Non è stato che l'inizio

Il ’68 dimostra che la ricchezza della nostra società e il suo ulteriore arricchimento dipendono, in misura quasi esclusiva, dalla capacità di aumentare pluralismo e vitalità dei soggetti sociali. Con la conseguente crescente frantumazione delle solidarietà di tipo collettivo e con tensioni che diventano somme di egoismi, problemi, mali oscuri di tipo soggettivo. Una mostra a Roma dal 5 maggio

Non è stato che l'inizio
 Mimmo Frassineti/AGF
  Roma, famiglie senza casa occupano un gruppo di palazzi nel quartiere popolare di Val Melaina, giugno/luglio. 

In occasione del 50° anniversario del 1968, Agi Agenzia Italia ha ricostruito l’archivio storico di quell’anno, recuperando il patrimonio di tutte le storiche agenzie italiane e internazionali, organizzando una  mostra fotografica e multimediale che sarà allestita al Museo di Roma in Trastevere dal 5 maggio al 2 settembre 2018. Si chiama "Dreamers. 1968: come eravamo, come saremo”. Nel catalogo della mostra, i contributi di alcuni dei protagonisti e degli studiosi di quell'anno così fondamentale nella storia del Ventesimo secolo. Quello che segue è l'intervento di Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis.
 

Il lavoro del Censis d’interpretazione della società italiana ha come riferimento culturale un’idea di sviluppo il cui architrave è la continuità della nostra evoluzione sociale, con fenomeni non occasionali ma di lunga durata, con la progressiva affermazione di nuovi soggetti e della società reale lungo un processo senza rotture epocali, avanzando fuori da ogni rimozione o distorsione del primato della cronaca.

Gli anni intorno al ’68 sembrerebbero smentire questo primato della continuità, anzi sono stati vissuti da molti come una grande discontinuità, la prima vera discontinuità (o ambizione di discontinuità) dopo il fervido continuismo della ricostruzione postbellica, della rinascita dell’Italia, del miracolo economico e della crescita dei redditi e dei consumi. In realtà essi non creano nuove dinamiche sociali, provvedono piuttosto a segnare la fine di una società semplice, di pochi soggetti, chiusa; e l’inizio di una società complessa, caratterizzata dalla molteplicità e variabilità di spinte allo sviluppo e alla mobilità sociale. Alla fine, quasi per paradosso quegli anni rendono tutti consapevoli che l’Italia è un sistema silenziosamente e profondamente continuista, il frutto del carattere adattativo del nostro sistema sociale.

Nel rileggere i testi dei Rapporti Censis sulla situazione sociale del Paese degli anni tra il 1967 e il 1969 ritroviamo la presa d’atto dei prodromi, ma anche la decifrazione degli esiti, di quei vigorosi processi di affermazione a cui tutti, appartenenti a ogni ceto sociale e a ogni realtà locale, eravamo chiamati per migliorare le nostre condizioni economiche e sociali. Processi la cui spontanea vitalità ha portato la nostra società ad affidarsi, ancora oggi, alla sua vitale sicurezza e alla continuata riappropriazione della sua identità collettiva.

In quel periodo sono andate maturando tensioni che covavano nelle pieghe di un decennale processo di sviluppo, ma la loro più intensa capacità di pressione,  nei confronti dell’opinione pubblica e del potere politico, le fa avvertire come nuove rispetto alle discussioni fino ad allora abituali.

Dal dopoguerra in avanti la dinamica sociale e i relativi contrasti e conflitti, anche violenti, seguivano uno schema semplificato (battaglie contadine, lotte sindacali, rivendicazioni salariali), poi, a fine anni ’60 i fenomeni si accavallano tra loro, i processi di evoluzione diventano interdipendenti, i meccanismi spontanei sono spesso più incisivi degli interventi che dovrebbero controllarli, il bisogno di specificità tecnica mette in crisi le grandi intuizioni politiche e le linee di riforma semplici e suggestive.

La nostra vita inizia ad assumere caratteristiche tali da garantire meccanismi di mobilità e di promozione sociale sempre più ampi e specifici. Sussistono ancora notevoli chiusure nei processi di avanzamento economico e sociale, ma prende vigore la progressiva liberazione dalle rigidità sociali e dalle incrostazioni culturali accumulate con i secoli, dove i problemi non sono riducibili a schemi tradizionali di pensiero e di azione.

Roma, famiglie senza casa occupano un gruppo di palazzi nel quartiere popolare di Val Melaina, giugno/luglio. Mimmo Frassineti/AGF

La congiuntura sociale, che l’Italia inizia ad attraversare, si presenta in termini oscuri, talvolta ambigui o ambivalenti, e richiede un bagaglio e una forza culturale e politica che non tutti i soggetti della vita sociale (gruppi, istituzioni, individui) sembrano possedere. I fenomeni sociali, che sembrano allora di tipo congiunturale, avranno effetti più profondi in mancanza di un’azione che li risolva guardando al futuro.

Le principali tensioni sociali, ormai profondamente strutturali, di quegli anni possono riassumersi in quattro gruppi: tensioni allo sviluppo economico-sociale di tipo individuale (mobilità professionale e sociale, aumento dei consumi, miglioramento delle condizioni di vita); tensioni connesse alla crescente esigenza di partecipazione a tutti i livelli; tensioni derivanti dalla crescente marginalizzazione di alcuni gruppi sociali; tensioni legate a problemi di efficienza e di razionalizzazione degli interventi sociali.

Ricordiamo tutti che negli anni precedenti il ’68 vi era stata una grande intensificazione dei meccanismi individuali di promozione: lo sviluppo del reddito, l’aumento dei livelli d’istruzione, la crescente possibilità di progredire nella professione, la crescita dei consumi. Ma ampie quote di popolazione, che invece avvertono spinte crescenti all’avanzamento individuale, ne restano ancora escluse. I livelli di remunerazione di numerosi gruppi sociali sono ancora molto bassi; malgrado l’elevato tasso di aumento della scolarità, gli studi universitari sono quasi proibiti ai giovani degli strati sociali meno abbienti; i processi di promozione sociale comportano a volte troppo rilevanti costi individuali (si pensi ai tanti problemi personali e familiari che accompagnano i processi migratori interni) e tante frustrazioni legate alla rigidità delle formule e delle tecniche di organizzazione aziendale. Maturano allora e si manifestano, a volte con violenza, profonde insoddisfazioni individuali.

Certo dalla metà degli anni cinquanta in avanti, il nostro contraddittorio sviluppo ha prodotto e potenziato diversi canali di promozione sociale e ha creato ampi spazi di impegno e crescita individuale; ma è fin troppo noto che la promozione individuale mette in moto la tensione a individuare obiettivi e valori comuni, azioni collettive a cui partecipare. È quindi da rilevare che il ‘68 ha visto maturare la coscienza dei limiti dei processi individuali ed ha affermato l’istanza a una maggiore partecipazione, a tutti i livelli. Dalla cosiddetta protesta giovanile parte la domanda di partecipazione alle decisioni sulla vita universitaria; i fermenti nella scuola traggono forza dall’affermarsi dei diritti e dell’importanza nei rapporti dell’istituzione scolastica con le famiglie ed il corpo insegnante; l’attenzione sindacale si estende dai temi salariali a quelli di politica economica, agli interventi di settore, alla disciplina del lavoro; la crisi del governo locale si esprime al suo interno, dove sono obsoleti gli strumenti politici, e nella domanda di maggior peso nelle sedi centrali di decisione.

Spinte e tensioni alla partecipazione che tendono ad acquistare un andamento sussultorio e potenzialmente eversivo, nella misura in cui non trovano un interlocutore pubblico in grado di costituire la controparte di un rapporto dialettico, e quindi rinserrato in una logica o di assenso o di rifiuto.

Il problema della partecipazione s’intreccia con un altro grave problema la cui maturazione è andata di pari passo con il progetto di sviluppo economico degli anni intorno al 1968: la crescente marginalizzazione di alcuni gruppi sociali. I giovani di estrazione borghese, per il troppo lungo percorso universitario come per la difficoltà a trovare un lavoro, si scoprono in una posizione fragile e rispondono con atteggiamenti culturali che esaltano questa loro marginalità; nel settore terziario e in quello industriale la popolazione femminile è spinta ai margini dalla più bassa dinamica di occupazione rispetto a quella maschile; le zone di esodo degli emigranti o la marginalità geografica di molte province tagliano fuori aree e popolazioni dai processi di modernizzazione e di sviluppo in favore della concentrazione nelle periferie metropolitane.

La crescente tensione dovuta alla marginalizzazione e l’impegno politico volto ad evitare che essa divenga nel tempo insostenibile mostrano l’ulteriore tensione che, intorno al ‘68,  è andata accumulandosi: il malcontento sull’efficienza e sui limiti dell’azione sociale dello Stato. Nonostante lo sforzo fatto dalla metà degli anni cinquanta per colmare lacune di fondo e per dare efficienza tecnica alla quota, rapidamente ascendente, di risorse pubbliche rimane una larga fascia di bisogni ancora scoperti o non adeguatamente soddisfatti. Qualificare e razionalizzare i percorsi educativi della scuola e dell’università; rivedere trattamenti salariali, previdenziali e assistenziali; negoziare le condizioni di lavoro; contrastare l’espulsione tecnologica e sostenere la disoccupazione sono solo alcuni esempi dei vuoti da coprire con un non eccelso intervento pubblico.

Su questi quattro gruppi di tensione la dinamica sociale, volutamente discontinua degli anni intorno al ‘61 impone una riflessione unitaria su tematiche che sono a cavallo tra più ambiti di intervento, un approccio globale allo sviluppo sociale di fronte a tensioni e situazioni ambivalenti, piene di vecchi e nuovi squilibri e di prospettive diverse. E in questa domanda di visione generale e sistemica sta la presa d’atto dei prodromi della società in trasformazione, dopo anni di società semplice e di congiuntura economica. Tensioni nuove, a volte violente altre silenziose, sbriciolano le incrostazioni precedenti e chiedono un più complesso modo di affrontare i problemi.

Un’organica sintesi della realtà e dello sviluppo sociale è, oggi come allora, tutt’altro che agevole. L’Italia del ’68 e dei primi mesi del ’69 dimostra che, alla congiuntura sociale, la politica e l’intervento pubblico sono impreparati. Laddove il sistema ha trovato una propria interna forza e solidità, la dispersione degli assi di tensione sociale  ha reso più forti i meccanismi automatici di sviluppo, come l’ansia individuale di miglioramento o come il ripensamento strutturale dei rapporti di potere tra le diverse componenti sociali. Non bastano più l’intervento dall’alto o la messa in moto delle cinghie interne di trasmissione: il ’68 dimostra che la ricchezza della nostra società e il suo ulteriore arricchimento dipendono, in misura quasi esclusiva, dalla capacità di aumentare pluralismo e vitalità dei soggetti sociali. Con la conseguente crescente frantumazione delle solidarietà di tipo collettivo e con tensioni che diventano somme di egoismi, problemi, mali oscuri di tipo soggettivo.

Resta, dopo il ’68, una domanda di cambiamento senza proposte e offerte, senza linee di mediazione, una società complessa nella quale tutto ha continuato a cambiare, in un complessivo e complesso arricchimento. E le tensioni del ’68 apriranno allo spontaneismo degli anni Settanta, alla proliferazione delle imprese e del localismo economico, alla conquista di nuovi diritti e nuove libertà individuali, alla voglia individuale e molecolare di fare lo sviluppo; tutti fenomeni di importanza storica, ma che gli anni successivi non riuscirono a saldare in una lunga deriva di condensazione del potere e della dialettica sociopolitica.

 

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