Scampò alla strage di via D'Amelio, racconta la sua lotta per la memoria

Scampò alla strage di via D'Amelio, racconta la sua lotta per la memoria

Antonio Vullo era nella scorta del giudice Paolo Borsellino ucciso il 19 luglio 1992. Parla delle celebrazioni vissute "come momento istituzionale e non con il cuore" e del suo impegno con le nuove generazioni per tenere vivo il ricordo

strage borsellino superstite racconta

© Wikipedia - ¬†Borsellino-Falcone (wikipedia)

AGI - "Il 19 luglio per me è tutti i giorni, ma lo deve essere per tutti perché il sacrificio di chi ha lavorato per la nostra terra non deve essere dimenticato". Parla ad AGI dalla sua casa Antonino Vullo, l'unico superstite della strage di via D'Amelio.

In questa via di Palermo c’è silenzio, la vita tutti i giorni corre veloce e il 19 luglio, giorno dell'eccidio, la marea di giovani e personalista delle istituzioni la invade per ricordare il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, tutti componenti della Scorta del Quarto Savona 21.

"Il 19 luglio - aggiunge - deve essere vissuto durante gli atti giornalieri di via quotidiana, durante tutte le nostre azioni per un futuro migliore. Solo così lo potremmo avere". In questi trent'anni migliaia di persone si sono recate alle celebrazioni della commemorazione "ma io - racconta Vullo - in via d'Amelio ci vado da solo anche durante l'anno. Ci vado perché ancora il ricordo di quel giorno rimbomba nella mia mente".

Trent'anni non sono pochi per ricostruire e dare un nome "alle menti raffinatissime che hanno organizzato tutto questo". Riprende le parole di Giovanni Falcone, il giudice che venne ucciso 57 giorni prima di Borsellino, perché tanti misteri aleggiano dietro a quella stagione di tritolo, morte e lacrime.

Per l'agente superstite le celebrazioni per le stragi vengono vissute da molti come "un momento istituzionale, ma non con il cuore". Così si continuano a cercare risposte cercando di mettere insieme tutti i tasselli di un depistaggio.

E pensa alla sentenza pronunciata dal Tribunale di Caltanissetta qualche giorno addietro a carico di tre poliziotti, uno assolto e due raggiunti da prescrizione. "Non possono essere stati loro gli artefici del depistaggio - sottolinea con nettezza Vullo - forse hanno eseguito degli ordini che sono giunti dall'alto".

Vullo qualche anno prima della strage di via D'Amelio era stato al reparto mobile con Michele Ribaudo, l'unico che è stato assolto al processo di primo grado celebrato a Caltanissetta.

Preferisce non entrare nel merito della sentenza dei giorni scorsi anche se confessa di essere "stanco e amareggiato" perché dopo trent'anni "c’è tanto occultato tra le istituzioni ma bisogna arrivare a una verità storica sulle due stragi".

Il riferimento è anche a quella di Capaci in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillio e Antonino Montinaro.

A trent'anni dalla strage Vullo sarà presente alla deposizione delle corone d'alloro ai caduti e poi andrà in quella strada dove la sua vita è cambiata totalmente: "Ancora oggi non mi abbandona l'immagine di quando gli agenti mi hanno bloccato la prima volta, mentre cercavo di raggiungere i miei colleghi, e sotto il mio piede ho trovato quello di Claudio Traina che fino a qualche istante prima era seduto in macchina accanto a me. Poi mi bloccarono una seconda volta. Era tutto nero".

Quindi il risveglio in ospedale e "l'inizio di una nuova vita, anche se non è stato semplice". Quelle immagini tornano sempre in mente, in particolare quando ha dovuto lottare per ottenere i riconoscimenti che gli spettavano "perché essere un sopravvissuto è difficile e siamo scomodi per tutti.

Non parlo solo per me, ma anche per i colleghi sopravvissuti per la strage di Capaci. Abbiamo sofferto e soffriamo tutti i giorni. Ci portiamo dentro tantissime ferite e quello che fa più male è averle portate all'interno della famiglia".

I suoi due figli, il più grande ha compiuto trent'anni sei mesi fa, hanno deciso di prendere strade diverse dal padre. Nessuno dei due indossa la divisa "che io ho portato con orgoglio, era il mio sogno da ragazzino e l'ho fatto fino alla fine".

E aggiunge: "Lo rifarei - assicura ad AGI - perché ho avuto la possibilità di lavorare con il giudice Paolo Borsellino, un magistrato che meritava tantissimo e si poteva fare tantissimo, ma lo Stato di quel momento non ha voluto".

Quella divisa ormai non c’è più, c’è un dato processuale importante al momento: sono stati condannati diversi esponenti di Cosa nostra, la prescrizione l'hanno ottenuta due poliziotti del gruppo "Falcone-Borsellino", che nel '92 erano alle dipendenze di Arnaldo La Barbera, e i misteri continuano a incombere come nuvole nere.

Da trent'anni, con i vari processi pendenti, le vittime rinnovano le loro sofferenze, il loro dolore non perdendo mai le sane aspettative di verità. Nel frattempo si cerca di guardare avanti.

Vullo e Luciano Traina, il fratello di Claudio, che era tra gli agenti che hanno catturato Giovanni Brusca, girano insieme per le scuole raccontando la stagione sanguinaria del '92.

Lo fanno con senso di responsabilità perché la memoria di quegli anni bui della Sicilia non venga cancellata, insieme alla speranza di fare piena luce.