Si fa tre anni di carcere, ma il capo della tratta di esseri umani non era lui

La Corte d'Assise di Palermo lo ha condannato sì per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina un falegname eritreo, ma ne ha disposto la scarcerazione: il capo dell'organizzazione non era lui, ma un quasi omonimo

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 (Afp)
Migranti, Mediterraneo

Non è lui il capo della "tratta" ma adesso dopo tre anni di carcere si trova rinchiuso al Cie di Caltanissetta. Le accuse rivolte a lui riguardavano a un'altra persona. Pochi giorni fa la Corte d'Assise di Palermo lo ha condannato per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina ma ne ha disposto la scarcerazione, disponendo il trasferimento Cie di contrada Pian del Lago come previsto dal "decreto sicurezza".

Il fermo è stato convalidato dal gip nisseno ma venerdì la Commissione territoriale discuterà l'istanza di asilo politico. Si tratta di Medhanie Tesmafarian Behre, un falegname eritreo, detenuto in questi anni con l'accusa di essere Mered Medhanie Yehdego, l'uomo tuttora ricercato per essere stato uno dei capi della "tratta" dei migranti partiti dal corno d'Africa verso l'Europa.

La sentenza emessa lo scorso 12 luglio dalla Corte presieduta dal giudice Alfredo Montalto ha dichiarato "l'inefficacia della misura cautelari disposta nei confronti di Medhanie Tesfamarian Behre, con le erronea generalità di Mered Medhanie Yedhego - si legge nel dispositivo - con ordinanze emesse l'8 maggio 2015 e il 14 marzo 2016, rispettivamente eseguite l'8 giugno 2016 e il 22 novembre 2016, e per l'effetto ordina l'immediata scarcerazione di Medhanie Tesfamarian Behre se non detenuto per altra causa".

La sentenza lo ha condannato per "favoreggiamento dell’immigrazione clandestina" ma ha stabilito dunque il "non doversi procedere nei confronti di Medhanie Tesfamarian Behre" per un serie di reati, tra cui quello di essere a capo di una organizzazione di trafficanti.

"Che l'imputato sia un trafficante di esseri umani viene stabilito dalla sentenza della Corte d'assise che per questo lo ha condannato a 5 anni attraverso le prove raccolte successivamente all'arresto. Per il resto, attendiamo il deposito delle motivazioni", cosi ha commentato il procuratore capo di Palermo, Francesco Lo Voi che in questi anni ha supportato l'accusa sostenuta in aula dal procuratore aggiunto Gery Ferrara. Il pm al termine della requisitoria, lo scorso 17 giugno, aveva chiesto la condanna a 14 anni di reclusione e 50 mila euro di multa "per Mered Medhanie Yehdego, alias Tesfamariam Medhanie Berhe".

Era stato arrestato a Khartoum nel maggio 2016 su mandato della Procura di Palermo in collaborazione con la Nca britannica e la polizia sudanese e fu estradato in Italia a giugno dello stesso anno. Fin dal suo arrivo in Italia l'imputato – anche attraverso il suo legale, l’avvocato Michele Calantropo che ne ha chiesto più volte la scarcerazione – ha invocato l’errore di persona, sostenendo di essere un profugo eritreo, falegname, di nome Medhanie Tasmafarian Behre. E durante il processo i vari testimoni hanno escluso che si trattasse del "Generale" (questo il nomignolo dato al presunto capo della "tratta").



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