La strage di Licata affonda le radici nella "roba" raccontata da Verga

La strage di Licata affonda le radici nella "roba" raccontata da Verga

L'ossessione per l'accumulazione di terra che lo scrittore siciliano, di cui ricorre il centenario della morte, ha utilizzato per decifrare un segmento del carattere dell'isola

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© Fabio Greco / AGI - Tra le serre di Licata la casa in cui è è avvenuta la strage

AGI - "Cosa c'entrano i picciriddi? Perché anche loro? Che gli hanno fatto?". I 'picciriddi', i bambini, sono Alessia di 15 anni e Vincenzo di 11 anni, che Angelo Tardino, lo zio, non ha risparmiato in una furia omicida che si è scatenata alla periferia di Licata, quando l'uomo ha sterminato, insieme a Alessia e a Vincenzo, il proprio fratello Diego e la cognata Alessandra Angela Ballacchino. Poi, ha rivolto l'arma contro se stesso, e ha sparato l'ultimo colpo. 

È soprattutto di loro, dei "picciriddi", che si parla nel bar Sombrero, punto di ritrovo all'ingresso di una città che vive di mare, con un porto turistico privato importante, e di agricoltura, il cui sviluppo ha fatto fiorire negli anni distese di serre, il cui luccichio al sole si confonde con l'azzurro del mare e inganna gli occhi di chi arriva da Caltanissetta.

Licata appartiene alla provincia di Agrigento, ma è a una ventina di minuti da Gela, nel Nisseno. Venduti, comprati o ereditati, dai terreni sgorga un altro luccichio, quello dei soldi. "Erano benestanti", racconta un agricoltore fuori dal bar, venuto qui come molti, per trattare un affare: "Avevano delle serre - aggiunge, facendo intendere di essere un parente dei fratelli - e litigavano per questioni di terreni".

 Angelo Tardino era benestante, sì, ma alla 'roba' teneva fino a sacrificarvi la vita altrui. Il caso vuole che lo abbia fatto nel centenario della morte di Giovanni Verga, che attraverso nell'ossessione per la 'roba' ha letto e interpretato un pezzo del carattere dei siciliani. Non era un 'vinto', Angelo Tardino; non era stato travolto dalla "fiumana del progresso". "Era una persona normale - dice il sindaco, Pino Galanti - accompagnava i propri bambini alle attività sportive, li portava a gareggiare in piccoli campionati sportivi. Nessuno mai poteva sospettare una perdita completa del controllo dei propri istinti". Dovranno fare i conti, i due figli di Angelo Tardino, quasi coetanei di Alessia e Vincenzo, con questo ricordo, che per loro rischia di trasformarsi in un marchio. 

"La roba non è di chi l'ha, ma di chi la sa fare", fa dire Verga a Mazzarò, nella novella omonima; e ancora: "...a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra".

Così, per un frammento di terra, per un movimento di qua o di là da un confine, l'uomo ha fatto irruzione questa mattina presto in casa del fratello, e ha sparato. Forse è stato il culmine di una lite precedente, l'ennesima, secondo fonti dei carabinieri. "Il padre dei due fratelli - spiega chi conosce la famiglia - aveva sempre fatto da mediatore, cercato di mettere pace tra loro, ma questa volta qualcosa non ha funzionato".

Angelo ha prima ha estratto una Beretta calibro 9 e ha ucciso Diego e la moglie Alessandra; poi è stata la volta di Alessia e di Vincenzo, che per proteggersi da quella follia ha tirato su la copertina di lana. Angelo Tardino ha sparato loro con una rivoltella: Vincenzo, lo hanno trovato sotto il letto, avvolto nella coperta.

Angelo Tardino, dopo aver lasciato dietro di sé sangue e morte, si è diretto verso il centro di Licata, e nello stesso tempo parlava con i carabinieri, che cercavano di rintracciarlo. A un certo punto il rumore di uno sparo è risuonato nell'abitacolo della sua auto, mentre percorreva via Mauro De Mauro: Tardino aveva deciso di farla finita, ma non c'è riuscito subito. È morto qualche ora dopo in ospedale a Caltanissetta.

A qualcuno, in città, è tornata in mente ricorda la strage avvenuta tra Butera e Licata undici anni, fa il 21 giugno 2011: il licatese Giuseppe Centorbi uccise i compaesani Filippo Militano, la moglie e il figlio tredicenne della coppia. "Avevano oltrepassato i confini della mia terra", disse Centorbi. Il movente, ancora quello: la roba, in una Sicilia che, vista da qui, sembra immutata.