AGI - Quando si avvicina il 27 gennaio, Giornata della Memoria, il pensiero corre subito alle vite spezzate e ad un frangente della storia umana che non possiamo permetterci di dimenticare. In questo spazio tra ricordo e responsabilità si muove Anna Foa, storica di grande rilievo, figlia di Vittorio Foa, uno dei padri fondatori della Repubblica, già docente di Storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma.
Si è specializzata in storia della cultura, storia della mentalità e storia degli ebrei europei, con particolare attenzione alla condizione femminile nella Shoah. Tra le sue pubblicazioni principali: Ebrei in Europa (2004), Diaspora (2009), Portico d’Ottavia (2015) e La famiglia F. (2018). Il suo ultimo libro, Il suicidio di Israele (Laterza), ha vinto il Premio Strega per la saggistica 2025, mentre il nuovo volume di prossima pubblicazione, Mai più, sempre per Laterza, sarà dedicato all’antisemitismo.
Il significato del Giorno della Memoria oggi
- Nel 2026 il Giorno della Memoria compie venticinque anni dalla sua istituzione in Italia e cade a oltre ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz. Che significato assume oggi questa ricorrenza, così distante dagli eventi eppure immersa in un presente attraversato da nuove violenze di massa?
Il Giorno della Memoria continua ad avere un significato forte. Lo ha avuto fin dalla sua istituzione e non a caso è stata una delle poche ricorrenze civili condivise da tutti i Paesi dell’Unione europea. Naturalmente, come ogni ricorrenza, va riesaminata. Il tempo che passa e ciò che accade nel mondo ci obbligano a indagarne il senso alla luce dei mutamenti storici e sociali intervenuti nel frattempo. Le violenze del presente, compreso il conflitto tra Israele e Palestina, non possono restare fuori da questa riflessione. Il significato della memoria non va negato, ma messo in relazione con ciò che viviamo oggi.
- Lei ha più volte sottolineato la necessità di distinguere tra memoria e storia. Qual è il rischio che il Giorno della Memoria si riduca a una ritualità svuotata di senso?
Il rischio è che la memoria diventi una pratica rituale, centrata sulla ripetizione del dolore e su immagini che finiscono per non interrogare più chi le ascolta. In questo modo si scivola facilmente nella retorica o in una rappresentazione puramente emotiva della violenza. Io credo invece che questa giornata vada riempita di storia, perché solo il lavoro storico può restituire profondità alla memoria. Esiste anche una storia della memoria, di come il ricordo della Shoah si è costruito nel tempo, di ciò che ha funzionato e di ciò che ha mostrato i suoi limiti. Riconoscere questo percorso, compresi gli errori, è essenziale per evitare che il “mai più” diventi una formula astratta. La memoria ha senso solo se resta aperta, capace di confrontarsi con il presente e di interrogare anche le nuove forme di violenza, senza trasformarsi in uno strumento automatico di lettura o di giustificazione del mondo di oggi.
Il peso del trauma della Shoah
- A oltre ottant’anni dalla Shoah, quanto pesa ancora questo trauma sul mondo ebraico e sulle generazioni successive?
Pesa moltissimo. La Shoah è stata un pilastro della concezione del mondo ebraico dopo il 1945 e ha inciso profondamente anche nella costruzione dello Stato di Israele, nel modo in cui si è pensato e raccontato, ma anche nei suoi limiti e nei suoi errori. Il trauma si trasmette alle generazioni successive. Esistono studi importanti su questo passaggio della memoria, su come il ricordo funzioni all’interno delle famiglie. Anche chi non ha avuto parenti deportati è cresciuto in un ambiente segnato da quella esperienza. È qualcosa che continua a lavorare nel profondo.
Guerra a Gaza e uso della memoria
- La guerra a Gaza, a partire dal 7 ottobre 2023, ha riacceso un confronto durissimo. Come si può evitare che questa memoria venga usata come chiave interpretativa immediata del presente o come strumento di legittimazione politica?
È una strada molto stretta, perché la memoria può avere due funzioni opposte. Può aiutare a comprendere il peso del passato nel modo in cui il presente viene vissuto e interpretato, e questo è legittimo. Ma può anche essere usata in modo deformato, quando ogni evento che riguarda oggi gli ebrei viene letto come una ripetizione della Shoah. Dopo il 7 ottobre questo richiamo è stato spesso utilizzato per respingere qualunque critica alla condizione della guerra o alle scelte del governo israeliano, presentando tali critiche come antisemitismo. In questo caso la memoria smette di essere uno strumento di comprensione e diventa un argomento che chiude il discorso. È proprio qui che il lavoro storico diventa essenziale, perché solo distinguendo tra passato e presente si può evitare che la memoria venga ridotta a un uso automatico e strumentale.
- Lei è fiduciosa rispetto a una prospettiva di pace stabile in Medio Oriente?
È difficile esserlo, ma non possiamo permetterci di rinunciare alla speranza. I tempi sono stretti, le sofferenze enormi, la distruzione devastante. Occorre mantenere acceso almeno un piccolo lume, anche se la strada è strettissima. Parlare oggi di pace sarebbe falso. Al massimo si può parlare di tregua, mentre la violenza continua a manifestarsi in forme diverse.
Il ritorno dell'antisemitismo
- Negli ultimi anni si parla molto di un ritorno dell’antisemitismo. Lei come interpreta questo fenomeno nel contesto attuale?
Esistono certamente forme di antisemitismo che si inseriscono in un clima di forte indignazione per ciò che accade in Medio Oriente. Un’indignazione spesso legittima, che però può essere intercettata e deformata da linguaggi e stereotipi antisemiti, soprattutto nei contesti più estremi o meno informati. Detto questo, non credo che siamo di fronte a un’ondata senza precedenti, come spesso viene sostenuto. Colpisce piuttosto il modo in cui l’allarme sull’antisemitismo venga talvolta usato per spostare il fuoco del discorso. In questo momento storico, ciò che pesa maggiormente sul piano politico e morale è ciò che sta accadendo a Gaza. Una forma più insidiosa di antisemitismo è quella che si manifesta nel boicottaggio culturale e accademico, perché tende a colpire indistintamente e finisce per silenziare anche voci israeliane fortemente critiche nei confronti del proprio governo.
- In questo scenario, che ruolo avrebbe potuto giocare l’Europa e perché oggi appare così marginale?
Mi sarei augurata un ruolo molto più incisivo. Per un breve momento è sembrato che l’Europa potesse assumere una posizione autonoma, capace di tenere insieme la difesa dei diritti e una pressione politica reale. Ma quella spinta si è rapidamente esaurita. Oggi l’Europa appare marginale, schiacciata tra posizioni esterne e incapace di tradurre in scelte politiche la propria tradizione di mediazione e di diritto internazionale. Questa assenza pesa, perché lascia campo libero a una polarizzazione estrema del dibattito, in cui la memoria, l’antisemitismo e il conflitto rischiano di essere ridotti a strumenti di contrapposizione, invece che a problemi da affrontare con responsabilità storica e politica.
La definizione di antisemitismo
- C’è un problema di definizione del termine antisemitismo nel dibattito pubblico?
La legislazione esistente è sufficiente. Tentare di introdurre nuove definizioni giuridiche rischia di comprimere la libertà di espressione e di rendere Israele l’unico Paese non criticabile politicamente. Questo produrrebbe l’effetto opposto a quello desiderato, alimentando nuove tensioni e nuove forme di antisemitismo.
- Cosa si augura oggi per il futuro del Medio Oriente?
Se guardo all’utopia, spero nella fine del regime iraniano e nell’avvio di un processo democratico che cambierebbe profondamente l’intera regione. Per Israele e Palestina, nel breve periodo l’unica strada praticabile resta quella dei due Stati. Ma mi auguro che possa essere un passaggio verso qualcosa di diverso, una convivenza fondata su pari diritti per due popoli che vivono nella stessa terra. È un orizzonte lontano, forse utopico, ma necessario.