L'attesa dei parenti fuori dai Pronto Soccorso di Roma è diventata un'Odissea
ESCLUSIVA AGI

L'attesa dei parenti fuori dai Pronto Soccorso di Roma è diventata un'Odissea

Interminabili ore aspettando di avere notizie sul congiunto e cercando di relazionarsi con gli operatori sanitari: il quadro drammatico tracciato all'AGI da chi resta fuori dalla porta

odissea dei parenti fuori dai Pronto Soccorso a Roma

Parenti in attesa fuori dall'ospedale San Camillo di Roma 

AGI - C'è la signora Maria, 96 anni, seduta al freddo nella sala di aspetto del Pronto Soccorso all'ospedale San Giovanni di Roma. Ha un tumore all'orecchio e un'emorragia interna, ma aspetta il suo turno in carrozzina mentre assiste alla lite tra le infermiere e i parenti turbati dell'attesa e da quella che definiscono: "Mancanza di empatia da parte del personale sanitario".

È un "quadro drammatico" - citando le parole del ministro della Salute Orazio Schillaci - quello rappresentato dai parenti dei pazienti che, parlando con l'AGI, raccontano interminabili attese all'esterno dei Pronto Soccorso, assenza di notizie sul ricoverato di turno - spesso si tratta di persone molto anziane - e difficoltà anche a relazionarsi con gli operatori sanitari, oberati dal troppo lavoro e, per alcuni, da regole troppo restrittive ancora in uso per proteggere i pazienti dal Covid-19.

È così ovunque. Al Santo Spirito, a due passi da piazza San Pietro, sono una decina le persone in attesa di notizie. Sono fuori, ma si intravedono i pazienti: sono appoggiati su delle barelle davanti a un gabbiotto. I parenti sono fuori, al freddo. "Sembra che non si rendano conto, alle volte, di ciò che vive un parente all'esterno di una struttura: ieri una persona è stata qui 6 ore per aspettare notizie e nemmeno le ha avute. Io ho mia zia ricoverata e ieri sera volevo consegnarle il telefono, ma non mi hanno fatto entrare", racconta all'AGI Alessandra, 53 anni. "Sono tornata oggi, mi hanno chiamato loro, ma sono sempre qui fuori e la richiesta è sempre la stessa: aspettare ancora", aggiunge.

Il caso vuole che la zia di Alessandra sia un medico, "quindi so bene le difficoltà del settore, i tagli, i problemi, ma oggi non c'è folla, ci sono le ambulanze schierate qui e la gente che chiacchiera", dice la 53enne. Anche se, viste le barelle all'accettazione, i reparti sembrerebbero pieni e in difficoltà.

"Ma è possibile che la sera entrano ed escono senza tetto e invece i parenti non possono entrare? Io non capisco. Ci sono pochi medici? Chiedetevi perchè vanno via", dice Massimo, 63 anni che aspetta la moglie e racconta: "Ieri sera c'era una donna che aspettava, le avevano ricoverato il padre la notte prima e diceva: 'sono 6 ore che chiedo di mio padre, ha la demenza senile. Non è possibile non avere notizie".

odissea dei parenti fuori dai Pronto Soccorso a Roma

Racconti drammatici che vanno avanti: "Da due sere la signora che assisto è al Pronto Soccorso e nessuno ci dà notizie, ora sono qui da un'ora. Ha la demenza senile e nessuno mi dice niente. Vorrei vederla almeno 5 minuti", racconta Flori, rumena di 57 anni, di professione badante. Un ruolo che interpreta con grande dedizione. "Io le voglio bene e sto male a non avere notizie. Al figlio ieri sera è stato detto poco e niente. Siamo molto preoccupati: ha problemi con la testa e con il cuore", aggiunge la 57enne che lamenta: "la sanità non funziona, abbiamo aspettato 2 ore e mezza per avere l'ambulanza a casa e la signora poteva anche morire".

Un problema diffuso

Cambiamo ospedali, ma i problemi sono simili. "Papà ha 88 anni ed è in Pronto Soccorso da domenica mattina con l'omero rotto: noi non sappiamo nulla. Non ci ha contattato nessuno. Siamo qui per vedere se è ancora vivo", spiegano all'AGI Stefania, 61 anni e Antonella, 57 anni. Siamo davanti all'ospedale San Camillo, a Monteverde. C'è gente in fila e le due sono in disparte, hanno le lacrime agli occhi. "Siamo andate all'Urp dicendo che chiameremo i carabinieri. L'unico contatto con papà è stato grazie a un compagno di stanza che aveva il cellulare, poi più nulla", dicono. E il racconto della prima notte è drammatico: "Ha dormito con il cappotto, si è insanguinato la camicia a causa di una flebo che si è staccata. Il giorno dopo gli ho portato la giacca del pigiamia, era spaventatissimo, si è sentito abbandonato", ricordano.

E l'esperienza al San Camillo non è stata positiva nemmeno per la mamma, anche lei una anziana di 89 anni. "Due mesi fa abbiamo portato mamma, devastata da un ictus risalente a due anni fa, perchè non si svegliava. Non aveva nemmeno capito che l'avevano portata via: è stata due giorni in Pronto Soccorso e nessuno gli ha detto perchè stava lì. Mamma è quasi invalida al 100%", raccontano. "Non avremmo voluto ripetere l'esperienza anche con papà, ma l'ambulanza da casa li porta qui. Le storie sono una simile all'altra e, ciò che colpisce davvero, è la mancanza di informazioni. "Hanno ricoverato mia moglie ieri sera alle 23.30, ha 74 anni e penso abbia avuto un ictus. Dico 'penso', perchè di lei non ho notizie. Non so niente di niente. Quello che manca totalmente è il contatto con il malato e con i parenti, anche quelli più stretti", racconta all'AGI Giorgio, 80 anni.

"Sono rimasto fino alle 4 di notte ed era piuttosto calmo, forse sono pochi i medici o gli infermieri e per questo non riescono a darci retta", ragiona mentre si chiude il cappotto. C'è poi chi, come la 38enne Eleonora, non sa che fine ha fatto la mamma. "è entrata ieri per una costola rotta, ma si è scoperto che aveva il Covid, ora la stanno ricoverando in Pneumologia, ma non stava male. Ha avuto una leggera forma influenzale nei giorni scorsi, ora nulla, ma la portano comunque in quel reparto". Parliamo di una donna di 65 anni che soffre di depressione e per questo ha chiesto di parlare anche con uno psichiatra. "Le è stato però al momento negato", spiega Eleonora. "Con il Covid è tutto ancora più complicato. Nessuno tra l'altro lo dice più, proprio per evitare questi problemi: in classe di mio figlio tutti hanno avuto il Covid e nessuno lo ha detto. Forse non avrei dovuto portare qui mia madre", ragiona.

Al San Giovanni la situazione è tesa fin dall'inizio. Tra chi ha il fratello ricoverato e nessuna notizia e chi lamenta scarsa attenzione nei confronti dei malati si vivono attimi di tensione e qui sembrerebbe non essere una novità. "La colpa è di parenti come questi se non riusciamo a fare bene il nostro lavoro", dice un operatore sanitario che tenta di calmare gli animi. "Mio fratello è qui da 4 giorni e non ho parlato con un medico che sia uno. Adesso ho chiesto di parlare con chi dirige il Pronto Soccorso, ma è possibile che non si riesce a parlare con nessuno? Mio fratello non riusciva a muovere le mani e per quanto ne so potrebbe essere morto", racconta rosso di rabbia in viso e dopo aver discusso con un'infermiera. Intanto, sempre davanti al Pronto Soccorso, si scatena un'altra lite: "Sono 3 giorni che vengo qui, ma non vedo nessuno. Fatemelo vedere, sono stato due minuti. Questa non è gentilezza, mi state prendendo in giro", urla un uomo sulla 40ina che poi va via.

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Si avvicina un altro: "Ha 96 anni mia suocera ed è dalle 8.30 di questa mattina che sta lì al freddo. Qui prende l'influenza. La metta da una parte dove non prende aria, ma se era tua madre la lasciavi qua?", ruggisce Renato, 72 anni. Intanto esce un altro infermiere, tenta di calmare le acque: "Non voglio nessuno qui davanti, siamo sovraccarichi", afferma. "Non sappiamo che fare", ammette. "L'altro giorno una signora è stata presa a calci da un parente. Ma le pare normale?", dice all'AGI lo stesso infermiere cercando conforto. "Qui in Italia è da metterle al muro tutti, altro che fascisti e Meloni: adesso faccio venire i carabinieri", aggiunge Renato. La moglie - la signora Marianna, 64 anni - cerca di stemperare. "Mia madre è uscita da qui il 4 novembre , dovevamo iniziare la radioterapia per un tumore all'orecchio, siamo stati anche a Tor Vergata dove la situazione non è migliore e prima ancora all'Umberto Primo, ora tornati qui per un'emorragia e se la mandano a casa muore. Devono curarla", afferma la donna.

All'ospedale Sandro Pertini, nella periferia romana della Tiburtina, non va meglio: sono una 20ina i parenti in fila per avere notizie che, puntualmente, non arriveranno. Ma almeno siamo all'interno in una sala d'aspetto che ricorda gli anni pre-Pandemia. "Stiamo aspettando che ci diano un percorso alternativo, mio figlio si è fatto male giocando a basket e non possiamo entrare perchè hanno scoperto tramite tampone che sono positivo al Sars-Cov2. Sto benissimo e lui è negativo, ma comunque bisogna attendere per un altro percorso", racconta Ermanno, 62 anni. In sala di aspetto c'è anche Serena, 48 anni. La zia, una donna di 84 anni, è ricoverata da ieri, ma non c'è alcuna notizia.

"Ieri sera ricoverata, perchè stava in una casa di riposo ci hanno detto che era inutile e di tornare alle 9 di mattina Siamo arrivati alle 11, ma nessuno ti dice niente", dice sconfortata. "Ci sentiamo abbandonati e non è la prima volta, al Policlinico Umberto Primo è la stessa cosa dove è stata ricoverata 3 settimane e io l'ho vista solo 3 volte. In quell'occasione ha detto mia zia: 'pensavo che mi avevi abbandonatò", afferma la donna. Parole pesanti a cui si aggiunge la richiesta alla donna di esibire il Green pass che, in teoria, non sarebbe più richiesto.

"Ancora osservano restrizioni per il Covid e mi hanno chiesto il Green pass anche se non è più obbligatorio", racconta all'AGI. "Ma se fanno tornare a lavorare medici e infermieri non vaccinati perchè a me chiedono il certificato?", si chiede. Una domanda che non ha una risposta o, almeno, non è stata data.