AGI - Sovrapproduzione di titoli e calo di copie vendute: questa l’attuale fotografia del mercato italiano dei libri dopo il fugace boom post-pandemico. Come invertire una tendenza che riduce a un soffio la vita sugli scaffali e sembra non concedere nemmeno ai testi più qualitativamente meritevoli il tempo di resistere? Ne abbiamo parlato con una delle figure meno incasellabili del nostro panorama culturale: Vincenzo Ostuni, coresponsabile editoriale di Ponte alle Grazie e autore ‘di ricerca’ appena annunciato tra i 12 finalisti del Premio Strega Poesia 2026.
Cosa significa pubblicare un libro, oggi, in termini pratici ed emotivi?
Concretamente, dipende dall’ambito operativo, perché ogni casa editrice è un ecosistema diverso. Alcune sono costrette a limitare l’attività a una produzione commerciale, altre possono permettersi più qualità; ma nei fatti la scarsità di finanziamenti pubblici obbliga quasi tutte ad affidarsi al mercato. Compresa Ponte alle Grazie, che pure fa parte di un grande gruppo come GeMS. In un simile contesto, ogni scelta è sottoposta a considerazioni economiche: non dico che si diano alle stampe solo potenziali best seller, ma che un libro presumibilmente destinato a vendere poco deve risultare sostenibile.
Eppure, e qui vengo all’aspetto emotivo, se è importante ammettere che l’editoria è un’industria, lo è altrettanto ricordare che ogni pubblicazione resta un fattore nella formazione del pensiero civile. Oltre al bilancio, va pesato il contributo reso all’opinione pubblica, alla consapevolezza politica, alla società letteraria e soprattutto ai lettori. Detto ciò, la crescente pressione commerciale sta compromettendo da tempo la qualità delle uscite, con l’effetto di abbassare i gusti del pubblico: se negli anni ‘70 trovavamo Calvino, Moravia e Morante in cima alle classifiche, oggi dominano quasi sempre nomi legati a narrativa di genere. In un panorama editoriale che fortunatamente resta ampio, l’apporto al dibattito culturale dei libri di successo si è purtroppo fatto relativo.
Tra quelli del 2026 di Ponte alle Grazie, c’è un titolo destinato a incontrare velocemente il favore dei lettori e uno a conquistarlo nel lungo periodo?
Premesso che divido le responsabilità con Cristina Palomba, tra i titoli di cui mi sono occupato direttamente cito ‘La spia’ di Jorge Dìaz: un thriller ambientato in Spagna e Germania tra gli anni ‘10 e ‘40 del ‘900, di prossima uscita, che credo possa subito trovare seguito. Per un successo più lento e duraturo punto su ‘Innocenza’ di Andrea Esposito, una storia inquietante e compiutamente letteraria, che ha come quinta l’Aspromonte.
Lei risponde delle scelte di una casa editrice che fa parte di un grande gruppo: quanto contano le competenze maturate in realtà più piccole, forse più audaci, come Minimum Fax e Fazi?
In Minimum Fax ho lavorato da ragazzo, quando era piccola, ma non così audace: si trattava soprattutto di trovare grandi autori, inspiegabilmente trascurati come Carver, o in rampa di lancio come Wallace, e valorizzarli. Fazi, di cui sono stato editor per la saggistica e direttore editoriale, era più strutturata, ma anch’essa poco vocata alla sperimentazione. Alcuni esempi di narrativa italiana, come quella di Francesco Pecoraro, Daniela Ranieri e in parte di Emanuele Trevi, provano che Ponte alle Grazie lo è in misura maggiore. Ovunque sia stato, ho cercato di portare i miei interessi e l’attitudine a mediare tra qualità e quantità. Di certo, ora il mio campo d’azione è molto più ampio.
Tra il 2004 e il 2025 sono uscite nove edizioni della sua opera in versi ‘Faldone’, l’ultima delle quali concorre al Premio Strega Poesia 2026: di che si tratta?
Di un progetto risalente alla mia adolescenza, che ho iniziato a concepire nei primi Novanta con l’intenzione di costruire libri successivi all’interno di un unico organismo letterario, in costante e interminabile mutamento. Il corpo di poesie che lo compone, pur ordinato in sezioni, è oggetto di una continua riorganizzazione strutturale, tra sottrazioni, aggiunte e accavallamenti. Ogni singolo testo è compreso tra virgolette e parentesi, ma il ‘fuori’ non è rappresentato: sulla sua natura lo stesso lettore è convocato a congetturare. Si tratta di dialoghi e monologhi, d’un ininterrotto discorso orale a più voci dotate di pieni poteri enunciativi. I temi spaziano dal linguaggio alla paternità, dalla politica all’infinito matematico; non esistono limiti. Questa propensione allo sperimentalismo nasce dal mio amore per autori come Pagliarani e Sanguineti.
Come concilia la spinta creativa con la concretezza richiesta dal suo mestiere?
Cercando d’armonizzare la passione letteraria, perseguita da sempre come insostituibile forma d’espressione, con quella per l’editoria. Sebbene sia più recente e contingente, è la seconda a influenzare la prima: diversi autori incontrati da editore hanno ispirato la mia scrittura.
Ho letto che possiede l’intera raccolta degli albi di Topolino: l’editore deve mantenere viva un’anima pop?
In effetti conservo tutti i numeri dello storico fumetto Disney, ma non ho nemmeno il tempo di sfogliarli. Quanto all’anima pop, va assolutamente preservata. In campo musicale, ad esempio, pur amando avanguardisti come Stockhausen, Nono e Ligeti, coltivo un’inclinazione per i Pink Floyd e il piacere segreto di ascoltare Baglioni.
Alle esperienze da editor e scrittore, lei unisce una laurea in psicologia, un dottorato in filosofia e la frequentazione di un corso da programmatore: di quale materia è fatto un intellettuale nel 2026?
Non lo so con esattezza, credo debba essere multiforme. Personalmente sono un eclettico che cerca di tenere insieme gli infiniti frammenti e linguaggi del mondo. ‘Faldone’, non a caso, è una polifonia che tratta i temi più vari. Un tentativo disperato, ma praticabile, di restare aperto alla molteplicità mettendone in comunicazione quante più componenti possibile. Come poesia ed editoria, che sono eterogenee, ma conciliabili.