AGI - Pochi secondi, in una normalissima notte d'estate, per cambiare per sempre il corso della storia. Di un territorio, di decine di migliaia di persone, che da quel piccolo lasso di tempo conoscono, ora, un "prima" e un "dopo". Il 24 agosto di dieci anni fa il tempo è fermato sull'Appennino centrale, al confine tra Lazio, Umbria, Marche e Abruzzo. Una serie di violente scosse di terremoto - la più forte quella di magnitudo 6.0 registrata alle 3 e 36 del mattino tra Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto - ha distrutto borghi, spezzato vite, cancellato la storia.
Saranno più di 300 i morti totali, 250 dei quali nella sola provincia di Rieti. Di questi, 239 ad Amatrice, luogo-simbolo di una tragedia che ancora oggi, dopo un decennio, mostra i tagli di una ferita che difficilmente potrà rimarginarsi del tutto. E mostra, purtroppo, anche tutto quello che, dopo l'emergenza, è stata la lentezza della burocrazia italiana, che tra lacci, laccioli, cavilli e ritardi, ha bloccato un percorso di ricostruzione la cui ultima, triste fotografia è stata scattata dagli uffici di Action Aid: per due opere pubbliche su tre la ripartenza non è ancora avvenuta.
La mobilitazione mondiale e la burocrazia lenta
Eppure, per Amatrice, così come per tutti i paesi e le Regioni distrutti dal sisma, si è mobilitato il mondo intero: dall'immensa generosità di Roma e dei romani - tantissimi i cittadini della Capitale che avevano, o hanno ancora, una seconda casa in quello che era il gioiello dei Monti della Laga - a Paesi della Comunità europea come la Germania e il Regno Unito (che all'epoca non aveva ancora ratificato gli effetti della Brexit), grandi imprese private e ovviamente il governo italiano. Una raccolta fondi senza precedenti, che pure non è riuscita a velocizzare un percorso procedurale farraginoso, lento, ostaggio di continui avvicendamenti e cambi di poltrone nelle stanze dei bottoni.
Un esempio su tutti, nel Comune di Accumoli, che fu epicentro della tragedia: all'avvio dell'opera di ricostruzione alcuni interventi furono inizialmente bloccati perché "non conformi al piano regolatore vigente". Ma come si può parlare di "piano regolatore" in un Comune che non esiste più? Storie non nuove, in un'Italia che ha mostrato, ad Amatrice come in altri eventi del genere, il meglio e il peggio in un battito di ciglia.
Il meglio e il peggio dell'Italia nell'emergenza
Straordinaria nel momento della massima emergenza, capace di mobilitare una forza d'intervento sbalorditiva: associazioni, istituzioni, enti, forze armate e privati cittadini, fianco a fianco giorno dopo giorno, notte dopo notte, per fronteggiare la mostruosità del sisma, in un territorio con tanti piccolissimi centri abitati che hanno reso oltremodo difficoltosa la sua messa in sicurezza. Come dimenticare le incredibili opere del genio militare dell'esercito italiano, capace di ripristinare le principali vie di comunicazione in soli 3 giorni, con ponti provvisori costruiti con sapienza ed abnegazione; o l'altrettanto incredibile impresa della Protezione civile del Friuli Venezia Giulia, capace di costruire un plesso scolastico modulare e provvisorio in una sola settimana, e la volontà di non abbandonare un territorio già alle prese con un serio rischio di spopolamento.
E ancora tante altre piccole grandi imprese, e la presenza costante di Vigili del fuoco, Protezione civile, Carabinieri, Polizia, Guardia di finanza ed Esercito, che non hanno mai abbandonato persone e cose. L'Italia migliore, trasmessa in mondovisione così come la tragedia di Amatrice.
Poi, assestato l'intero quadrante territoriale, peraltro dopo l'altra, violentissima "botta" del 30 ottobre, che ha dato il colpo di grazia ad un'area già martoriata, terminata la fase dell'emergenza primaria, ecco che la "routine" ne ha preso il posto, mostrando l'altra faccia della medaglia: lungaggini, avvitamenti normativi e burocratici, l'avvicendamento di ben 5 Commissari straordinari nominati da ben 6 governi diversi, un'impostazione legislativa talmente contorta e poco comprensibile che in molti, tra i privati titolari di seconde case, hanno preferito desistere, abbandonare, lasciar perdere.
Le parole del sindaco e del vescovo
"Ora non ci sono più ostacoli alla ricostruzione", ha detto in queste ore l'attuale sindaco di Amatrice, Giorgio Cortellesi. E la speranza è che sia davvero così. Perché nelle ore della celebrazione, dell'anniversario e della commemorazione, gli occhi di tutta Italia torneranno a guardare verso le ferite del Centro Italia, verso quei popoli che da 10 anni lottano contro un mostro senza nome né volto, che in una manciata di secondi ha inghiottito vite, famiglie, persone e case, lasciando dietro di sé un silenzio senza fine.
Lunedì sarà il giorno del ricordo, dei servizi e delle dirette televisive, delle parole e delle buone intenzioni. Ma poi, nell'Appennino, resterà la gente dell'Appennino, che quel silenzio lo porta ormai dentro da 10 anni. E che, come ha ribadito nelle ore scorse il vescovo di Rieti, Monsignor Vito Piccinonna, "non può più aspettare oltre risposte che non arrivano. Adesso è il tempo dei fatti". Adesso è il momento di far ripartire davvero il Centro Italia, di tamponare per sempre quella immensa ferita.