Cosa possono (e non possono) fare le Ong nel Mediterraneo adesso

Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, spiega all'Agi cosa intende quando parla di 'desertificazione' del tratto di mare tra le coste nordafricane e l'Europa

ong mediterraneo
 Afp
Migranti, Sea Watch

“Si sta procedendo inesorabilmente verso la desertificazione del Mediterraneo”, nel senso che lo si sta trasformando in un tratto “letale almeno quanto l’attraversata del deserto del Sahara”. Giorgia Linardi, la portavoce italiana della ong Sea Watch, commenta così la situazione attuale nel mare che divide, e al tempo stesso unisce, l’Italia al continente africano.

All’Agi, Linardi spiega che “nelle acque del Mediterraneo ora non c’è alcuna nave civile che possa agire in modo indipendente, oggettivo e neutrale nel monitoraggio e nella denuncia delle violazioni dei diritti umani, né fare operazioni di salvataggio” di chi si lascia la Libia alle spalle.

100 mila migranti pronti a partire? “Stime impossibili”

Secondo La Stampa, che riferisce di una “stima complessiva più realistica, effettuata sul campo” rispetto alle sparate di Serraj, sono “circa 100 mila i migranti posizionati lungo tutta la costa libica pronti ad imbarcarsi per l’Italia appena dovessero ricevere il segnale di farlo”. Il numero riportato dal quotidiano torinese prende in considerazione le persone di origine libica in fuga dal proprio Paese, precipitato nel caos nelle ultime settimane, e quelle che invece scappano da altre aree del continente. Negli ultimi mesi, stando ai dati del Viminale, soprattutto Tunisia, Algeria, Guinea e Senegal.

“È sempre stato molto difficile, se non impossibile, sapere il numero esatto di persone intrappolate in Libia, o di quelle che da lì scappano, o ancora quelli di chi muore arrivandoci”, spiega Linardi.

La situazione in mare: tutte le ong bloccate in porto

Da più di un mese l’imbarcazione di Sea Watch, che batte bandiera olandese, è bloccata a Marsiglia: una nuova norma varata a marzo dal governo dell’Aia ne impedisce il ritorno in area Sar (Search and rescue, cioè ricerca e soccorso di persone in difficoltà) finché l’ong non dimostrerà che le preoccupazioni per la sicurezza delle persone soccorre e ospitate a bordo in attesa dell’assegnazione di un porto sicuro sono infondate. “Stanno minando il nostro lavoro mentre dimostriamo di avere una nave perfettamente equipaggiata che supera gli standard”, la replica del presidente di Sea Watch, Johannes Bayer.

La situazione non è migliore per le altre ong che operano tra Sicilia e Libia: Open Arms, dopo due mesi di stop forzato in Spagna, è stata autorizzata a muoversi verso le isole greche, ma con il divieto di entrare nella Sar libica. Sea Eye si trova in porto, dopo il caso Alan Kurdi, mentre la Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans risulta attraccata a Marsala e recentemente la Guardia Costiera le ha vietato di tornare a fare soccorso in mare fino a quando non si adeguerà alla normativa di settore.

“Colpevoli di reiterare l’indifferenza”

Nel Mediterraneo si muore, ma non sempre quello in mare è il tratto più duro da superare per chi, scappando dall’Africa, cerca un futuro in Europa: per quanto dati certi non ce ne siano, “sembra che le persone che perdono la vita in mare siano meno di quelle che muoiono nella traversata del deserto”, spiega Linardi. “I migranti che arrivano in Europa – aggiunge la portavoce di Sea Watch - sono già dei sopravvissuti, ma ugualmente li trattiamo senza alcun rispetto”.

La responsabilità è di tutti: “I governi hanno fatto un lavoro intenso per eliminare testimoni scomodi, per cui oggi è impossibile avere idea di cosa stia succedendo realmente in Libia e in mare”, ma “questa scelta di voler chiudere occhi a tutti i costi dovrebbe far riflettere tutti: stiamo reiterando l’indifferenza, girando gli occhi da un’altra parte fingendo che certe cose non accadano. È già successo non troppi anni fa, durante la Shoah, e testimoni come Liliana Segre ci ricordano che l’indifferenza è grave e preoccupante”.



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