Il vescovo Pennisi su Brusca: "La porta è aperta ma il perdono non si svende"

Il vescovo Pennisi su Brusca: "La porta è aperta ma il perdono non si svende"

"Occorre riparare al male fatto", avverte. E alle vittime: "Sono dalla vostra parte, ma nella misura in cui qualcuno si pente e collabora perché sia sconfitta la mafia, bisogna tentare di dialogare"

vescovo pennisi su brusca porta è aperta ma perdono non si svende

© Diocesi di Monreale - L'arcivescovo di Monreale Michele Pennisi

AGI - "C'è sempre possibilità di perdono e redenzione per tutti, però Gesù ci ha salvati a caro prezzo, morendo in croce, quindi il perdono non può essere svenduto a prezzi di liquidazione". Dialoga con AGI, dicendo parole chiare e nette monsignor Michele Pennisi, arcivescovo di Monreale, sul caso di Giovanni Brusca, il feroce boss pentito di San Giuseppe Jato, recentemente scarcerato.

E' alla guida di una estesa diocesi che comprende territori da Corleone a San Giuseppe Jato, paesi natali della mafia stragista e di boss come Totò Riina Bernardo Provenzano e lo stesso Brusca. Ed è componente della commissione creata da Papa Francesco in Vaticano per la scomunica delle mafie.

Dice a Brusca: "La conversione sia vera e occorre riparare davvero il male fatto". E alle vittime: "Sono dalla vostra parte, sempre, mi metto nei loro panni. Ma nella misura in cui qualcuno veramente si pente e collabora per far sì che sia sconfitta la struttura di peccato che è la mafia, bisogna cercare di dialogare".  

Reazioni dure e indignate erano state espresse dai familiari delle vittime dopo che è stata diffusa una intervista di 5 anni fa in cui Brusca chiede perdono. "Comprendo le vittime e sono dalla loro parte - afferma Pennisi - hanno subito l'uccisione di familiari, spesso anche in modo atroce, come nel caso del piccolo Giuseppe Di Matteo. Comprendo il loro rifiuto. Bisogna stare attenti perché il pentimento cristiano non può essere solo un battersi il petto o un moto interiore, ma deve avere anche dei segni esterni. Oltre a chiedere in modo sincero perdono alle vittime, deve essere riparato per quanto è possibile il male fatto".

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© Tony Gentile / AGF 
Giovanni Brusca 

Se Brusca le chiedesse di incontrarla per una riconciliazione in qualche modo con la Chiesa e la società, per avviare una dialogo e un riavvicinamento, cosa gli risponderebbe? "Come vescovo sono aperto a tutti, ma a condizione che questo sia fatto nella massima trasparenza. Non vorrei che ricevere questa persona possa essere equivocato come una approvazione dei terribili delitti che ha commesso".

Se lui "nel dialogo con me, o con un cappellano del carcere, con un confessore - prosegue il pastore - volesse manifestare i suoi sentimenti di profondo pentimento, di volere riparare per quanto possibile il male commesso, c'è sempre possibilità di perdono e redenzione per tutti, però ricordiamoci che Gesù ci ha salvati a caro prezzo, morendo in croce: quindi il perdono non può essere svenduto a prezzi di liquidazione".

Cosa direbbe a Brusca? "Vorrei dirgli che i delitti che ha commesso hanno creato e continuano a creare dolore a vittime innocenti. Un dolore che io ho sempre davanti agli occhi. Ho visitato spesso il luogo dove è stato sciolto nell'acido il piccolo Giuseppe, ho incontrato diverse volte la sua mamma... Vorrei dirgli che tutti noi vogliamo che dopo una piena collaborazione di giustizia passi a una conversione religiosa seria. Ma bisogna vedere se questa conversione davvero c'è e in che modo si realizza la giustizia riparativa". 

E' possibile davvero riparare il male fatto? "Certo, non si può ridare la vita ai morti, ma bisogna in qualche modo - sottolinea Pennisi - risarcire le vittime per quanto è possibile. Il mio non è un discorso sul piano giuridico, ma piuttosto etico-morale e pastorale. Non conosco Brusca né i suoi sentimenti... certamente il fatto che abbia chiesto perdono è una minima cosa, anche se non possiamo separare fino in fondo se l'abbia fatto per motivi di conversione cristiana o per godere dei benefici che la legge concede ai collaboratori di giustizia".

Il tema è quello della giustizia riparativa. "Non basta dire mi pento e chiedo perdono - dice ancora ad AGI il prelato - ma serve fare gesti concreti ed evidenti. Ad esempio, un persona che vuole davvero riparare, non dovrebbe opporsi alla confisca dei beni che possono essere utilizzati a fini sociali o confluire in un fondo per aiutare i familiari delle vittime". 

Cosa vuole dire alle vittime? "Che mi metto nei loro panni, perchè sono coloro che stanno soffrendo tanto. Vorrei dire a loro, che giustamente esigono verità e giustizia, che sono dalla loro parte. Ma nella misura in cui qualcuno veramente si pente e collabora per far sì che sia sconfitta la struttura di peccato che è la mafia, bisogna cercare di dialogare. La figlia di Paolo Borsellino ha voluto incontrare alcuni dei mafiosi che hanno contribuito all'uccisione di suo padre per dialogare con loro, capire e chiedere di fare luce su certi fatti".

Bisogna, insomma, ribadisce il prelato, "attuare dei processi di giustizia riparativa e in questo senso i familiari delle vittime possono collaborare al fine di fare emergere tutta la verità per fare pienamente giustizia".

Preoccupa la liberazione di boss di grosso calibro cui potremmo assistere anche a breve? "Preoccupa tutti, preoccupa me e tutta l'opinione pubblica. La scarcerazione di persone che hanno commesso gravi crimini per mafia, che non hanno collaborato, e il loro ritorno nel territorio, sarebbero davvero un pericolo dal punto di vista sociale, perché potrebbe rialzare la testa la vecchia mafia stragista. Occorre tenere alto il livello di attenzione". 

Qual è l'obiettivo della Commissione creata in Vaticano per la scomunica delle mafie. "E' innanzitutto quello di studiare il fenomeno delle mafie, non solo italiane, compresi i cartelli sudamericani che trafficano droghe. Si tratta di individuare una struttura comune fra queste mafie che si presentano in qualche modo come pseudo religioni, con un giuramento, dei riti più o meno esoterici; di individuare cosa caratterizza queste mafie e di vedere dal punto di vista pastorale quale può essere lo strumento più adeguato per un contrasto efficace. La scomunica può essere uno degli strumenti, ma non l'unico". 

Spiega monsignor Pennisi che la scomunica secondo il Diritto canonico "non è una condanna all'inferno, ma una pena medicinale che serve a far capire la gravità di un delitto oltre che di un peccato, per indurre alla conversione. Si tratta anche di studiare, dal punto di vista pastorale, come approcciarsi a queste persone che hanno commesso dei delitt"i.

Della commissione fa parte anche il cappellano generale delle carceri. "Abbiamo fatto già alcune riunioni e siamo in collegamento con la Congregazione della fede e con il Pontificio consiglio per i testi legislativi. Tutto il lavoro sarà sottoposto agli altri dicasteri romani, al Santo Padre e poi si prenderanno delle decisioni che valgono per tutto il mondo nel contrasto alle mafie".