti tocca proprio quando senti che non potrebbe farlo, perché sei immerso nella tua pochezza di essere umano. Molti santi sono stati peccatori. Nella scrittura, invece, la grazia può manifestarsi attraverso la disciplina. Se sei fortunato, e abbastanza umile da lavorare come un artigiano, può accadere qualcosa alle pagine che componi con fatica. E se il lettore è generoso, potrebbe persino pensare che lì dentro ci sia della grazia.