AGI - Ha chiuso per sempre gli occhi questa mattina Gino Agnese, intellettuale, saggista, giornalista, fondatore nel 1982 della rivista “Mass Media” che ha anticipato di decenni la strada che avrebbero imboccato le più svariate forme di comunicazione. Aveva appena compiuto novant’anni, festeggiati lo scorso 10 marzo nella sua casa romana, insieme con i familiari, accanto la adorata moglie Rosanna. Un attico nella zona chiamata Città Giardino, con la vista sulla eclettica cupola della chiesa dei Santi Angeli Custodi, in piazza Sempione, dove lunedì alle 15 si svolgeranno i funerali.
Abitava qui dagli anni Sessanta, lui che era venuto da Napoli, dove aveva cominciato a fare il giornalista, dopo studi irregolari, dopo aver frequentato l’atelier di Emilio Notte e aver abbracciato la passione politica per la Giovane Italia. La napoletanità mai rinnegata, piuttosto indagata negli aspetti maggiormente creativi e centrifughi, anticonformisti e scoppiettanti: negli ultimi anni, per esempio, stava tra l’altro lavorando con acribia incessante alla biografia di Francesco Cangiullo, poeta, scrittore, pittore e compositore. Ma insieme al legame per la propria città, Agnese sapeva spingersi oltre i confini nazionali. Il suo interesse per l’arte moderna e contemporanea lo portò a conoscere esponenti internazionalmente noti, da Umberto Mastroianni a Piero Dorazio, da Alberto Burri ad Antoni Tàpies, Kenneth Noland, Emil Schumacher. Fino a essere nominato Presidente della Quadriennale di Roma, che guidò dal 2002 per dieci anni, assicurando alla Fondazione la nuova sede a Villa Carpegna, dove hanno trovato sistemazione la Biblioteca e l’Archivio Storico. Ed è stato, Agnese, profondo conoscitore del Futurismo, che seppe furoreggiare oltre l’Italia, in Francia e in Russia. Una predilezione che ne ha fatto il primo e fondamentale biografo di Marinetti (“Marinetti, una vita esplosiva”, 1990, poi “Marinetti Majakovskij”) e di Umberto Boccioni (“Vita di Boccioni”, 1996). Quest’ultimo indagato in più di un volume, fino all’ultimo suo saggio, “Il colbacco di Boccioni”, uscito nell’aprile scorso per Rubettino con il sottotitolo “Un lungo filo russo”. Nel quale Agnese, nello stile narrativo elegante e lieve che lo distingueva, scava nel destino dell’artista percorso troppo spesso da incontri, ispirazioni, opere afferenti alla Russia, specie in quel misterioso “viaggio della vita” a Tzaritzyn, nel Basso Volga, al seguito della sua amante russa, Augusta Popoff, dalla quale ebbe l’unico figlio, Piotr, sempre taciuto al pari della relazione con la donna.
Il giornalismo e la visione digitale
L’attività giornalistica di Agnese, dopo l’avvio al Secolo d’Italia, si è srotolata per trent’anni al quotidiano “Il Tempo”, dove fu inviato speciale ed editorialista. Come direttore di “Mass Media” chiamò a collaborare studiosi non soltanto italiani, tra cui Derrick de Kerckhove, Andrej Tarkovskij, Robert White, Armand Mattelart. E nel 1995, quando Internet non era ancora diffuso in Italia, Agnese organizzò e diresse a Montecitorio – fu direttore della Cultura sotto la presidenza di Gianfranco Fini – il convegno “Bit & Polis”, visione antesignana di come l’informatica e la Rete cambiavano la cultura e la politica.
Un campione di tradizione e innovazione
Di questo intreccio tra tradizione e innovazione, passato e futuro, poesia e arte, allegria e pensosità, casualità e programmazione, studio e spontaneità, Gino Agnese è stato un campione. Come rivela nella intervista – l’ultima sua – pubblicata ad agosto 2024 sul nostro “Mag 1861”.