AGI - Non era uno stinco di santo. Un cane perduto senza collare. Una di quelle vite geniali, vagabonde, tormentate, avventurose e deragliate. Jack London, John Griffith Chaney London, scrittore, giornalista, drammaturgo, nacque il 12 gennaio di 150 anni fa, nel 1876. Un’esistenza come i saliscendi della sua San Francisco. Fu il figlio naturale di un astrologo ambulante e della figlia di un ricco inventore. Un imprinting ambivalente. Il padre sparì, la madre si risposò con un contadino, John London.
Fin dall’infanzia, terminate le elementari, si caratterizzò per un’inquietudine spinta e per le compagnie poco raccomandabili, fra ladri e contrabbandieri. Nel corso della sua breve esistenza, oltre ad essere stato inviato per mesi in diversi centri di rieducazione, fece di tutto e di più: strillone di giornali, pescatore clandestino di ostriche, lavandaio, cacciatore di foche, agente di assicurazioni, pugile, coltivatore, cercatore d’oro. Fino ad arrivare allo straordinario successo in campo letterario. Vena che esordì alla Oakland High School, dove fu tra i redattori del giornaletto scolastico “The Aegis”.
L'impegno sociale e le influenze filosofiche
In parallelo l’impegno sociale. Dal 1894 aderì al socialismo. Sulle orme delle idee di Karl Marx, in difesa dei deboli della società. A Washington partecipò ad una marcia di disoccupati contro la povertà e la scarsità del lavoro. Per poi vagabondare per gli Stati Uniti, in un’esperienza che darà vita a “The Road”. Un beatnik, un Jack Kerouac ante litteram.
Nel 1894, per iscriversi alla Berkeley University, si finanziò con lavoretti di pulizia nella scuola, collaborando al giornale dell’ateneo e mantenendosi sempre attivo sul piano politico ai fini di una giustizia sociale. Interessandosi in particolare alle teorie di Darwin e a Nietzsche, condividendo le dottrine del primo (quanto mai attuali) circa la sopravvivenza del più forte rispetto al più debole.
La corsa all’oro nel Klondike e i capolavori
Nel 1897, a ventuno anni, si lanciò nell’onda della corsa all’oro nel Klondike tra Canada e Alaska, in una serie di peripezie tragiche e crudeli, che saranno di ispirazione per i suoi lavori. Tornò a San Francisco un anno dopo, con un sacchettino d’oro da pochi dollari. Da allora l’ascesa, seppure fra alti e bassi, verso lo strepitoso successo con la penna. Scriverà oltre 50 libri. Fra i più noti anche “Zanna Bianca”, “Martin Eden”, “Il Vagabondo delle Stelle”, “Il Lupo dei Mari”, “La Peste Scarlatta”.
Nel 1903 il traguardo letterario. Raggiunto con “Il Richiamo della Foresta”. Sei milioni e mezzo di copie nella sola lingua inglese. Contratto capestro, utili irrisori. Ormai però la scrittura faceva parte, l’unica forse stabile, del suo mondo irrequieto. Fu un anticipatore anche della fantascienza, ancora oggi poco conosciuta. Ricorrente il tema del “giorno dopo” con un’umanità regredita alle fasi primordiali. Prospettando una guerra batteriologica con una Cina diventata enormemente popolata e concorrenziale sul piano produttivo.
Corrispondente di guerra e la piaga dell’alcolismo
Nel 1904 salpò per la Corea come corrispondente nella guerra russo-giapponese. Fra arresti ed espulsioni. Fu corrispondente della battaglia di Yalu, alla quale assistette. Ma al quarto arresto, per liberarlo, fu necessario l’intervento personale del presidente Theodore Roosevelt. L’anno successivo acquistò un ranch in California di 4 chilometri quadrati: letteralmente un disastro. Un’iniziativa in anticipo sui tempi, sfortuna e soprattutto la piaga dell’alcolismo, che ormai lo tormentava. La Wolf House fu distrutta da un incendio. I resti di pietra sono oggi monumento nazionale.
Visioni profetiche e il mistero della morte
Pensò a un giro del mondo che non fece mai con l’acquisto di uno yacht. Soggiornò in seguito nei mari del sud e in Australia dando alle stampe “Il Tallone di Ferro”, romanzo fantapolitico, dove dimostra di conoscere le confraternite filomatiche (desiderio di apprendere). Sembrano profetizzare la nascita dei regimi nazi-fascisti, oltre a mettere in guardia circa il carattere disumano della società capitalistica. Nel 1909 un altro capolavoro, “Martin Eden”. Per poi tornare alla sua terra. Sono gli ultimi squilli di una personalità tanto sofferta quanto prolifica. In qualche misura profetica.
È il 22 novembre del 1916 quando viene ritrovato cadavere in un cottage del ranch. Aveva solo 40 anni. Si sospetta un’overdose di antidolorifici. Benché fosse un uomo forte, era stato colpito da svariate malattie e da infezioni tropicali contratte durante i suoi viaggi. Oltre all’abuso di alcol in fase avanzata, tra sofferenze che lo costringevano a ricorrere alla morfina e all’oppio. La sua morte rimane un mistero. C’è chi avanza anche l’ipotesi di un suicidio. Ultimamente si sospetta una cura a base di mercurio utilizzata contro la sifilide. Il suggello di un richiamo disperato nella foresta dell’esistenza.