AGI - Come in ogni storia aleggia un pizzico di leggenda. Nella calza della Befana del 1911 il calcio nazionale, e in seguito tutto lo sport italiano, trovò il suo colore arrivato ai giorni nostri in diverse sfumature ma sempre fedele a sé stesso: l’azzurro. La Nazionale «composta da soli giuocatori italiani» come recitava la nota della Federazione nata a Torino nel 1895, aveva debuttato il 15 maggio 1910 all’Arena civica di Milano, per volontà del presidente Luigi Bosisio e del segretario Arturo Baraldi che l’avevano fondata il 13 gennaio. Di fronte aveva i galletti transalpini, che abbassarono la cresta per il perentorio 6-2 inflitto dalla squadra in maglia bianca davanti a circa quattromila spettatori. Per le divise era stato scelto un colore neutro in attesa di adottarne uno definitivo e davvero nazionale. Addirittura i calzettoni potevano essere scelti individualmente dai calciatori, bianchi o neri, e così i pantaloncini. Andò a finire che tutti misero calzettoni neri ma i pantaloncini erano invece diversi.
K.O. a Budapest con l’Ungheria e la rivincita a Milano
La seconda apparizione ufficiale dell’Italia fu giovedì 26 maggio 1910 sulle rive del Danubio, dove i forti magiari della duplice monarchia asburgica, allora alleata del Regno d’Italia, si imposero al Millenaris Sporttlep di Budapest gremito da 12.000 spettatori con un secco e bruciante 6-1. Era la prima trasferta dell’Italia, e fu un viaggio avventuroso, con un errore di itinerario, lo spirito della scampagnata di Attilio Trerè, difensore dell’Ausonia (ma era pure portiere e centrocampista) che si era portato in valigia pane, salumi e formaggi, e addirittura il terzino del Milan Renzo De Vecchi sceso in campo con le scarpe da passeggio invece che quelle bullonate. Tirava aria di rivincita che venne fissata all’Arena Civica di Milano per il 6 gennaio. Con una novità, pare ispirata dal mosaico sul pavimento della Galleria Vittorio Emanuele Il, con lo stemma dei Savoia, progettata dall’architetto Giuseppe Mengoni. La bandiera del Regno di Sardegna era azzurra e al centro lo scudo rosso con la croce bianca. Quando nel 1848 Carlo Alberto sulla spinta risorgimentale aveva adottato il tricolore, sul bianco era stato posizionato lo stemma della sua dinastia che aveva conservato l’incorniciatura azzurra. L’intuizione era stata proprio quella di adottare l’azzurro come colore per la nazionale italiana di calcio. Uno sport che stava rapidamente prendendo piede, ma per popolarità non era ancora ai livelli del ciclismo e dell’automobilismo, tant’è che la partita d’esordio aveva avuto sui giornali un’eco decisamente minore rispetto alle discipline più seguite.
Poca fortuna all’esordio ma da allora una lunga serie di trionfi
La divisa azzurra per la partita contro l’Ungheria all’altezza del cuore portava proprio lo scudo dei Savoia. Rimarrà sulle maglie della nazionale fino al 1946, quando la Repubblica lo sostituirà con il tricolore sormontato dalla scritta Italia. Durante il Ventennio il regime riuscirà ad affiancare lateralmente il fascio littorio, sul petto dei calciatori campioni del mondo nel 1934 in casa e nel 1938 in Francia. Nel 1911 all’Arena Civica di Milano, imbiancata di neve e con gli spettatori cresciuti a oltre cinquemila appassionati che hanno sfidato anche i rigori del freddo, i magiari passano al 23’ con una rete di Schlosser e non saranno più raggiunti dagli italiani. Più di metà della formazione, che non è ancora degli “azzurri”, milita nella Pro Vercelli che ha vinto tre campionati di fila fino al 1909, e si aggiudicherà anche le edizioni 1911 e 1912. In panchina siede una commissione tecnica presieduta da Umberto Meazza (dell’US Milanese), e un gruppo di quattro selezionatori dei giocatori: Giannino Camperio (Milan), Alberto Crivelli (Ausonia), Giuseppe Gama Melcher (Inter), Agostino Recalcati (US Milanese). In qualche modo sono tutti pionieri del calcio, animati dalla passione per il foot-ball, come si scriveva allora, che volevano «mettere assieme una squadra che degnamente sappia rappresentare i colori d’Italia, colla speranza che la vittoria arrida agli undici valorosi atleti». La maglia azzurra, dal giorno dell’epifania del 1911, sarà sempre quella della nazionale italiana, mentre la prima in assoluto, bianca, diventerà ufficialmente la seconda divisa.
L’eredità storica: religiosa, militare, monarchica e repubblicana
La prima apparizione dell’azzurro come simbolo dei Savoia risale al 1366, ironia della sorte per opera di Amedeo VI che era noto invece come il Conte verde, il quale l’aveva introdotto per gli ufficiali dell’esercito savoiardo affinché fossero subito riconoscibili dalla sciarpa o dalla cintura. Il colore era quello del manto della Vergine Maria e Amedeo volle che una bandiera la richiamasse sventolando accanto allo stendardo rossocrociato della sua famiglia sulla sua nave ammiraglia. A istituirlo come obbligo per gli ufficiali sarà nel 1572 il duca Emanuele Filiberto, e nel 1750 il re Carlo Emanuele II stabilirà con regolamento le sue caratteristiche, che saranno modificate nel 1775 da Vittorio Amedeo III. Nel 1814 Vittorio Emanuele I virerà improvvisamente verso il giallo, limitando l’azzurro a file di pallini. Il colore originale tornerà nel 1848 per tutti i gradi, diventando distintivo di servizio il 9 ottobre 1850. Passerà immune anche dall’epocale cambio istituzionale del 2 giugno 1946, con l’affermazione della repubblica, perché mai nessuno ha avvertito la necessità di cambiare il simbolo identitario nazionale. E questo è rimasto sia in ambito militare, sia nello sport. Per antonomasia gli atleti, di qualsiasi disciplina, sono chiamati “azzurri”. E persino nella bandiera del presidente della Repubblica è presente la bordatura d’azzurro, che richiama le Forze armate di cui è costituzionalmente a capo, con questa singolare testimonianza storica di continuità e coesistenza tra eredità monarchica e presente repubblicano.