AGI - La prima frase de ‘La fine del mondo’- ultimo libro di Francesco Pecoraro, appena arrivato sugli scaffali per Ponte alle Grazie - trova l’ossigeno di un punto di chiusura solo alla terza pagina di testo. E, prendendo a tua volta fiato, sai già d’essere sul ciglio d’una lettura non usuale. Questo romanzo-saggio dai toni (fintamente, realmente, vagamente?) autobiografici si apre con una tirata di denuncia del catatonico cinismo di una società allo stato terminale, che s’alza dal quartiere più elegantemente indifferente di Roma, Prati-Delle Vittorie. Da lì in poi, la voce monologante di un ottantenne, che dichiara di non avere più interesse alcuno nell’esistenza, farà tracimare le pagine oltre ogni tradizionale argine di costruzione narrativa.
Cosa ha davvero dato alle stampe Pecoraro?
Niente trama, spazio e tempo in pura funzione di cornici a riflessioni, ossessioni, memorie e presentimenti che transitano taglienti, senza soluzioni di continuità, in un continuo cambio di registro. Ma cosa ha davvero dato alle stampe Pecoraro, il disperato memoir di un ragazzo del ‘45 che riavvolge i fili sentendo avvicinarsi la fine? O il vitalissimo gioco del gattoautore col topo-lettore d’una penna all’apice della sua forma? Passando dalla filosofia alla bestemmia, dall’autopsia di un corpo alla vitalità delle acque del Dodecaneso, dalla dissezione di un marlin a quella dell’urbanistica di Roma e, intanto, dell’intero sistema occidentale, Pecoraro ne ha per tutti. Dando l’impressione di divertirsi anche nel rovistarci dentro con l’autodenuncia della sua malinconia senile. Il motivo per cui può permetterselo risiede nel grado nullo di pietà che si riserva, confessandoci instancabilmente incapacità, debolezze, idiosincrasie e paure, fino a definirsi, per lunghe e belle pagine, un totale fallito.
Il bene e il male
Architetto e poeta, oltre che giocoliere dalla parola in prosa, in questo libro (dal titolo tanto autoironico da sembrare serio), l’autore crea una dicotomia ideale tra due punti fisici: Roma (dove vive)/Male - Karpathos (dove va in vacanza)/Bene. Ma anche quel Bene, ormai, è eroso, perché i tentacoli del Mostro che ci ha fatto schiavi da decenni, e si chiama Capitale, non possono più essere fermati.
Tra i tanti riferimenti letterari, balzano agli occhi quelli formali a Ellis (gli improvvisi e disturbanti brani horror, gli elenchi) e Wallace (l’uso delle note, le digressioni), mentre Calvino aleggia ovunque, tra flussi di coscienza e meditazioni sul tempo.
Eppure l’idea portante sembra soprattutto una: superamento. Nel dichiararsi un anziano signore ormai vinto, che alla vita non chiede più nulla, accetta tutto, Pecoraro punta invece, con l’energia irriverente di un ventenne, verso il sogno/mito giovanile di ogni scrittore: rinnovare la forma romanzo.
Lo stile
E lo fa recuperando pensieri e stilemi del ‘900 e montandoli, come in una sequenza infinita di video da scrollare (l’hobby segreto e perverso del protagonista), con fulminanti accelerazioni narrative. Così, cerca il diverso, l’alieno, l’aldilà (che intanto spiritualmente nega) letterario. Descrive il pesce, sotto e sopra il livello dell’acqua, come creatura libera e inconoscibile, mutante, personaggio da fantascienza Urania o trama di Ballard, cui affida il compito di rappresentare la crisi ambientale che porterà all’apocalisse, la vita, la morte, la crudeltà (sua e nostra), ma anche e soprattutto l’idea del nuovo - in quanto abitante d’un universo sommerso e ancora, in effetti, quasi tutto da scoprire.
Tra le varie dimostrazioni d’audacia, va segnalato anche il ritorno, senza filtri e per di più dalla parte degli anziani ‘sacrificabili’, allo spauracchio Covid, trauma sociale mai cicatrizzato in quanto mai più veramente affrontato - o meglio: rifuggito, dal mercato - dopo gli iniziali tentativi letterari instant. In definitiva, un libro che esalta ed estenua, illude e disillude, illumina e confonde, e intanto sempre provoca, quando non si fa addirittura gioco del lettore. Finalmente, verrebbe da dire.