AGI - Siamo a Napoli nei primi di settembre del 1955. Sono i giorni della Festa di Piedigrotta, “la festa delle feste” partenopee, che dal Settecento coinvolge tutta la città. “Quella Piedigrotta fu per me la decisiva botta di fortuna”, racconta con un sorriso, accarezzando i ricordi, Gino Agnese, giornalista di vaglia, saggista (fondamentali le sue biografie di Boccioni e di Marinetti), fondatore della rivista Mass Media, presidente della Quadriennale di Roma dal 2002 al 2011.
Tutto ciò senza mai abdicare alla schietta napoletanità. Lo scenario della sua infanzia fu favoloso: il Real Bosco di Capodimonte, dove il padre era fra gli addetti alla custodia. “Il mio papà che morì a Capri in una sciagura militare”. Era bambino, ma ha ancora nella mente i bombardamenti americani, il peggiore quando un ordigno distrusse il palazzo accanto al suo e lui con la famiglia si sentì miracolato. La Napoli dei vicoli, delle “signorine”, del contrabbando di sigarette, dei bagni di mare davanti al Castel dell’Ovo e dell’arte di arrangiarsi.
Gino fu uno studente irregolare, che entrava e usciva da un istituto all’altro, cambiando “vocazione” e indirizzo. Tra l’altro all’Accademia di Belle Arti seguì da privatista un corso del maestro Emilio Notte. Insomma, uno che si tuffava a capofitto in disparate imprese (“Sono del segno zodiacale dei pesci”, si giustifica). E la Festa di Piedigrotta del 1955 fu una di queste.
Agnese, prima di tutto che cosa è Piedigrotta?
“Il toponimo deriva da una grotta, da un tunnel che perfora il tufo della collina di Posillipo, da Mergellina a Fuorigrotta, direzione Pozzuoli. Un traforo di epoca romana, prima della nascita di Cristo, stretto da far passare un unico carro, al quale se ne affiancò un altro nell’Ottocento, ampliato ulteriormente in epoca fascista. Uno snodo stradale, ora, ma con mito, letteratura, misteri, fede alle spalle”.
Sacro e profano.
“Nella grotta romana, la Crypta Neapolitana, si svolgevano riti in onore di Priapo, dio della fertilità, narrati anche nel Satyricon di Petronio Arbitro. E nei dintorni la tradizione vuole che sia sepolto Virgilio. Poi l’appropriazione da parte del cristianesimo. Ai piedi della grotta sorge nell’alto medioevo un tempietto dedicato alla Madonna Odigitria, perché lì era venerata un’immagine bizantina. Passa un secolo, e nella notte tra il 7 e l’8 settembre del 1353, la Vergine appare, separatamente, a un frate, a una monaca e un eremita. La chiesa sarebbe stata edificata in questa occasione. E sarebbe diventata meta di devoti, riuniti in allegria. Boccaccio scrive di una “donna di pederocto”, riferendosi alla Vergine della grotta che aiutava le partorienti, i Borbone vi fanno pellegrinaggio come esibizione di potenza, uno spot per il loro carisma: arrivano su carrozze dorate, preceduti da imponente parata. L’ultima volta, nel 1859, con mesto incedere di Francesco II consapevole del suo viale del tramonto dopo le vittorie in guerra dei franco-piemontesi”.
Fin qui la storia. Ma la Festa di Piedigrotta degli anni Cinquanta?
“Non la festa di una città, ma la città coinvolta nella festa. Decine e decine di migliaia di persone si riuniscono, la meta è il santuario. Mica una processione, si badi bene, ma un andare festoso. Un fiume non di gente, piuttosto di popolo. Che avanza senza una regola, però non è caos. Sì, era ‘o votta votta, lo spingere nella calca, ma senza esagerare. L’intera Napoli si riversa nelle strade: e si badi, il censimento del 1912 certifica che gli abitanti erano il doppio di quelli di Roma e il triplo di quelli di Milano. Arrivavano pure da quella che era allora periferia: dal Vomero, ma anche da Materdei o da Secondigliano. Organizzati e riconoscibili in squadre: chi intruppato con una trombetta di carta, chi con le lingue di Menelik…tutti poi provvisti di mappatella con i taralli, del piccolo bastone in spalla, la nzerta, dove appendevano grappoli d’uva. Si mangiava non durante il percorso, ma nelle vicinanze della chiesa. I due chilometri finali erano i più esaltanti. Dalla Villa Comunale al Lungomare, alla Riviera di Chiaia era una fiera degli scherzi”.
Quali?
“Beh, la lingua di Menelik, che nel suo gonfiarsi e sgonfiarsi rimanda alla sessualità di Priapo, soffiata in faccia al vicino di cammino. Oppure lo spolverino: consisteva in una cannuccia in cima alla quale era incollato un fiocco di carta. Passava una bella ragazza e si sfiorava con questo arnese. Non c’era violenza, né offesa, era gioco. Però capitava che il fidanzato si arrabbiasse. Altra sorpresa, il coppolone: un lungo cilindro di carta che dai balconi del primo piano veniva improvvisamente calato su un viandante, imprigionandolo dalla testa ai piedi e poi, op, si tirava su tra gli sghignazzi”.
Colori e suoni.
“Frastuono. Si balla e si canta sul ritmo di strumenti rumorosi: putipù, triccheballacche, scetavaiasse, caccavelle. Ma poi c’è il lancio delle canzoni, e qui la cosa si fa seria: Piedigrotta è anche la culla del Festival della Canzone Napoletana, che fino a tutti gli anni Cinquanta era la canzone per eccellenza, mica esisteva, per dire, quella emiliana, quella milanese. La canzone napoletana non è solo o sempre musica bassa, ma diviene musica alta, d’autore, si intreccia con la lirica, si aggancia al glorioso Settecento del Conservatorio di San Pietro a Maiella. I suoi autori si chiamavano canzonisti: c’era quello, come Salvatore Gambardella, che non conosceva la musica e fischiettava il motivo (l’exploit avvenne con ‘O marenariello), che poi qualcun altro metteva sul pentagramma e qualcun altro ancora forniva di parole. E poi c’erano i musicisti blasonati, come Enrico de Leva, Luigi Denza, Eduardo di Capua. E parolieri-poeti: Salvatore di Giacomo, Giovanni Capurro, Peppino Turco, E. A. Mario, Libero Bovio. Con titoli immortali, da ‘O sole mio a Funiculì, Funiculà, da E spingule francese a Maria Marì, tutte anticipate da Fenesta ca lucive e Te vojo bene assaje”.
Ma adesso parliamo della sua Piedigrotta fatale.
“Io e altri coetanei dell’Associazione Studentesca della Giovane Italia, di cui ero presidente, decidemmo di partecipare alla sfilata dei carri allegorici che era uno dei momenti clou della Festa. Se avessimo vinto un premio, avremmo potuto utilizzare i denari per stampare qualche nostro giornaletto. Era appunto il 1955, sindaco di Napoli Achille Lauro. Presentammo il progetto ‘A scola ‘e Pulecenella, curato da Francesco Fatica, studente di ingegneria fuori corso ma ottimo disegnatore. Fu accettato. In una caravella trainata da cavalli marini tre o quattro Pulcinella approdavano nel golfo di Napoli, infischiandosene dei grossi libri a bordo, di latino, di matematica, di greco. L’esaltazione, insomma, dello spirito goliardico. La costruzione del carro ci impegnò settimane nel cantiere improvvisato in una piazza dietro l’università. La caravella fu costruita su un autocarro americano, era un residuato bellico, un tre assi prestato dalla Nettezza Urbana: smontammo la cabina e le sponde del cassone: una pazzia, poiché il progetto prevedeva che il conducente vedesse attraverso due oblò, facendosi largo tra la folla. I cavalli marini furono pescati nel deposito scene del Teatro San Carlo. Le sirene, in costume quasi da bagno, trovarono la riluttanza delle ragazze, ma due procaci studentesse alla fine accettarono la parte e ad esse si aggiunsero belles de nuit reclutate all’ultimo momento in Galleria. Tra i Pulcinella, impersonati da studenti universitari, c’era anche un anziano attore-poeta, che declamava i suoi versi in un altoparlante: Io so’ Pulecenella bello vuosto, ‘no poco me ne so’ juto, e mo so’ ritornato fresco e tuosto…Durante la sfilata ne successero di tutti i colori, perfino un principio di intossicazione dell’elettricista che aveva trovato posto, col gruppo elettrogeno, sotto il cassero. Però vincemmo il terzo premio…”.
E la sfortuna-fortuna?
“Il giorno dopo mi recai all’Istituto Leonardo da Vinci dove frequentavo il corso di perito tecnico tintore. Dovevo sostenere un esame e chiesi al portiere perché non ci fosse nessuno. E don Peppino, scostandosi il cappello, mi rispose fulminante: perché gli esami erano ieri. Ovviamente fui bocciato. Ma ecco i casi della vita, da questo disastro è uscita la mia buona sorte. Poiché avevo prima frequentato un anno di ragioneria, abbandonando poi il corso, e là il professore di italiano, Corigliano, comunista, capelli spettinati, sopra i cinquant’anni, mi disse che scrivevo bene. Da allora mi ero messo in testa di fare il giornalista. Così, dopo il flop da perito tintore approdai alla mini redazione de Il Secolo, scrivevo articoletti di cronaca, aiutato da un collega de Il Mattino. Poi fui chiamato alla sede di Roma…e piano piano imparai a spiccare il volo…”
L’epopea travolgente della Festa di Piedigrotta da anni non ha più seguito. Una rinascita si tentò nel 2007, poi il silenzio. Tutt’al più qualche piccolo evento rievocativo nelle chiese del quartiere (“Quann’era Piererotta” il 2, 3, 5 e 11 settembre prossimi e la “Serenata alla Madonna” il 10 settembre in Santa Maria di Piedigrotta). Dice Pasquale Esposito, decano dei giornalisti della Terza Pagina de Il Mattino: “Ho bei ricordi della Festa, da bambino mi ci portava mio padre. Un peccato che non si organizzi più nei modi fantasiosi e fastosi di una volta, perché fondendo tradizione e modernità, come ho spesso scritto, si potrebbe tramandare questo evento popolare pieno di partecipazione, tra sacro e profano. Da qualche anno un valente attore che abita nella zona, Benedetto Casillo, organizza la serata nella chiesa: una processione fino alla statua della Madonna da parte di pescatori, suggestiva e intensa. Vi partecipa anche Mario Maglione, bravo cantante e chitarrista, insieme ad altri artisti. E la chiesa è sempre gremita”.