“Vi spiego perché mio suocero, Andrea Camilleri, si definiva un acrobata”

“Vi spiego perché mio suocero, Andrea Camilleri, si definiva un acrobata”

A un anno dalla scomparsa del grande scrittore, il regista Rocco Mortelliti, svela all'AGI episodi della loro vita pubblica e privata. L'esame di ammissione in accademia, la volta che lo scrittore  recitò per lui, le “parlatine” di un'ora in salone, la metafora del sorriso e delle braccia aperte verso i suoi lettori

andrea camilleri acrobata

© Maria Laura Antonelli / AGF - Rocco Mortelliti

“Mio suocero equiparava il suo lavoro a quello di un acrobata. Me lo spiegò, colpendomi parecchio, mentre  eravamo nella sala d’attesa di un oculista, circa 18 anni fa. Disse che si sentiva come quei ginnasti che quando finiscono i loro doppi salti mortali sorridono a braccia aperte agli spettatori, senza far trasparire la grande fatica fisica a cui si sono sottoposti. Credo che sia una definizione calzante, lui non è mai stato ricattatorio verso il suo pubblico, non ha mai fatto pesare il suo lavoro”.

Rocco Mortelliti, attore, sceneggiatore e regista teatrale e cinematografico, prima allievo di Camilleri all’Accademia nazionale di arte drammatica e poi suo genero  (marito, oggi divorziato, della figlia Andreina) è anche il padre di Alessandra, oggi alla sua opera prima da regista cinematografica con ‘Famosa’, dedicata a suo nonno e di Arianna che ha aiutato Camilleri, racconta, “nella stesura del monologo su Caino”.

Parla con l’AGI, chiarisce  nel primo anniversario della morte dello scrittore, per la prima volta dal 17 luglio del 2019, il giorno in cui il mondo ha dovuto rinunciare a Camilleri: “Finora mi sono sentito come un pugile stordito, perché Andrea ha accompagnato gran parte della mia vita, è sempre stato parte della mia famiglia, per tutto ciò che facevo nel mio lavoro, la regia  di un’opera lirica o altro chiedevo una sua opinione” spiega, precisando che la parola morte riferita allo scrittore scomparso, non gli piace: “Preferisco parlare di uscita di scena”.

È passato un anno dalla sua uscita di scena, cosa le manca di più oggi?

“Mi mancano e mi mancheranno per sempre le nostre chiacchierate, le risate quando andavamo in auto  verso la sua casa in montagna.  Ma Andrea ha lasciato una grande eredità: quando l’ho conosciuto in accademia aveva appena pubblicato il suo primo romanzo, “Il corso delle cose”, stava preparando la terza fase della sua vita. È stato uno scrittore eletto democraticamente dai lettori che hanno comprato i suoi libri”.

Lei  ha anche diretto  Camilleri in una delle sue rarissime prove d’attore ne ‘La strategia della maschera’ nel ’99…

“In quel film nato da un suo soggetto Andrea interpretava l’archeologo della storia ed era grandioso anche da attore. Io nella finzione ero suo nipote e per una strana coincidenza, mi chiamavo Riccardino, come il titolo del nuovo romanzo postumo. Era un nome che aveva giù utilizzato, appunto. Poi nel 2012 sono stato anche  il primo a realizzare la trasposizione cinematografica di un suo romanzo storico “La scomparsa di Patò”.

Racconti il vostro primo incontro.

“Ne 1977, quando io, diciottenne, ero alle prese con l’esame di ammissione  all’Accademia nazionale d’arte drammatica e tra i professori della commissione c’era Camilleri, docente di regia e in quel periodo anche di drammaturgia: “Mi fece una domanda sull’uso delle maschere della commedia dell’arte nel mio pezzo di teatro civile -politico in quegli anni caldi, l’unica a cui lì per lì non seppi rispondere, anche se la risposta mi venne in mente pochi minuti dopo quando ero già uscito” (imitando a perfezione la voce del suocero Mortelliti ricorda la domanda “ma perché avete usato le maschere?” e quindi fornisce la risposta semplice che gli sfuggì:”Perché se il pubblico non avesse capito il messaggio politico almeno si sarebbe divertito”, ndr). Per fortuna fui ammesso ugualmente…”

Com’era averlo come docente?

“Siamo stati un gruppo di privilegiati, per lui le parole avevano una fisicità, sono convinto che il teatro  sia stato una palestra per la sua scrittura. Da noi allievi pretendeva capacità di improvvisazione e di narrazione, ci diceva spesso: “Il cerchio si chiude” e così è stato nella sua vita. Con i monologhi su Tiresia e sul mito di Caino nei suoi ultimi anni è tornato al teatro da dove era partito, è voluto tornare ad essere l’io narrante delle sue storie. Per questo io, che sono un non credente, riguardo alla completezza dell’esistenza di Andrea penso che Dio esista”.

Non dev’essere stato semplice però il passaggio docente-suocero…

“Per niente…Conobbi  Andreina a teatro, lei dava una mano nella gestione , ci innamorammo,  ma  io ero un timido e quando mi svelò chi era il padre le dissi “ma come faccio, sei la figlia del mio professore”.  Poi entrai però subito in famiglia e la mamma di Andrea divenne un po’ mia nonna, io non l’avevo più. Ai tempi del matrimonio abitavamo nell’appartamento adiacente e comunicante con il suo e ogni giorno c’era il rito dell’ora di chiacchierata in salone: la chiamava “la parlatina” chiacchieravamo un po’ di tutto, dalla politica alle questioni  sociali, dal teatro alla letteratura al cinema agli aneddoti siciliani, ma c’erano anche degli altrettanto interessanti momenti di silenzio. E la consuetudine è andata avanti anche quando il matrimonio è finito: andavo da lui molto spesso, e oggi mi manca la sua opinione su tutto. Anche lui mi  raccontava tutto, compreso il progetto di ‘Riccardino’ il romanzo arrivato ora in libreria. Per adesso non me la sento di leggerlo, però”

Lei è il padre di Alessandra, che ora dedica la sua prima opera cinematografica ‘Famosa’ proprio a Camilleri. Che nonno è stato?

“Un nonno fantastico:  batteva sui tasti della macchina da scrivere con i nipotini tutti lì intorno, poi dopo la consueta pennichella pomeridiana si dedicava a loro, mettevano tutti i loro giochi sul letto e fingevano di aprire il mercatino”.