AGI - Manipolare emotivamente il partner con attenzioni eccessive quanto discontinue, innescando meccanismi di dipendenza tali da ottenere il controllo della relazione: di questo tratta, fin dal titolo, l'esordio letterario di Raffaele Passerini, appena arrivato in libreria con ‘Love bombing’ (Castelvecchi).
Per approfondire l'argomento, e capire cosa abbia spinto un film-maker a preferire la scrittura alla narrazione per immagini, lo abbiamo incontrato.
Che genere di romanzo è Love bombing?
Si tratta di fiction autobiografica, un ambito che lascia ampia libertà creativa. La scelta nasce dal bisogno di raccontare qualcosa che conosco a fondo, una fragilità, un ritardo emotivo che ha radici nel mio essere cresciuto nella provincia italiana degli anni ’80. Love bombing è la storia del coming of age di un trentenne laureatosi a Bologna che insegue il sogno americano a New York grazie a una borsa di studio. Da aspirante regista si costruisce un inizio di carriera, ma soprattutto cerca un amore vero, presentabile alla sua famiglia appartenente alla borghesia medio alta. Concentrare in 300 pagine 3 anni di vita newyorchese è stata una forzatura letteraria: si prendono frammenti, ma resta la verità intima del racconto. Il protagonista, che sono io, vuole coronare i suoi sogni, ma fragilità emotiva ed intreccio delle paure che prova con quelle del compagno finiscono per vitalizzare la medesima auto omofobia, che si traduce in incapacità di amare declinata in vittimismo per l'uno e prevaricazione per l'altro. A praticare il love bombing sono i narcisisti patologici: si bombarda di attenzioni il partner per poi sabotarlo e infine averlo in pugno. Ma nel mio libro buoni e cattivi assoluti non esistono: spesso è difficile capire chi sia il vero love bomber. Volevo scrivere di come si possa perdere il senso dei rapporti di forza, nelle relazioni sentimentali, di quanto la necessità di mantenerle in vita a tutti i costi possa obnubilare la lucidità. Dell'altra faccia dell'amore.
L’ambientazione newyorchese è funzionale a rappresentare la frenesia del nostro tempo?
Tra il 2008 e il 2011 New York incarnava il sogno americano; la sua velocità ti faceva sentire al centro del mondo, ma solo patto di raggiungere gli obiettivi. Nel mio libro diventa raffigurazione della fine di quel sogno, un inferno che esacerba i rapporti e li fa detonare, esaltando competizione e denaro. Nei primi 2000 l'american dream coinvolgeva anche quelli rimasti a casa, a coltivare su di te aspettative impossibili: perché la meritocrazia era una favola. La maratona di NY per il successo non si correva davvero alla pari. Eppure perderla significava colpevolizzarsi ed essere criminalizzati anche da chi t'aveva sostenuto. Se tornavi, tradivi il sogno e diventavi imperdonabile. È successo anche a me. Perché si può anche avere un figlio gay, ma solo finché vive negli USA, frequenta un uomo importante e forse vincerà l'Oscar con un suo film la vergogna ha modo di trascolorare in vanto.
Da regista, era interessato a rendere la scrittura il quanto più possibile visiva?
Esatto: alla direttrice della collana Raid di Castelvecchi, Mariacarmela Leto, ho detto che volevo una telecamera sugli occhi e un microfono sul cuore. La fragilità emotiva di un trentenne andava percepita con i sensi: la pagina doveva restituire flusso di coscienza e introspezione rendendo visibili dolore, mancata cura di sé, malessere e malattia. Alcune lettrici mi hanno scritto quanto la traduzione in azioni semplici e descrizioni chiare di meccanismi psicologici sottili e complessi le abbia sorprese.
Fino a qualche anno fa, a causa del loro essere espliciti nel descrivere scene di sesso, anche per autori ampiamente trasversali come Leavitt e Tondelli si parlava di letteratura gay: quegli steccati di genere possono dirsi superati?
Premesso che esistono solo due generi di letteratura, quella buona e quella cattiva, il 70% dei messaggi sul libro che ricevo sono di donne etero. Ho scritto di relazioni tossiche e storture che ciascuno può celare dentro. Ed anche se ogni romanzo è a suo modo schierato e politico, io volevo solo far capire a lettrici e lettori cosa ho provato e quanto possa costare il silenzio. In molti sensi. Credo d'aver raccontato una storia universale, che tratta di rapporti familiari, desiderio di affermazione, imprinting emotivi che derivano dall'infanzia.
Nel suo film ‘Il principe di Ostia Bronx’ affrontava un particolare tema: come trasformare in personale successo il mancato raggiungimento della fama mainstream in ambito artistico; ‘Love bombing’ lo riprende?
Tutti gli autori hanno un tema ricorrente. Realizzo film, podcast e documentari, ho scritto una serie tv che spero di girare e questo libro, ma parlo sempre del terrore di essere esclusi, non visti e soprattutto di non appartenere. Chi decide cosa è successo, fallimento, follia o arte? Io nasco borghese e misuro tutto con i parametri del secolo scorso. Non a caso, girando ‘Il principe’, mi sono ammalato: nonostante il tema lo stessi affrontando con il film, in fondo aspettavo ancora il riconoscimento. La mia vera liberazione è questo libro. Bisogna abbandonare l'idea del successo. Pensare solo a raccontarsi senza filtri, anche perché qualcun altro trovi il coraggio di fare lo stesso.
Tornerà al cinema, magari trasponendo il suo romanzo, o adesso si sente solo scrittore?
Quando non sai più cosa fai, ti dichiari un autore cross mediale o multiplatform. In un paese in cui devi decidere a 17 anni quale sarà il tuo mestiere per tutta la vita, be', io racconto storie, buone per un medium o per un altro. Volevo scrivere con il tempo di riflessione del romanzo, ma ora immagino la trasposizione in immagini della mia storia e l'impatto che potrebbe avere. Stiamo a vedere. Di certo, in caso, lo voglio girare io questo film.