AGI - Il divorzio tra la Fondazione Teatro La Fenice e Beatrice Venezi si trasforma in uno scontro frontale che travalica i confini del mondo operistico per investire direttamente il dibattito parlamentare. Dopo la decisione del sovrintendente Nicola Colabianchi di interrompere ogni collaborazione con la direttrice d’orchestra, la reazione della Maestra e delle opposizioni delinea il quadro di una rottura insanabile, segnata da accuse di mobbing e sospetti di ingerenza politica.
Attraverso una nota ufficiale, Beatrice Venezi ha risposto duramente alla risoluzione del rapporto con il teatro veneziano, preannunciando una battaglia legale per chiarire le ragioni del licenziamento.
La replica di Beatrice Venezi
"Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente Nicola Colabianchi e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno", ha dichiarato la direttrice. Venezi ha poi respinto le accuse di scarsa professionalità, contrattaccando sul piano del trattamento ricevuto dai dipendenti dell’ente: "mai mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro, a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, sui social, giornali, tv, in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera".
Le accuse di pregiudizio e casta
Secondo la Maestra, l’ostilità nei suoi confronti affonderebbe le radici in pregiudizi strutturali: "È sufficiente scorrere la cronaca italiana e non solo, dalla fine del 2025 per constatare la reiterata comunicazione lesiva del 'rispetto' dovuto". La nota si chiude con un affondo contro l’establishment culturale: "In Italia essere giovane è un handicap, e poi donna un aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta".
L'attacco del Partito Democratico
Sul versante politico, la vicenda è diventata oggetto di una dura critica da parte del Partito Democratico. Irene Manzi, capogruppo dem in Commissione Cultura alla Camera, ha chiesto massima trasparenza sulla gestione dei fondi: "Dopo le dichiarazioni della stessa Beatrice Venezi, è evidente che questa vicenda è tutt’altro che chiusa e va chiarita fino in fondo, anche nelle sue conseguenze. Noi non accetteremo che venga sprecato neanche un solo euro di risorse pubbliche".
Le accuse al governo e a Fratelli d'Italia
Manzi contesta la narrazione del governo che vorrebbe la scelta del sovrintendente Colabianchi come puramente gestionale e indipendente. "Il continuo rimarcare, nella giornata di oggi, che il licenziamento di Beatrice Venezi dal Teatro La Fenice sia una scelta autonoma del sovrintendente ha tutto il sapore di una excusatio non petita. Giorgia Meloni stamattina e Giuli nel pomeriggio — prosegue Manzi — continuano con questo ritornello come a voler far credere che quella di Venezi non sia stata una grandissima operazione politica fallita di Fratelli d'Italia. Hanno fatto di tutto per sostenerla e difenderla, schierandosi apertamente e prendendo posizione contro il mondo della lirica e della sinfonica italiana".
Le istituzioni culturali nel mirino
L’esponente del PD ha infine denunciato quello che definisce un sistema di occupazione delle istituzioni culturali: "È lo stesso schema che Fratelli d'Italia sta applicando ovunque: riempire i consigli di amministrazione delle istituzioni culturali, a partire dai musei, con figure legate alla politica locale. È una brutta pagina per il nostro sistema culturale. Altro che autonomia: siamo di fronte a un’ingerenza continua e sistematica. E oggi si tenta di prenderne le distanze. In modo tardivo e maldestro".