AGI - “Al mio arrivo, ho visto molte persone ferite e molte persone che aiutavano noi pompieri a prendere in carico i feriti. Tra queste ultime c’era anche Jacques Moretti”. È un interrogatorio tra le lacrime quello di David Vocat, il capo dei pompieri di Crans Montana che, dalla notte dell’incendio al ‘Le Constellation’, ha raccontato ai pm di vivere “un incubo senza fine”. Nell’ultimo dossier delle indagini della Procura vallese depositato dalle parti c’è anche il verbale della sua audizione come testimone.
Quella serata di lavoro era cominciata bene, nulla lasciava presagire l’inferno che si sarebbe portato via 41 persone, la gran parte ragazzi e ragazze e la serenità di una località nota per le sue piste di sci. I vigili del fuoco avevano rafforzato la loro presenza in vista del Capodanno perché, spiega Vocat, “alla fine di dicembre a causa dei prati secchi c’era il rischio di roghi e negli anni precedenti avevamo vissuto molti fuochi di sterpaglia. Per questo motivo, avevamo chiesto alle autorità politiche un divieto di fare fuoco sui tre comuni di nostra competenza. Ho costituito un team di servizio in caserma dalle 22:00 alle 02:00 con la presenza di 14 vigili del fuoco in caserma e 3 distaccati a Randogne, pronti per un intervento. Ci siamo organizzati per passare il tempo insieme. Avere 15 persone in caserma è una situazione eccezionale. Intorno all’una e mezza, ci siamo detti che avremmo potuto passare una serata tranquilla e riaggiornarci per un punto alle due. Ma abbiamo ricevuto l’allarme dalla centrale della polizia cantonale. Era un’allerta rossa che sul "Fuoco al bar ‘Le Constellation’". Un allarme rosso è un evento di grande portata”.
Il capitolo dei soccorsi e le critiche
E qui Vocat apre il capitolo dei soccorsi, sui quali alcuni legali di parte civile hanno espresso delle critiche quanto a tempestività ed efficacia. “Ho preso contatto con la CEN (centrale di impegno della polizia cantonale) per avere informazioni complementari. Mi hanno informato che si trattava di un fuoco con esplosione. È per questo che ho mobilitato mezzi supplementari chiedendo immediatamente due elicotteri. Poi, ho organizzato le partenze dei primi mezzi di soccorso, persone che potevano intervenire direttamente arrivando sul posto con apparecchi di protezione della respirazione pronti a essere utilizzati. I primi mezzi sono partiti molto rapidamente. Le prime decisioni sono state prese solo 15 minuti dopo l'allarme. È stato messo in sicurezza anche tutto il perimetro con la polizia cantonale e intercomunale. Si sono decisi gli interventi e individuato un’area dove mettere gli elicotteri. Immaginavo che ci sarebbero stati molti feriti. Poi, mi sono recato io stesso sul posto: arrivato sul posto, 10-12 minuti dopo l'allarme per me (3-5 minuti dopo per i primi), il capo dell'intervento aveva già preso le prime misure”. Vocat spiega che “la comunicazione era complicata perché la rete Polycom, la radio nazionale della sicurezza, era saturata”. “Era una situazione di caos e di guerra, come non si vede mai nella vita e bisogna affrontarla al meglio che si poteva” sintetizza.
L'incubo che non finisce e il sostegno psicologico
C’è spazio anche per una domanda sul suo stato d’animo. “Mi sento in un incubo che non finisce mai. Penso enormemente a tutte le famiglie che hanno perso i loro figli, che si occupano dei feriti e cerco di tenere occupato il mio gruppo di colleghi e me stesso al meglio perché è importante. Ho ridotto la mia attività del 50%”. “David Vocat piange” annotano chi trascrive il verbale. “Devo continuare a salvare le persone e a occuparmi delle persone che sono volontari e non avrebbero mai dovuto vivere una situazione come questa. Abbiamo subito ingaggiato degli psicologi d'urgenza di Ginevra. Per quanto mi riguarda, ho avuto un sostegno quotidiano durante le due settimane che sono seguite. Nessuno nella mia compagnia ha cessato la sua attività. So che in altre compagnie sì. Questo è stato forse dovuto alla presa in carico e al sostegno del loro comandante”.