In Libia è stallo totale e Conte teme una crisi umanitaria

La Francia nega di essere dietro l’attacco di Haftar. Salvini: profughi o no, porti chiusi

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MAHMUD TURKIA / AFP
Scontri in Libia

La comunità internazionale resta divisa sulla ricerca di una soluzione per la crisi libica, lasciando così il passo solo alle armi e al rischio di una escalation che imprigiona migliaia di persone tra la guerra a terra e una fuga, senza possibilità di soccorso, in mare.

Lo stallo diplomatico è fotografato dallo scontro al Consiglio di sicurezza dell'Onu: la Russia ha fatto sapere che appoggerà solo una risoluzione "equilibrata" che non attribuisca responsabilità dell'attuale situazione a una delle parti.

No quindi alla proposta britannica, in cui si attribuisce la responsabilità primaria dei combattimenti al maresciallo Khalifa Haftar e alla sua offensiva su Tripoli contro il Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al Serraj.

Situazione bloccata anche sui campi di battaglia

L'impasse riguarda anche la situazione militare. Le "divisioni nella comunità internazionale" hanno "incoraggiato" il maresciallo della Cirenaica a tentare la sua conquista di Tripoli, ha spiegato l'inviato dell'Onu nel Paese nordafricano, Ghassan Salamé, indicando che "dopo i primi successi militari vediamo che le operazioni dell'Esercito nazionale libico sono in una fase di stallo".

Si è però in una situazione di "conflagrazione crescente", ha avvertito.

Le Forze di protezione del Sud, parte delle milizie di Tripoli fedeli al Governo di accordo nazionale, hanno annunciato di avere il controllo sulla base aerea di Tamanhint a Sabha e di aver compiuto nella mattina raid sulla base di Giofra, distretto a sudest della capitale, occupato in parte dalle milizie di Haftar. Quest'ultimo, nella notte, aveva fatto bombardare la zona di Wadi Rabie, a est della capitale.

A fare le spese della guerra sono, come sempre, i più vulnerabili. Il bilancio delle vittime complessivo è di 205 morti e 913 feriti, gli sfollati sono almeno 25.000.

Inoltre, circa 3.000 tra migranti e rifugiati restano bloccati nei centri di detenzione vicini alle aree della battaglia.

Le strutture mediche - ha riferito Medici senza frontiere (Msf) - hanno scorte di medicinali per appena due settimane e molte persone restano senza acqua ed elettricità per giorni.

Non sono più possibili, inoltre, i trasferimenti medici verso gli ospedali di Tripoli da altri centri fuori città, con impatti preoccupanti per decine di pazienti.

Una delle poche disperate opzioni, per libici e non, è di fuggire dai combattimenti attraversando il Mediterraneo.

Msf ha spiegato di non essere in grado di verificare se le partenze in mare siano aumentate ma ha avvertito che "in assenza di qualsiasi meccanismo di ricerca e soccorso dedicato nel Mediterraneo centrale, la vita delle persone è a rischio tanto in mare quanto a Tripoli".

Le preoccupazioni di Conte

"L'obiettivo immediato" è il raggiungimento di una "tregua" in Libia e la "soluzione politica è l'unica sostenibile". È quanto ha ribadito il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nell'informativa al Senato.

"In questi mesi - ma anche in questi giorni ed ore - sono stato in contatto diretto con i due principali attori libici, il presidente Serraj e il generale Haftar, così come con gli altri protagonisti del panorama politico interno. Ho incontrato recentemente il vice premier Maitig”, ha proseguito il Presidente del Consiglio.

“Frequenti sono anche i contatti degli altri ministri di governo, a partire naturalmente dal ministro Moavero, in un quadro di coordinamento assicurato dalla Cabina di regia che, all’indomani dello scoppio della crisi, ho costituito a Palazzo Chigi".

"A tutti i nostri interlocutori abbiamo manifestato la nostra forte preoccupazione per l’escalation militare e per i rischi di crisi umanitaria, nonché l’urgenza di lavorare in direzione di un cessate-il-fuoco e di un'immediata interruzione della spirale di contrapposizione militare, preservando l’integrità di Tripoli e la distensione sul resto del territorio", ha proseguito.

"Si tratta, come detto, di una strada obbligata per ridare spazio al dialogo politico e ricostruire un minimo di fiducia tra le parti, ai fini di un processo credibile e sostenibile".

Salvini dice no, la Francia nega

Prosegue Conte, toccando uno degli argomenti più delicati della vicenda libica: "Per quanto riguarda le possibili conseguenze sui flussi migratori verso l’Italia o altro territorio dell’Ue, al momento – al di là delle cifre circolate nei giorni scorsi, anche a fini propagandistici – dalle informazioni in nostro possesso non emerge allo stato un quadro di imminente pericolo".

"È però evidente che in una situazione di tale fragilità non ci sia tempo da perdere: il protrarsi del conflitto - che potrebbe degenerare in una vera e propria guerra civile - va scongiurato rapidamente e con tutto l’impegno politico necessario".

Pronta la replica di Salvini: “È vero che nelle prigioni libiche ci sono centinaia di terroristi che sono stati catturati di ritorno dall'Isis. Stiamo lavorando perché la Libia non salti e spero che tutti stiano facendo lo stesso. Spero che anche il governo francese ci dia una mano a buttare acqua sul fuoco, e non benzina della Total per interessi economici”.

“È chiaro - ha sottolineato il ministro - che ci sono dei potenziali terroristi, anzi dei sicuri terroristi, pronti a partire in direzione dell'Italia, quindi a maggior ragione chi dice 'porti aperti' in un momento come questo fa il male dell'Italia e dell'Europa".

Intanto la Francia respinge come "completamente infondate" le accuse del ministro dell'Interno della Libia, Fathi Ali Bashagha, secondo il quale Parigi sostiene il maresciallo Khalifa Haftar.

"Le dichiarazioni di Tripoli circa un sostegno e una copertura diplomatica a favore di Haftar sono completamente infondate", ha dichiarato un alto funzionario del ministero degli Affari esteri francese.



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