Chomsky e Loach contro lo schiavismo 2.0

Chomsky e Loach contro lo schiavismo 2.0

Il regista Ken Loach e il linguista Noam Chomsky si ritrovano in un "duello" virtuale organizzato dalla Fondazione Piccolo America. Il confronto produce un affresco sociale, dove la battaglia è tutta incentrata sul lavoro tutto doveri e niente tutele

cultura chomsky e loach continuare a lottare contro schiavismo

AGI - Flessibilità, modernizzazione, stabilità. Lo schiavismo del secolo ha un volto, ed è quello del lavoro tutto doveri e niente tutele: lo hanno sostenuto il regista Ken Loach e il linguista Noam Chomsky in un 'duello' virtuale organizzato dalla Fondazione Piccolo America presso il romano cinema Troisi, dopo la proiezione di 'Sorry we missed you', la profezia cinematografica che Ken Loach ha girato nel 2019, un ritratto affilato e doloroso di questo tempo di 'schiavisti' inconsapevoli di esserlo e di 'schiavi' a cottimo.

È iniziato da qui, da questo affresco sociale il dibattito tra il regista Ken Loach e il linguista Noam Chomsky, classe '36 e classe '28, e ancora sulle barricate, anche se tra l'uno e l'altro, nella serata di oggi, c'erano un oceano, tre fusi orari, e Roma. Intervistati dal presidente della Fondazione Piccolo America, Valerio Carocci, riguardo al primo pensiero che li sveglia ogni mattina, il regista britannico e lo studioso statunitense hanno risposto quasi unanimi: continuare a lottare.

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"Mi aggrappo alla mia tazza di caffè - ha risposto Ken Loach - poi il mio primo pensiero, dopo l'ansia di essere in ritardo, è ascoltare la BBC, che è lo strumento di propaganda più sofisticato che ci sia. Si propone come un ente indipendente ma non è così, ed è quello che i privilegiati vogliono sentire. È una caratteristica britannica questa ipocrisia calcolata, sempre proposta con un sorriso, molto gentile, con una facciata affabile, che invece rivela la più grande propaganda. Quindi arriva il terzo pensiero: trovare le energie per combattere".

Gli fa eco Chomsky, che con i suoi 94 anni pensa a correre, almeno con la testa. E lo fa leggendo il New York Times, che definisce "la voce dello Stato costituito, del potere". Lo ha spiegato, nel suo collegamento con il cinema Troisi di Roma, portando degli esempi: "Da Internet - ha sottolineato - possiamo vedere ciò che la stampa ufficiale non dice: Al Jazeera ci informa quest'anno, nel ventesimo anno dall'invasione statunitense in Iraq, che la marina americana ha nominato una sua nave Fallujah, cioè con il nome di una delle peggiori stragi che sono state fatte dagli statunitensi, non risparmiando armi al fosforo e all'uranio impoverito, le cui conseguenze si pagano ancora adesso. Questo non viene raccontato, come non viene raccontato, su un altro fronte, che il Nord Stream, che garantiva i collegamenti energetici tra l'Europa e l'area orientale, era proprio la principale fonte economica per la Russia. Siamo davvero sicuri che a manomettere la principale fonte di approvvigionamento del Paese siano stati proprio i russi?". Il dibattito, pero', si lega al lavoro.

Dalla staffilata di 'Sorry, we missed you': "Qualcuno - chiede il 'padrone' al lavoratore - durante le tue consegne, ti ha mai chiesto come stai? Perché non interessa a nessuno: ai clienti interessano il prezzo e i tempi di consegna dell'oggetto che hanno acquistato, nient'altro". Un manifesto di questo tempo di 'schiavisti' inconsapevoli, quello dei rider e dei lavori a cottimo. In un sistema in cui basta piegare le parole per tentare di sovvertire la realtà, Loach e Chomsky si cimentano, nell'impegno linguistico volto a individuare le parole-trappola di questo secolo. Tre, secondo il regista britannico: "Stabilità. Vuol dire sapersi adattare, ma anche che il datore di lavoro ti può far lavorare 4 ore oggi e mai la settimana prossima. Poi: flessibilità. Vuol dire che puoi lavorare da casa, cioè di fatto sempre. Modernizzazione: essere moderni vuol dire perdere tutti i diritti sul lavoro. Il datore di lavoro spende di meno per la mano d'opera, ha tutto da guadagnare: ne abbiamo un esempio nelle ferrovie, dove c'e' stato in Gran Bretagna un grande sciopero. I ferrovieri vengono accusati di essere contrari alla modernizzazione, ma questo significa chiudere i botteghini. La lotta politica è quella che modifica a fondo la struttura: è questa la grande sfida che si pone. Come possiamo fare questo passaggio dalle richieste industriali a quelle politiche? Dobbiamo, perché se queste istanze non diventano politiche continueremo a lottare".

Anche per il linguista Noam Chomsky le parole che hanno negato la realtà dei lavoratori iniziano da flessibilità. "La flessibilità è l'economia del precariato, in cui le persone non sanno se domani verranno chiamate o resteranno a casa. È di nuovo una di quelle circostanze in cui le persone sperano in un orario regolare e in entrate fisse. Questa è l'aspirazione oggi: essere servi di un padrone per tutta la tua vita di veglia. Questo vuol dire avere un lavoro oggi: che qualcuno ti dica quello che puoi o non puoi fare. Se sei un autista che fa le consegne non ti puoi fermare neanche per un caffè. Fino a poco tempo fa questo tipo di lavoro era considerato l'attacco più estremo alla dignità umana. Nel secolo scorso i sindacati non lo avrebbero mai accettato".

Non mancano le digressioni storiche, anche in riferimento alla storia del Paese che ospita il dibattito: "In Italia - ha osservato Chomsky - così come in Inghilterra, la Prima Guerra Mondiale ha portato alla consapevolezza che il mondo capitalista fosse intollerabile: sono nate le cooperative in Italia e il socialismo in Inghilterra. Lo slogan sindacale era: 'niente capi'. Questo sistema è stato schiacciato dalla violenza: il fascismo in Italia e l'attacco ai sindacati negli Stati Uniti sotto la bandiera liberista hanno prodotto la convinzione che a occuparsi di economia dovessero essere 'altri', che economia e politica fossero separate. È stata una grande battaglia, la vera lotta di classe, poi tutto il potere è stato messo nelle mani di un capitale che ha preteso di non dover rispondere a nessuno. Ora il trasferimento della ricchezza è esasperato, passando dalla classe operaia a quella media, fino alle mani dell'1% dei ricchi che detengono da soli 50 trilioni di dollari. La nuova guerra di classe parte da qui, e con questo si ritorna alla flessibilità: ora la classe operaia si preoccupa di avere un lavoro regolare, di sottomettersi per tutta la vita a un padrone. Le lotte di classe lo avrebbero considerato intollerabile, ma è la grande conquista della propaganda. Nessuno ne parla, non ci devi neanche pensare, ma potrebbe esplodere da un momento all'altro".

E il tempo libero? È politica, anche quello. "Un diritto. Di più: un tema politico", secondo Ken Loach. "Ricordiamoci - ha proseguito - lo slogan di una lotta americana: vogliamo il pane ma anche le rose (titolo di un suo film, ndr.). Vogliamo il lavoro ma combattiamo anche per avere l'arte, lo sport, lo svago: questa lotta ha portato alla giornata di 8 ore che non esiste più, purtroppo. Biblioteche e luoghi d'arte ora funzionano solo se sono sponsorizzate dalle aziende, dalle banche:, il messaggio è che la cultura non è un diritto, ma viene fornita dalla generosità di coloro che ci danno lavoro, e che sovvenzionano. L'ideologia che il capitalismo sia una forza della natura. La libertà è solo quella di essere sfruttati, o di avere più libertà se hai tanti soldi. Ci persuadono che bisogna accettarla. Negli ultimi 50 anni abbiamo perso pezzo per pezzo le conquiste fatte. Come si trova una via per superare la frammentazione? Dobbiamo avere un piano, un progetto politico. Cosa serve? Agitazione, istruzione, organizzazione: senza l'organizzazione non possiamo vincere".

Quello della lotta per gli spazi culturali è il tema fondante che ha portato alla realizzazione dell'evento, ha spiegato Carocci, che sottolinea come l'incontro, saltato dopo un primo tentativo a settembre, sia stato recuperato oggi per celebrare una battaglia della Fondazione: quella per la salvaguardia dello storico cinema di Trastevere. Battaglia vinta grazia all'investimento di un solo capitale: "il tempo dei nostri vent'anni". "Sì - ha risposto Loach salutando con orgoglio britannico - ma siamo cosi' pieni di film americani... Perché intitolare la Fondazione all'America? Non vi andava bene De Sica?" ha concluso.